Genesi e retaggio storico del movimento per una comprensione dell’attualità
Il mondo sembra essersi accorto dello Yemen e dell’importanza strategica del Mar Rosso solo allo scoppio della crisi di Gaza, quando gli oramai famosi houti hanno cominciato a colpire il traffico mercantile in transito nell’area. Eppure, l’importanza strategica di quel paese, nonché dello stretto di Bab el-Mandeb e del suo intorno, fu compresa dalla Grecia ellenistica, dai Romani, dall’Impero abissino di Axum, dai Bizantini, dai Persiani, dall’Impero Ottomano; e poi dal Regno Unito, dall’Italia, sin dai primi anni dell’unificazione, dall’Egitto di Nasser, dall’Unione Sovietica; successivamente, e su iniziativa italiana, da una parte rilevante della comunità internazionale negli anni fra il 2008 e il 2014, fino, cioè, al tentativo di transizione democratica dello Yemen e all’immediata vigilia della guerra avviata dalla coalizione a guida saudita contro l’insorgenza houti. Poi si abdicò all’attenzione politica collettiva e si preferì inserire gli houti nella lista delle organizzazioni terroristiche, lasciando mano libera a Riad e ai suoi alleati, nella speranza che l’intervento puramente militare facesse rientrare l’insurrezione e permettesse al governo legalmente riconosciuto di riprendere le funzioni e di ripartire dalle conclusioni della Conferenza sul Dialogo Nazionale (CDN) per la transizione politica, che proprio nel 2014 aveva concluso i propri lavori. I risultati di circa sette anni guerra vedono invece gli houti rafforzati, l’Arabia Saudita sconfitta e il paese ulteriormente destabilizzato. Potremmo dire che il mondo ha veramente realizzato che quel paese e quella regione sono cruciali per la stabilità e i traffici marittimi solo quando questi ultimi sono stati attaccati dagli houti. Ma chi sono gli houti? Bisogna attingere a qualche secolo fa.
Un movimento politico e militante
La fondazione del nucleo zaydita che caratterizza gli houti e che fu sin dall’inizio, anche nel mondo musulmano, un movimento politico e militante, rappresenta un fatto molto rilevante nella storia dello Yemen, e segna a partire dal IX secolo l’inizio di un primordiale nucleo di statualità indipendente posteriore agli antichi regni, e permise al paese di sviluppare la propria variante della cultura e della società arabo-islamica in relativo isolamento e sostanziale autonomia. Questa componente del paese si è sempre considerata antitetica al proprio intorno, in virtù di differenze che fanno capo proprio al diverso retaggio storico, e si ritiene erede del primordiale stato yemenita del IX secolo. La denominazione “houti” nasce dal nome del fondatore, Husayn al-Ḥouthi, e di altri principali esponenti e animatori del movimento, tutti appartenenti a un clan familiare della tradizionale regione di Sa’da. Nella parte nord-occidentale dello Yemen, il movimento dette vita nel 1992 a un’organizzazione armata, che si è definita Ansar Allah (Partigiani di Dio), e alla sua componente dottrinale, denominata al-Shabab al-mumin (Gioventù credente). Proprio attraverso quest’ultima, l’organizzazione dette il via a un’iniziale missione di indottrinamento sociale nel Governatorato di Sa’da, in risposta all’ascesa del movimento salafita nella regione e a contrasto della penetrazione dall’Arabia Saudita di predicatori wahabiti. Nel corso degli anni, gli houti hanno sostenuto di lottare in difesa della loro comunità e della loro regione, asseritamente colpita da una sensibile e sistematica discriminazione economica e sociale. Il governo repubblicano accusava a sua volta i rivoltosi dell’intenzione di rovesciare il regime al potere e di voler instaurare la legge islamica sciita-zaydita, attizzando inoltre un sentimento antistatunitense. Benché sbandierate nelle rispettive propagande, entrambe le affermazioni rispondono a verità.
Il perno della ribellione

Sostanzialmente, il perno della ribellione houti non risiede in divergenze settarie tra sunniti e sciiti, benché l’argomento sia stato utilizzato da Teheran per innescare l’ingerenza iraniana e da alcuni commentatori per spiegarla. Gli zayditi, infatti, hanno posizioni giuridiche e liturgiche molto prossime a quelle della maggioranza sunnita del mondo musulmano e abbastanza distanti da quelle della scia duodecimana iraniana, tanto da essere nei protocolli e nelle prassi religiose e sociali più vicini alla sunna che alla piena ortodossia sciita. Gli eventi che si sono dipanati nel corso dei mesi dimostrano che gli houti sono una componente forte dello Yemen fondata sulla sua stessa storia, che detiene un’area pari a circa un quarto del paese, che amministra con efficienza il territorio controllato, che estrae risorse dai giacimenti disponibili, che fabbrica in proprio missili e droni che li rendono meno dipendenti dalle forniture iraniane, che continua a indottrinare e a reclutare per accrescere le proprie schiere e per alimentare la propria visione dello Yemen. Gli houti, pur operando parzialmente nell’ambito della rete di resistenza iraniana, ma con l’orizzonte di una visione originale e radicata nella Storia, hanno potuto dirottare dal Mar Rosso un’ampia parte del traffico navale mercantile, costringendo gli Stati Uniti e l’Europa all’adozione di azioni militari, che tuttavia non hanno potuto ristabilire la situazione quo ante. Hanno potuto negoziare con gli americani la fine dei bombardamenti contro l’astensione da attacchi alle navi statunitensi. Hanno potuto affondare, indisturbati, navi in transito verso Israele, in omaggio alla politica di difesa dei palestinesi e del popolo di Gaza.
La regione/stato

La regione controllata dagli houti è oramai un’entità statuale, per quanto non riconosciuta, governata da un movimento fondamentalista e oscurantista. Nelle azioni antisraeliane intraprese allo scoppio della crisi di Gaza, si deve leggere non soltanto un “atto dovuto” come alleati dell’Iran, ma anche una dimostrazione di forza e risolutezza e una manifestazione dell’intenzione di essere attore cruciale, e nelle aspirazioni prevalente, nel futuro dello Yemen, della regione del Mar Rosso e nelle pur complicate interrelazioni nelle ormai quasi secolari contese che ruotano attorno alla situazione israelo-palestinese. Sul piano del consenso interno, il governo degli houti, di cui non sempre il popolo governato è soddisfatto, possiede un asso nella manica proprio nell’opposizione a Israele e nella “protezione” dei palestinesi, argomento che da sempre nello Yemen compatta le opinioni e mobilita le masse. La crisi di Gaza e la sua proiezione nel Mar Rosso meridionale hanno offerto al movimento una straordinaria opportunità per accrescere e per mostrare le capacità operative di un soggetto come Ansar Allah, altrimenti confinato in una partita tutto sommato secondaria del complesso mosaico degli equilibri mediorientali; e per far comprendere che non intendono essere un comprimario dell’Iran da attivare all’occorrenza delle necessità di Teheran, ma un soggetto da riconoscere, pur entro il fronte dell’asse di resistenza contro Israele, come attore autonomo e imprescindibile. Gli houti non si fermeranno nell’interazione diplomatica o armata nel proprio intorno geopolitico, a meno che non abbiano alternative per loro soddisfacenti. Piaccia o meno, non dovrebbero (o non dovrebbero più) essere considerati un manipolo di “ribelli” o un “gruppo terrorista”, ma un’organizzazione statuale con vocazione a essere riconosciuta come stato e governo legittimo almeno di una parte del paese. Non avrebbero timore oggi di concepire, certo nel contesto dell’alleanza con l’Iran, ma anche sulla base di propria e solida vocazione autonoma, un confronto con l’intero Occidente che sarebbe bene non innescare, anche tenendo presente gli insuccessi conseguiti nell’Afghanistan dei talebani. Continuare a considerare il movimento houti come semplice formazione terrorista, escluso quindi da qualsiasi inclusione nell’auspicato dibattito sul futuro dello Yemen, appare quindi improduttivo.
Naturalmente, nella complessità di questa guerra che attraversa l’intero Medio Oriente, non è facile singolarizzare questo o quel segmento; ma se non si vuole arrivare a conflagrazioni ancora più gravi e devastanti, bisognerebbe proiettarsi su visioni di stabilizzazione globale della regione, e ripartire con importanti percorsi da tempo avviati e interrotti dalle crisi in atto nel mondo (il negoziato per il nucleare iraniano, lo sviluppo dei Piani di Abramo, il consolidamento della normalizzazione di rapporti fra Iran e Arabia Saudita), i quali introdurrebbero significative spinte alla stabilità dell’area e auspicabilmente dello Yemen e del suo intorno marittimo. È difficile immaginare se e come i rapporti di forza nella regione troveranno una composizione, fra auspicati sviluppi dei processi in corso e soluzioni anche provvisorie alla questione palestinese. Ma è indubbio che ogni possibile composizione dovrà tener conto anche dello Yemen e di tutte le sue componenti, houti compresi, che in questo paese emergono dalla Storia e dall’attualità, come è stato più che eloquentemente dimostrato nei nostri tormentati tempi.


