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    Home»Mondo»Il presidente TACO? La domanda sgradita per Trump
    Mondo

    Il presidente TACO? La domanda sgradita per Trump

    Domenico MaceriDi Domenico MaceriLuglio 19, 20252 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    "Donald Trump" by Gage Skidmore is licensed under CC BY-SA 2.0.
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    “È una domanda malevola. Non la ripeta mai. Io non mi tiro indietro, si tratta di una strategia negoziale”. Con queste parole Donald Trump ha ripreso la giornalista Megan Casella della Cnbc che aveva chiesto al presidente la sua opinione sul termine “TACO” (acronimo per Trump Always Chickens Out, Trump si tira sempre indietro per paura).
    Difficile sapere se Trump cambi rotta con frequenza per paura o per altre ragioni. Con ogni probabilità le sue azioni partono da situazioni poco realistiche e altrettanto poco considerate. Sulla questione dei dazi non ci voleva un genio per capire che vi sarebbero state ritorsioni da altri Paesi. Trump aveva sopravvalutato il suo potere quando annunciò che tutti i Paesi del mondo si stavano apprestando a trovare accordi ed erano persino pronti a baciargli “il c…lo” per l’opportunità di incontrarsi con lui.

    Pochissimi Paesi si sono presentati alle negoziazioni ma dopo le sue minacce di dazi gli effetti sull’economia sono emersi subito. I mercati borsistici persero il 15 percento prevedendo tempi burrascosi. Trump alla fine se ne rese conto e sospese i dazi offrendo una boccata d’ossigeno all’economia. Il caso più eclatante è stato quello della Cina che annunciò i propri dazi sui prodotti americani che sarebbero equivalsi a un embargo commerciale tra i due Paesi.
    Trump però non sapeva che la Cina ha un quasi monopolio su risorse minerarie indispensabili per l’industria automobilistica, la difesa, l’energia ecc. Dopo parecchie settimane il presidente statunitense ha annunciato un accordo con la Cina i cui dettagli non sono stati resi noti completamente. Alcuni analisti hanno però interpretato l’accordo come una resa di Trump, costretto ad accettare condizioni vantaggiose alle Cina. In effetti, Trump ha dovuto fare marcia indietro.

    Una simile situazione si sta elaborando con la stretta sui migranti condotta dall’Ice, l’agenzia statunitense per i controlli alle frontiere e l’immigrazione. Sotto la guida di Stephen Miller, l’ultra conservatore consigliere di Trump, si era creata una quota di arrestare 3000 migranti al giorno, obiettivo che non è stato raggiunto. Miller ha sgridato alcuni leader di Ice ordinando loro ad andare a fare retate in luoghi che prima erano evitati per la questione della pubblicità negativa. Le retate nella zona di Los Angeles e le susseguenti manifestazioni, in grande misura pacifica, sono state interpretate falsamente da Trump come insurrezione. Il presidente Usa ha preso, forse illegalmente, il comando della Guardia Nazionale della California dispiegandola nella zona di Los Angeles. Non completamente soddisfatto, Trump ha persino mandato centinaia di Marines a Los Angeles per mantenere la pace, mossa completamente fuori dal comune perché i soldati americani non sono addestrati per controllare manifestazioni di civili.

    L’Ice ha arrestato centinaia di persone a Los Angeles che in effetti erano lavoratori, indispensabili per l’economia americana. Poi si sono verificate retate anche nel settore agricolo dove la stragrande maggioranza della manodopera non ha documenti legali. L’Ice però non distingue fra quelli che hanno documenti legali o no. Il problema però è che i padroni dell’industria agricola, i quali hanno supportato Trump nell’elezione, hanno protestato, chiarendo che la perdita dei lavoratori significherebbe la distruzione della produzione del cibo. Un concetto talmente basico ma che Trump non ha considerato eccetto per le informazioni fornitegli dalla sua segretaria dell’Agricoltura Brooke Rollins. Nella sua piattaforma Truth Social l’inquilino della Casa Bianca ha riconosciuto il problema e ha indicato che bisognava “prendersi cura degli agricoltori, gli alberghi, e altri luoghi dove hanno bisogno di personale”. Tutto sembrava indicare una marcia indietro e difatti agenti dell’Ice avevano ricevuto l’ordine di cambiare rotta. Miller però ha pressato e si è avuto di nuovo un altro cambio di rotta. Le retate nei campi agricoli e altri settori critici continueranno.

    Le ultime informazioni sono poco chiare ma i danni saranno ovvi. L’America non può sostenere la sua economia senza la manodopera fornita dai migranti. I danni sono già avvenuti perché non pochi lavoratori hanno iniziato a non presentarsi ai posti di lavoro temendo le retate dell’Ice. Come nel caso dei dazi Trump non capisce alcune questioni fondamentali nonostante si sia sempre presentato come un businessman. Un imprenditore che non riconosce l’indispensabile contributo dei lavoratori al successo dell’azienda e eventualmente al funzionamento basico dell’economia che guida la potenza numero uno al mondo dovrebbe essere preoccupante. I sondaggi riflettono questa visione: secondo un sondaggio solo il 37 percento degli americani approva l’operato di Trump sull’economia, il 33 percento considera i dazi positivi, e il 41 percento degli americani vede l’operato totale del presidente in termini positivi.

    Come spesso fa quando le cose non vanno bene il 47esimo presidente assegna la colpa ad altri. Trump ha aspramente criticato Jerome Powell, presidente della Federal Reserve Bank, etichettandolo “uno stupido”, perché non ha abbassato i tassi di interesse. Secondo il presidente Usa, Powell “sta facendo perdere una montagna di soldi al Paese”. Trump, senza rendersene conto, proietta il suo operato. L’aspetto più positivo della sua politica sarebbe di fare marcia indietro come ha fatto con i dazi. Farà lo stesso con i migranti quando la loro assenza si farà sentire in maniera più profonda e le corporation che lo hanno supportato gli apriranno gli occhi ?

    dazi Donald Trump USA
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    Domenico Maceri

    PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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