La “scena muta” volutamente realizzata nel corso degli orali dell’esame di maturità da tre diversi studenti (che avevano  comunque già acquisito la votazione minima per conseguire la promozione) deve farci riflettere su questo tipo di educata ma ferma protesta, alla quale non mi pare sia stata data una soddisfacente risposta da parte del Ministro che ha voluto inserire  il “merito” nell’intestazione del suo dicastero. I ragazzi hanno, a mio avviso, posto all’attenzione degli adulti (addetti ai lavori e non) un tema molto più serio e complesso per il quale la risposta piccata ed antica del Ministro non appare soddisfacente. L’interrogativo che ci viene posto è: che tipo di insegnamento deve offrire la scuola ai nostri giovani e che tipo di maturità ci aspettiamo da loro? Ritengo che, superato il nozionismo fine a se stesso, la scuola del terzo millennio (ed anche l’università) debba interrogarsi su quale tipo di preparazione deve offrire ai giovani e come va misurata la loro maturità (rectius: la capacità di inserirsi nella società degli adulti).

Se la scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, deve essere un percorso comune di crescita degli studenti guidati da insegnanti in grado di stimolare la curiosità, il lavoro di squadra, l’inventiva ed il reciproco sostegno, allora il punto finale di questa crescita, la misurazione del risultato, dovrebbe essere soltanto una festa collettiva cui giungere senza patemi e anche con il gusto di perseguire il risultato, non per la competizione, ma per la soddisfazione personale e per il piacere di tagliare il traguardo della effettiva maturità, cioè del corretto inserimento nella vita. La risposta al tema del silenzio assordante di chi non ha voluto rispondere, contestando un sistema antico e chiuso alla collaborazione ed alla crescita collettiva, per essere utile deve portarci a ripensare l’intero sistema scolastico, basato su regole di centodue anni fa, che nessuno ha voluto (o saputo) rielaborare, anche in merito ad un calendario scolastico non più in grado di soddisfare le esigenze delle famiglie. Una nuova scuola in grado di trarre fuori (educere) la farfalla dalla crisalide con la capacità maieutica degli insegnanti, ai quali deve essere restituita la dignità del ruolo, anche sotto il profilo economico. Il lavoro più bello è quello di poter formare il futuro del Paese, attraverso la realizzazione della nuova classe dirigente, ma va fatto con entusiasmo ed avendo a disposizione i mezzi (anche tecnologici) necessari per riuscire. Gli insegnanti vanno incoraggiati e formati: per incuriosire è necessario essere curiosi, operare in perenne ricerca, essere stimolati per stimolare, essere entusiasti per entusiasmare. Il silenzio dei maturandi richiede queste risposte, richiede attenzione ed interesse per ognuno, richiede una scuola nuova, richiede una maturità effettiva.

A queste esigenze certamente non offre risposte la “logica” ministeriale della bocciatura. Il silenzio spesso pone interrogativi per i quali la risposta non è, né semplice, né scontata, ma presuppone un rilevante sforzo di fantasia. Quel silenzio esige la scuola del terzo millennio!

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