Nel 2013, le edizioni di Giuseppe Laterza pubblicarono la traduzione italiana dell’opera di Christopher Clark: “I sonnambuli: come l’Europa arrivò alla Grande Guerra” dedicata alle settimane che precedettero lo scoppio del conflitto, che divenne poi mondiale, dopo l’assassinio di Sarajevo.
Dieci anni dopo, Massimo Giannini si ispirò a Christopher Clark in un editoriale su “La Repubblica” dedicato ai “sonnambuli europei” in vista delle elezioni europee del 2024 e dedicato ai membri della moderna “Santa Alleanza” rappresentata dal Consiglio europeo.
La “Santa Alleanza”
Il Consiglio europeo è formato dai ventisette Capi di Stato e di governo dell’Unione europea a cui si accompagnano il Presidente del Consiglio europeo, il Presidente o la Presidente della Commissione europea e, dall’aggressione della Russia a Kiev, il Presidente attualmente non rieletto dell’Ucraina Volodymyr Zelens’kyj come invitato online o in presenza permanente, il o la presidente della BCE e l’Alto o l’Alta Rappresentante della politica estera e della sicurezza europea come previsto dall’art. 15 TUE.
Generosamente la “Santa Alleanza” ascolta all’inizio dei suoi lavori un breve speech del Presidente o della Presidente del Parlamento europeo che rappresenta per quel consesso il “punto A” dei lavori del Consiglio e del Coreper dedicato alle opinioni non legislative del Parlamento europeo che non hanno notoriamente nessuna influenza sulle decisioni intergovernative o confederali.
Le conclusioni delle riunioni della “Santa Alleanza” erano normalmente preparate prima dei vertici dalle diplomazie nazionali e la redazione dei testi finali sui punti più sensibili assomigliava agli “esercizi di stile” di Raymond Queneau di cui consigliamo una lettura estiva per alleggerire il peso del caos mondiale.
Durante la presidenza del Consiglio europeo del poeta belga a tempo perso Herman van Rompuy le conclusioni erano scritte dal suo capo di gabinetto e dagli sherpa dei Capi di Stato e di governo suscitando sentimenti di acuta frustrazione nei ministeri degli esteri e degli affari europei che avevano inventato il neologismo di “sherpacrazia”.
Per molti anni la presenza equilibrata di diverse culture politiche nel Consiglio europeo rappresentate da popolari, socialisti e liberali aveva dato luogo a inutili e serali riunioni conviviali dei leader nazionali dei partiti europei ai quali partecipavano i Capi di Stato e di governo appartenenti a quelle culture politiche e, prima di Lisbona, i ministri degli esteri con orientamenti ignorati dagli stessi Capi di Stato e di governo le cui logiche di decisione confederali esulavano da quelle partitiche.
Dalle elezioni del 2024 in poi l’ampia egemonia dei popolati europei nel Consiglio europeo e nella Commissione europea insieme al metodo dei “due forni” di Manfred Weber, da cui nascono ratione materiae alleanze flessibili nel Parlamento europeo fra centro-sinistra e destre estreme, ha rafforzato l’influenza delle riunioni dei leader del PPE governate dal trio tedesco Weber–Von der Leyen–Merz e dai loro sodali.
Esse raggiungono ormai un accordo preventivo sulle conclusioni del Consiglio europeo contando sulla irrilevanza dei socialisti il cui unico vero leader è ora Pedro Sanchez e dei liberali rappresentati da Emmanuel Macron che non partecipa alle riunioni dell’ALDE a cui il suo partito francese non appartiene.
Per chi si occupa da tempo di questioni europee la lettura delle conclusioni delle riunioni del Consiglio europeo prima della grande crisi finanziaria scoppiata a cavallo del primo e del secondo decennio di questo secolo fu la prova provata del sonno dei Capi di Stato e di governo, che non li ha mai abbandonati, convinti allora e a torto che l’Europa e il mondo stavano entrando in un periodo aureo di miracolo economico.
Il sonno catalettico della “Santa Alleanza”
Superata con successo la fase dell’emergenza provocata dalla pandemia del 2020, la “Santa Alleanza” è ripiombata in un sonno catalettico di fronte alla preannunciata aggressione della Russia all’Ucraina e poi alla guerra che dura da tre anni e mezzo essendo incapace di elaborare e proporre soluzioni per una pace giusta e duratura.
Così è avvenuto dopo l’assalto terroristico di Hamas alle popolazioni civili di Israele del 7 ottobre 2023 e le successive aggressioni militari di quell’organizzazione insieme militare e politica, un assalto sanguinoso a lungo preparato con la sorprendente e per ora inspiegabile inettitudine dell’intelligence e dell’esercito israeliani.
Così è avvenuto di fronte alle azioni militari in spregio del diritto e delle convenzioni internazionali che hanno provocato in ventuno mesi quasi 60.000 vittime civili, perpetrate nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania dal governo di Benjamin Netanyahu – che fu definito dalla CNN come “l’esecutivo più a destra della storia del paese” – insieme al suo ministro della difesa Israel Katz, della sicurezza nazionale Ben Gvir e del tesoro Bezalei Smotrich.
L’Unione europea non ha avuto ancora la consapevolezza dei suoi valori per sospendere l’accordo di associazione con Israele in modo da contribuire alla cessazione delle azioni in spregio del diritto internazionale del governo Netanyahu.
Il sonno catalettico ha colpito non solo la “Santa Alleanza” ma anche la Commissione europea di fronte alla più volte preannunciata guerra commerciale di Donald Trump, avviata già nella prima era trumpiana e ora concretizzata nella lettera alla “onorevole Ursula von der Leyen” del 12 luglio 2025 in cui il livello dei dazi minacciati – con l’esclusione di altri ben più elevati – passerebbe a partire dal 1° agosto dal 10 al 30%.
La Cina che non dorme
Il sonno europeo è eclatante e frutto di una inaccettabile arrendevolezza ai ricatti del primo Donald Trump proseguiti anche durante la presidenza Biden – a cui l’Unione europea e i suoi governi a cominciare da quello italiano hanno risposto con una pervicace e stupida disponibilità al dialogo e ai negoziati – se esso si compara alle reazioni ben diverse arrivate della Cina.
Essa reagì infatti nel 2019 con un ricorso, poi vinto, davanti al WTO che si concluse nel 2020 con la firma dell’accordo “Phase One” a cui è seguita ora la dura risposta cinese nel 2025 con dazi del 34% pari a quelli USA raggiungendo il livello del 125% con la sospensione dei dazi USA per novanta giorni e l’avvio di negoziati fra USA e Cina per implementare gli accordi di Ginevra.
Rispetto all’Unione europea la forza cinese sta tuttavia nella sua ricchezza di terre rare che non esistono nell’Unione europea anche perché il sonno europeo ha colpito le relazioni con il continente africano e i rapporti con il Sud Globale, e sta anche nel fatto che la Cina possiede una fetta importante del debito pubblico americano che potrebbe essere trasformato in un deprezzamento dei titoli di Stato cosa che potrebbe teoricamente avvenire con i molti risparmi europei investiti in USA, come è stato sottolineato nel Rapporto Letta, se gli europei avessero il coraggio di affrancarsi dall’imperialismo finanziario statunitense.
Non solo il “sonno europeo”
Nessuno ha per ora ascoltato fra i sonnambuli europei il suggerimento di Olivier Blanchard e Jean Pisani-Ferry su Project Syndacate e in Italia di Andrea Boitani e Roberto Tamborini su Eticaeconomia di una iniziativa europea per una “coalizione di volenterosi” per costruire una rete di accordi multilaterali con un maggior numero possibile di paesi senza gli USA fondata non solo sulla politica commerciale ma anche sulle questioni sociali, della salute e ambientali.
Non è il sonno europeo invece ma il frutto di scelte politiche sciagurate e dannose per l’economia e la sostenibilità europea decise dai governi, dalla Commissione europea e dalle alleanze di destra nel Parlamento europeo che hanno l’obiettivo di demolire le regole della transizione ecologica, di applicare la politica dei respingimenti dei migranti e dei richiedenti asilo e di indebolire il sistema europeo dell’infosfera per obbedire al liberismo del mercato statunitense.
Non è il sonno europeo ma il cedimento all’imperialismo di Donald Trump, piuttosto che la risposta alle minacce di Vladimir Putin, all’origine della decisione presa all’Aja di aumentare mediamente le spese militari a livello nazionale – ciascuno per sé – fino al 3.5% del PIL entro il 2029 e poi fino al 5% entro il 2035 se non cambierà nel frattempo la politica militare di Washington verso l’Europa con la conseguenza che questi aumenti colpiranno le economie europee e non avranno nessun effetto sulla creazione di una difesa comune europea nel quadro di una politica estera europea.
Non sarà il sonno europeo ma una logica perversa la scelta condivisa da alcuni governi e preannunciata dalla Commissione europea ma mai smentita di rinazionalizzare le spese europee mantenendo i contributi nazionali secondo il metodo del NGEU nonostante le forti riserve del Parlamento europeo sostenute in Italia dal Movimento europeo e dal Forum Diseguaglianze e Diversità (LINK) a cui si aggiungono da parte del Movimento europeo proposte per colpire esternalità negative e finanziare beni pubblici europei.
Due strade parallele per il cambiamento
Per superare il metodo dei “due forni” e rispondere alle alleanze di centro-destra che si sono andate costituendo fin dalla fine della scorsa legislatura ci sono due strade parallele e complementari che riguardano l’avvio di un percorso costituzionale a trattati costanti il cui elemento essenziale sarà il conflitto sul Quadro Finanziario Pluriennale fra il Parlamento europeo da una parte e il Consiglio insieme alla Commissione europea dall’altra e l’apertura a termine di un processo costituente con l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa fra quelli che lo vorranno e cioè di un modello federale per superare l’attuale sistema confederale come è stato recentemente preconizzato da un dossier de L’Espresso e da Roberto Benigni nel suo “Sogno Europeo” (Einaudi, 2025).
Il conflitto sul bilancio europeo richiederà una alleanza fra una maggioranza di innovatori nel Parlamento europeo ed un’ampia rete delle organizzazioni rappresentative della società civile, del mondo del lavoro e della produzione aprendo l’assemblea e le commissioni parlamentari a forme innovative e deliberative di riscoperta del metodo del “bilancio partecipativo”.
L’avvio di un processo costituente richiederà invece tempi più lunghi nella prospettiva delle elezioni europee che avranno luogo nel giugno 2029 in vista delle quali si dovrà preparare il terreno con un confronto sin d’ora fra le fondazioni dei partiti politici europei e i parlamenti nazionali immaginando riunioni di assise inter-parlamentari su temi di interesse comune anche con i paesi candidati all’adesione, riprendere la proposta delle liste transnazionali e studiare l’idea de L’Espresso di un referendum paneuropeo insieme alle elezioni europee per l’attribuzione al Parlamento europeo di una missione costituente.


