Gran Chaco. Ci sono voluti più di 200 milioni di anni perché si formasse
Durante il Mesozoico l’unico grande continente, Pangea, si è frantumato in 7 pezzi che si sono allontanati distribuendosi sulla superficie di Panthalassa, l’unico grande Oceano. Uno di questi 7 pezzi, una pianura piatta come un biliardo, assunse il profilo del Sudamerica. 100 milioni di anni fa il bordo occidentale del nuovo continente si sollevò, dal livello del mare fino a 7.000 metri di altezza formando la cordigliera delle Ande. A nord e a sud nessun ostacolo montuoso all’arrivo dei venti gelidi meridionali e torridi settentrionali, capaci di causare escursioni termiche di decine di gradi in poche ore. Un laboratorio di sperimentazione di biodiversità. 20 milioni di anni fa le acque del mare sommersero il Gran Chaco: un immenso golfo che occupava spazi oggi appartenenti ad Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay. Quando le acque si ritirarono lasciarono un suolo creato da sedimenti dei fiumi che scendevano dalle Ande, livellato ed altamente salino. Ecco fatto, lo scenario è pronto. Mancano solo gli attori. L’Homo sapiens, apparso nel cuore del Continente Nero, lascia l’Africa circa 125.000 anni fa, diretto ad oriente. Con un viaggio durato oltre 100.000 anni arriva in Mongolia, Cina, Nuova Guinea, Australia ed Oceania. Gli manca solo un ultimo balzo.

Cosa spingeva i protagonisti del viaggio più lungo intrapreso dall’uomo, dal cuore dell’ Africa a quello del Sudamerica? Ricerca di nuovi terreni di caccia o aree di pesca, fuga da conflitti con comunità più agguerrite ed una terza motivazione: il desiderio ancestrale dell’essere umano di andare aldilà del suo orizzonte . Quale che fosse il motivo, tre furono i probabili itinerari. Tre ipotesi, forse tutte realizzatesi, in una o più ondate, più o meno forti, intermittenti nell’arco di parecchie migliaia di anni.
Primo itinerario 15/10.000 anni fa. Da nord, attraverso lo stretto di Bering.

E’ questa, delle tre, l’ipotesi più nota ed accreditata.
Siamo in un periodo di raffreddamento, le acque si accumulano nelle calotte polari, il livello del mare nello stretto di Bering si abbassa. Emerge una terra chiamata Beringia. Venti tiepidi provenienti dal Pacifico Impediscono che la banchisa polare arrivi fin qui. La strada è aperta, i primi scopritori dell’ America, 12 o 15.000 anni prima di Cristoforo Colombo, la percorromo. Sono asiatici ed iniziano una lenta discesa per l’ America del Nord, l’istmo di Panama, verso il Sudamerica. Per strada lasciano tracce che conducono, incredibilmente, proprio nel luogo nel quale ha avuto inizio la storia del Museo Verde.
Nel 2015, a Karcha Bahlut, una missione archeologica del CNR cercava i resti degli Anabsoro semidei che, secondo la leggenda raccontata dal cachique Bruno Barras, erano stati li sepolti. Trovarono resti umani e dei manufatti: collane di anellini, ceramiche, utensili. L’ archeologa Maria Rosaria Belgiorno li confrontò con quelli trovati molte migliaia di km più a nord, nel Kansas, nel cuore degli Stati Uniti d’America, appartenenti ai Lakota, sottoguppo dei Sioux. Erano identici. Gli Anabsoro erano Lakota?
C’è poi un’ altra traccia a riprova di una immigrazione dal nord.I resti umani trovati dalla missione del 2015 erano sepolti tra accumuli di conchiglie di gasteropodi, secondo la leggenda, una discarica creata dagli Anabsoro, che divoravano i molluschi e ne gettavano i gusci. Cumuli identici sono disseminati in altre località paludose del Paraguay e lungo tutta la costa del Brasile ove si chiamano sambaquì.
Secondo itinerario, 10.000 anni fa, lungo l’equatore, attraverso il Pacifico.

Non fu la via di emigrazioni di massa ma può essere stata percorsa, magari in varie riprese, da gruppi di Ulissidi polinesiani o melanesiani, capaci di muoversi su di un mare sconfinato senza carte né strumenti, servendosi di promemoria formati con stecche di bambù intrecciate e conchiglie e del loro intuito marinaresco. In tempi più recenti il capitano Cook racconta nei suoi diari con stupita ammirazione che Tupaia, un polinesiano che aveva a bordo sapeva sempre, senza strumenti, dove la nave si trovasse.
Erano inoltre in grado di costruire scafi a vela con bilancieri o catamarani, di buone dimensioni. La versione arcaica delle canoe a vela delle isole Ebridi (Melanesia), che trasporta 40 uomini e di quella in uso nell’ Oceania, che supera i 20 metri.
Le condizioni climatiche erano simili a quelle di oggi e le pilot charts ci dicono che navigare da ovest verso est nel Pacifico, contro il vento e le correnti generate dagli Alisei, è impresa proibitiva anche per una imbarcazione a vela di oggi. La strada era sbarrata, ma c’era un piccolo varco. All’altezza dell’equatore gli Alisei contrari non arrivano in un corridoio che i manuali di navigazione lo chiamano Zona di Convergenza Inter Tropicale. Qui si alternano venti variabili, lunghe bonacce ed improvvise burrasche ed una corrente scorre costantemente verso est, ad una velocità che può raggiungere i 2 nodi, capace di spingere un natante una quarantina di miglia al giorno verso l’America, distante 2 o 3mila miglia. Un Ulisse polinesiano può avere imboccato il corridoio della ZCIT per arrivare in qualche mese, sulle coste del nuovo Mondo.

Questo spiega perché gli Enlhet del Paraguay usavano l’arco fionda come i Melanesiani dell’Oceania e perché le pitture corporee dei Caduveo e dei Terena del Pantanal, il Chaco brasiliano, ricordano i tatuaggi Maori?
Forse.
Terzo itinerario, 7/5.000 anni fa. A sud, passando per l’Antardide.

Questa teoria, sostenuta da illustri studiosi, può sembrare rocambolesca perché il percorso passa per le acque tempestose delle alte latitudini, i cosiddetti 50 urlanti, con onde come palazzi capaci di fare in mille pezzi le fragili imbarcazioni del Pacifico, e per la costa dell’Antartide coperta dalla banchisa polare.
Siamo però in una epoca di straordinario riscaldamento del clima.
La differenza termica tra zone temperate e regione antartica è minore di quella di oggi e, dato che il vento è generato dalla differenza di temperatura, è possibile che i venti violentissimi delle latitudini più basse si siano moderati rendendo navigabile il tratto di mare tra Australia, Tasmania ed Antartide. In estate una frangia della costa antartica, libera dai ghiacci come avviene oggi in Groenlandia, è percorribile via terra fino all’altezza dello stretto di Drake che separa l’Antartide dalla Terra del Fuoco. Tracce di questo passaggio, verificatosi nell’arco di decenni o di secoli, potrebbero essere nascoste sotto i ghiacci polari.
Lo stretto di Drake è largo 350 miglia, la distanza che separa l’Isola di Malta dalle Isole Greche nel Mar Ionio. Un ostacolo superabile per i depositari di un’antica cultura marinara.
Questo spiega perché ci sono tante similitudini tra la lingua degli aborigeni australiani e quella degli abitanti della terra del Fuoco e anche perché i Payagua, popolo estinto che ha dato il nome al Paraguay, usavano armi da getto simili al boomerang?
Forse.
Tra 5.000 e 500 anni fa, una complessa dinamica migratoria.

Nell’arco di svariati millenni, flussi migratori ad ondate intermittenti di maggiore o minore intensità, provenienti da nord via terra, da occidente e da sud con un percorso marittimo e terrestre, sono arrivati fino al cuore del Sudamerica. Asiatici, Melanesiani, Polinesiani, Australiani ed altri popoli hanno seguito un percorso a tappe, con soste durate anni o decenni.
I secoli precedenti l’arrivo degli spagnoli sono caratterizzati da una dinamica di incontri, scontri, rimescolamenti, alleanze, fusioni e conflitti come quello che concluse la storia narrata nel mito degli Anabsoro.
Si pongono le premesse per un un quadro antropomorfico e culturale complesso, oggi articolato in 23 Popoli o Etnie e 10 gruppi linguistici. Una piccola Babele. Gli abitanti del Chaco sono l’espressione di una eterogeneità antropologica, perché sono arrivati nel Chaco dall’Asia, dalla Polinesia e dall’ Australia, e di una diversità culturale che con il tempo l’influenza di un ambiente naturale dalle caratteristiche spiccate ha finito per racchiudere in un contesto di omogeneità .
Verso la fine di questo periodo, fuori dai confini del Chaco, si sviluppano due grandi culture che influenzano, marginalmente, la dinamica ora descritta.
Il Chaco, i Guarani e le culture andine.

Il Chaco divenne una sorta di zona cuscinetto.
Nel 1.100 d.c. un ramo della famiglia Tupi Guarani lascia le foreste tropicali dell’est del Brasile diretta al sud. Si divide in 3 sottogruppi: Guarani Kaiowa, Guarani Mbaya e Guarani Nandeva e si installa tra il Brasile meridionale, il Paraguay Orientale e il nord dell’Argentina e si ferma sulle sponde del rio Paraguay. Perché? La risposta è semplice: i Guarani sono agricoltori e il Chaco, letto di un antico mare con un terreno ad alta salinità, si presta più alla caccia e raccolta di frutti che alla coltivazione. La regola non è tassativa perché in Bolivia esiste una importante collettività di Ava Guarani ed in Paraguay c’è una significativa presenza di Guarani Occidentali, ma nel complesso accettabile.
I Guarani hanno comunque esercitato una influenza importante: il loro idioma è di fatto lingua veicolare in gran parte del Chaco ed è, con lo spagnolo, lingua ufficiale in Paraguay.
Nel 1200 d.c., un secolo dopo la discesa dei Guarani, fiorisce l’impero Inca, spesso identificato con la civiltà andina ma che è stato preceduto da grandi culture come quelle dei Nazca, dei Paracas e dei Cibcha, che dura solo 3 secoli ed è distrutto dai conquistadores di Pizarro. E’ un picco di straordinario livello raggiunto dai Popoli Originari ma è un fenomeno relativamente episodico nel contesto di una storia lunga 10/15.000 anni. Sul Gran Chaco la cultura inca ha un’influenza indiretta. Popolazioni in fuga dal regime incaico scendono dalle Ande nelle pianure del Chaco e contribuiscono alla dinamica migratoria di questa regione.
Questo spiega perché i motivi decorativi delle ceramiche Ava Guarani ricordano quelli di ceramiche andine?”
Forse.
Arriviamo così alla vigilia di un avvenimento destinato a incidere drasticamente e drammaticamente sul contesto socio antropologico del Continente sudamericano: L’ arrivo dell’uomo bianco. Di questo parleremo in una prossima puntata.


