«Alle prime luci dell’alba (ndR: il 7 ottobre 2023) da Gaza sono piovuti 5.000 razzi che hanno causato vittime e feriti. Poi da decine di punti lungo il confine, miliziani armati di Hamas sono penetrati in territorio ebraico e nei kibbutz a ridosso della Striscia da cielo, terra e mare, prendendo in ostaggio civili e militari e uccidendone altri, mentre la gente correva a barricarsi nei rifugi.»
«Gaza aveva le fragole. Le più buone di tutte. Tutti volevano le fragole di Gaza. Ora non c’è più niente. Lo sanno tutti che a Gaza non c’è più niente. A Gaza hanno vietato all’acqua di correre e all’erba di crescere, come ai bambini. I bambini non si ricordano più delle fragole.»
«L’intera area settentrionale è stata sequestrata e ci è stato vietato di accedervi» racconta Imad, un abitante del villaggio di Buquin, nella parte settentrionale della Cisgiordania, mostrando il terreno davanti a lui. «Le autorità e i coloni israeliani si impossessano regolarmente di terreni agricoli …, estromettendo forzatamente gli agricoltori palestinesi dalle loro terre e sottraendo loro le risorse» denunciano le organizzazioni. «Dopo aver sequestrato la terra, spesso le forze israeliane e i coloni distruggono e sradicano colture e frutteti per liberare spazio da adibire all’ulteriore espansione degli insediamenti.»
I tre brani introduttivi sono sufficienti a riassumere la storia del conflitto tra Israele e Palestina, ricalcando le centinaia di racconti analoghi di odio e violenza che hanno attraversato un secolo e mezzo della storia di Israele, un tempo Palestina, anticamente Israele.

Il primo racconta l’orribile massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, gli altri due la guerra di rappresaglia senza pietà contro Gaza e la Cisgiordania, emblema quest’ultima di uno sradicamento sempre più marcato dei Palestinesi da quella che fu un tempo la loro terra, dove i coloni si insediano progressivamente sequestrando e distruggendo case e terre abitate da generazioni, costringendo la popolazione araba a un esodo forzato. Dove commettere violenze non solo sulla proprietà ma sulle persone è una facoltà che coloni, militari e polizia israeliani esercitano senza timore di essere perseguiti.
Una guerra totale, che non risparmia nemmeno il resto di Israele, a Gerusalemme est ad esempio, dove la popolazione araba è soggetta alla pressione costante del sionismo messianico, sempre più emarginata da un progetto di conquista urbanistica e immobiliare della Città Vecchia.
Ma quali sono le motivazioni religiose, politiche e territoriali di questo conflitto? Ne sintetizziamo le fasi principali, offrendo a chi legge elementi di giudizio per comprendere le radici dello scontro.
Le origini del sionismo e il mandato britannico (fine XIX sec.-1947)
Con la nascita del sionismo, fondato da Theodor Herzl nel 1897, diventa concreto l’ideale di una patria per il popolo ebraico in Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano. In parallelo, anche la popolazione arabo-palestinese afferma una propria identità nazionale e si oppone alla crescente immigrazione ebraica.
Nel 1916, con l’accordo Sykes-Picot, Francia e Gran Bretagna decidono che il territorio della Palestina ottomana venga assegnato alla fine della guerra al Regno Unito e nel 1917 inizia così il mandato britannico della Palestina, che durerà fino al 1947 e che con la dichiarazione Balfour aprirà la strada all’immigrazione ebraica, prevedendo però il rispetto per le comunità non ebraiche.
Il controllo britannico della Palestina diventa effettivo solo nel 1920. Il conflitto tra coloni ebrei e popolazione araba si intensifica, anche con l’uso del terrorismo da ambedue le parti, con l’incremento dell’immigrazione ebraica negli anni 30 e 40, soprattutto con l’inizio della Shoah, dando luogo a varie rivolte arabe.
Si rafforza in questo periodo, con David Ben Gurion alla guida, il movimento sionista più radicale, che nella teoria e nella prassi anche violenta persegue il progetto di un uno Stato interamente ebraico in Palestina e l’espulsione della popolazione araba.
La nascita di Israele e le guerre con i Paesi arabi (1947–1979)
Nel 1947 l’ONU, con la risoluzione 181, propone di ripartire la Palestina in due Stati, uno ebraico (corrispondente a più di metà del territorio più fertile mentre gli insediamenti ebraici corrispondevano al 10% della popolazione) e uno arabo, ponendo Gerusalemme sotto controllo internazionale. Mentre i vertici ebraici accettano, i leader arabi, ritenendosi ingannati dalle condizioni previste, rifiutano e questa decisione permette a Ben Gurion di affermare il suo progetto.
Il 14 maggio 1948 nasce lo Stato d’Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq, Libano) attaccano Israele dando inizio alla prima guerra arabo-israeliana, a seguito della quale Israele amplia i propri confini, l’Egitto occupa la striscia di Gaza, dove viene creato dalla Lega Araba un governo palestinese, e la Transgiordania annette la Cisgiordania, formando il regno di Giordania. Avviene quest’anno la prima grande diaspora o nakba (cioè «catastrofe», che alcuni storici definiscono l’inizio di una vera e propria pulizia etnica) per 700.000 Palestinesi, che fuggono o vengono espulsi.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), braccio politico di Fatah, che considera Palestina l’intero territorio di Israele e che dal 1969 è guidata da Yasser Arafat, acquistando una veste sempre più istituzionale.
Nel 1967, con la guerra dei Sei Giorni, Israele conquista la Cisgiordania, la striscia di Gaza e il Sinai, le alture del Golan e Gerusalemme Est, i territori ancora oggi al centro del conflitto.
Nel 1973, con la guerra del Kippur, Egitto e Siria attaccano Israele per riconquistare i territori perduti, ma la guerra finisce con una tregua che conferma lo status quo precedente.
Nel 1979 a Camp David, vengono firmati gli accordi di pace tra Israele ed Egitto.
Dalla prima alla seconda intifada (1987–2005)
Nel 1987 scoppia nei territori occupati una grande rivolta popolare palestinese contro Israele (prima intifada), che dura fino al 1993, e nel 1988 l’OLP proclama ad Algeri l’indipendenza della Palestina.
Nel 1993, con gli accordi di Oslo tra Arafat e Rabin nasce l’Autorità Nazionale Palestinese e viene ripresa l’idea dei “due Stati”, affermando i diritti palestinesi all’autogoverno della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Arafat impegna l’OLP nel riconoscere il diritto all’esistenza di Israele. Nel 1998, a seguito di azioni terroristiche palestinesi, i rapporti tra ANP e Israele si raffreddano, allontanando la formazione dello Stato palestinese.
Nel 2000, al nuovo vertice di Camp David, Israele propone la formazione di uno Stato palestinese nella striscia di Gaza e in gran parte della Cisgiordania, ma Arafat rifiuta.
Nello stesso anno ha origine la seconda e più violenta intifada, che dura fino al 2005, quando Israele si ritira da Gaza, mantenendo il controllo dei confini terrestri, marittimi e dello spazio aereo.
L’affermazione di Hamas e il continuo conflitto con Israele (2006–oggi)
Nel 2004, dopo la morte di Arafat l’OLP perde rapidamente consenso e nel 2006 Hamas, movimento islamista radicale sunnita che nega il diritto all’esistenza di Israele, vince le elezioni palestinesi e si afferma come principale forza politica palestinese.
Nel 2007, a seguito dello scontro tra Hamas e Fatah, il primo prende il controllo di Gaza, da allora sotto blocco israeliano, il secondo della Cisgiordania.
Da allora i ripetuti conflitti armati tra Israele e Hamas (2008–09, 2012, 2014, 2021, 2023–25) allontanano sempre più la pace in Palestina e, dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, la reazione israeliana si abbatte duramente su Gaza e sulla Cisgiordania.
Gli eventi del 7 ottobre, giustificati dall’Iran, da Hezbollah in Libano e dagli Houthi dello Yemen, che coopereranno apertamente con Hamas nel nuovo conflitto, avvengono inoltre in coincidenza con la firma degli accordi di Abramo tra Israele e l’Arabia Saudita, nell’evidente proposito di allontanare ogni possibilità di pace con Israele, che intraprende azioni militari e uccisioni mirate nei Paesi nemici confinanti e in Iran.
La pace è possibile?
La situazione odierna è appesa all’accordo di pace della presidenza Trump, anche se con il limite di fondo che, come ricorda lo storico israeliano Ilan Pappé, dal 1967 «“portare la pace in Palestina” è sempre stato inteso come un piano messo a punto esclusivamente dagli Stati Uniti e da Israele, senza che i Palestinesi venissero consultati seriamente, né minimamente rispettati» (I. Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Roma, Fazi editore, 2015).
Se la prospettiva dei due Stati (Israele e Palestina indipendenti) rimane quindi l’obiettivo di molti organismi internazionali, oggi sembra ancora più lontana che in passato, con il beneplacito delle fazioni più estremiste sia nei territori occupati sia in Israele.
Un amaro film del 2024, Shoshana, mostra l’ineluttabilità del conflitto tra Ebrei e Palestinesi, in uno scenario nel quale, commenta il regista Michael Winterbottom, «l’estremismo politico e la violenza creano una separazione tra le persone e le costringono a scegliere da che parte stare».
La pace è l’unica via per risolvere un conflitto che da troppo tempo mina la convivenza tra Israeliani e Palestinesi e le relazioni tra Israele e gli Stati arabi, rappresentando un grave pericolo per la stabilità internazionale, ma questo richiede quanto è sembrato impossibile fino ad oggi: abbandonare l’affermazione della pace con la forza e percorrere la difficile strada della ricostruzione di un tessuto politico e sociale fondato sul riconoscimento reciproco.
Immagine di apertura: Manifestazione antisionista alla Porta di Damasco a Gerusalemme l’8 marzo 1920, Wikimedia Commons