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    Home»Europa»La libertà di informazione non è negoziabile
    Europa

    La libertà di informazione non è negoziabile

    Fabrizio SummonteDi Fabrizio SummonteOttobre 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    È entrato pienamente in vigore l’8 agosto l’European Media Freedom Act  (EMFA) il regolamento europeo che cambia il punto di vista sulla libertà d’informazione nei paesi UE.

     Si tratta di un testo complesso, diviso in cinque sezioni e 29 articoli che potete trovare qui.

    Approvato nel febbraio dello scorso anno, e operativo in alcune parti già dal 7 maggio 2024, l’Emfa nasce con lo scopo di stabilire nuove regole per tutelare l’indipendenza e il pluralismo dei media nell’era digitale.  Ma anche per proteggere i giornalisti e le loro fonti d’informazione.

    “La libertà dei media non è negoziabile – spiega Sabine Vehreyen, vicepresidente dell’Europarlamento – ma è il pilastro della nostra democrazia”.

    L’obiettivo è molto ambizioso, ed è quello di tracciare un confine fra i Paesi che mettono al primo posto la difesa della libertà di stampa, e quelli che sono pronti a subordinarla ad altri fattori, quali la stabilità dei governi e l’interesse nazionale.

    Il modello, inutile nasconderlo, è il primo emendamento della Costituzione americana: “Il Congresso non farà leggi… che limitino la libertà di parola e della stampa…”  con tutto quel che segue. Ed è interessante notare che la libertà di stampa veniva messa sullo stesso piano della libertà di professare una religione, dunque anoverata fra i diritti primari della persona.

    Il Media Freedom Act non è perciò solo un manifesto, un biglietto da visita che l’UE presenta agli altri attori della scena internazionale, ma anche un documento destinato a dividere l’Europa al suo interno. Ci sono Paesi, infatti, in cui i governi limitano l’attività dei giornalisti, controllano le loro fonti d’informazione, li spiano, li intimidiscono.

    Nella classifica mondiale di Reporters sans Frontières l’Italia ha perso sei posizioni in due anni: ora è al 49 esimo posto. Al primo posto c’è la Norvegia, seguita da Estonia, Olanda e Svezia.

    Ma non è solo una questione politica (il punto più basso l’Italia lo raggiunse nel 2016, all’epoca del governo Renzi: 77esimo posto). Pesano, nel valutare l’indice della libertà di stampa, anche le intimidazioni che giornalisti e media subiscono da parte di organizzazioni criminali e di “piccoli gruppi estremisti violenti”.

    Poi ci sono alcuni aspetti culturali da non sottovalutare. Il Media Freedom Act tocca aspetti sensibili in un Paese come il nostro, quali la trasparenza della proprietà dei media e i limiti dell’intervento pubblico.

     Ed è proprio su questo punto che si concentrano i rilievi del governo italiano, che ha immediatamente presentato un esposto contro il Regolamento europeo. Nel mirino in particolare l’articolo 5 del Media Freedom Act, quello che tutela l’indipendenza del servizio pubblico, dei direttori e del consiglio d’amministrazione. Fino a indicarne le procedure di nomina e di licenziamento. Un modello in evidente contrasto con la governance della RAI, che è tutta in mano alla politica, attraverso il Parlamento e il Governo, con il ministero dell’Economia. E che peraltro non sta dando una grande dimostrazione di efficienza: da un anno esatto (Marinella Soldi si dimise il 10 agosto 2024) la Rai è senza presidente, perché i partiti non trovano l’accordo sul nome prescelto.

    Sindacati come la Cgil e associazioni di giornalisti (da Articolo 21 a Stampa romana) hanno presentato invece esposti di segno contrario, chiedendo che l’Italia si adegui il prima possibile, con una nuova legge, agli standard europei.

    Falliti i tentativi di trovare un compromesso, durante la lunga fase che ha preceduto l’entrata in vigore del Regolamento, ora il nostro Paese potrebbe essere soggetto a una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea. Un rischio solo teorico per il momento, perché anche a Bruxelles si rendono conto che il Freedom Act ha valore soprattutto in quanto manifesto di regole e di principi. Vuol essere un traguardo da raggiungere, non un’imposizione. Anche per questo sarà lasciato del tempo ai Paesi per adeguarsi. Ma prima o poi anche l’Italia dovrà andare in quella direzione.

    era digitale European Media Freedom Act libertà di informazione media pluralismo dei media
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    Fabrizio Summonte

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