Il 3 novembre scorso il Presidente del CNR, Prof. Andrea Lenzi, ha presentato la quinta edizione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia” preparata da un team di ricercatori di vari istituti del CNR. Si tratta ormai di un importante appuntamento per la comunità scientifica e imprenditoriale per valutare in maniera obiettiva i trend dei principali indicatori del mondo della formazione universitaria e della ricerca e sviluppo (R&S) nazionali.
Il testo della Relazione può essere consultato sul sito CNR ed è ricco di considerazioni e dati esposti in sette capitoli che fotografano la situazione italiana, anche rispetto ai competitori europei e internazionali.
È un documento importante da conoscere in toto, di seguito mi limito a riportare e commentare solo alcuni degli aspetti esposti che indicano anche da una parte le lacune e gli errori effettuati nel passato e dall’altra le probabili traiettorie future per la formazione terziaria e il sistema R&S e gli interventi necessari per modificarle, almeno in parte, ove non soddisfacenti.
Alta formazione
Purtroppo quest’ambito della formazione è stato da anni negletto dai governi nazionali, pertanto non sorprende che siamo in una posizione di retroguardia nell’UE.
“Le caratteristiche strutturali dell’accademia italiana segnano un certo distacco da quelle dei partner europei: minore spesa per formazione terziaria, soprattutto da parte dello Stato, profilo demografico maturo del corpo docente, rapporto relativamente sfavorevole rispetto alla numerosità degli iscritti e una bassa incidenza dei laureati rispetto alla popolazione”.
In totale in Italia vi sono 100 università: 69 statali e 31 private, fra le quali 11 sono telematiche. La spesa per la formazione terziaria nel nostro Paese è pari a circa l’1% “quando invece tocca l’1,3% nella UE e l’1,5% nell’OCSE”.
Occorre specificare che la spesa pubblica è sostenuta da risorse pubbliche solo per il 60%, mentre ben il 34% è il contributo delle famiglie (il 6% solo è sostenuto da imprese ed altri).
In molti altri paesi avanzati l’apporto pubblico è percentualmente più elevato, oscillando tra l’84% della Germania e il 67% della Spagna, dati che si confrontano con il 76% medio dell’UE e il 68% dei paesi OCSE -Organizzazione Cooperazione e Sviluppo Economico-. Il 34% a carico dalle famiglie italiane spinge il nostro paese ampiamente al di sopra del 13% in media per le famiglie dell’UE e al 19% della media OCSE.
Questi sopra riportati (inadeguato contributo pubblico e alto costo d’iscrizione per le famiglie) sono due delle pecche del nostro sistema universitario, cui bisogna aggiungerne almeno altre due macroscopiche. Da una parte “un’offerta formativa relativamente scollata dalle esigenze del mercato del lavoro” per i ritardi delle università a rinnovarsi, per lo scarso dialogo fra i due mondi, ma anche per “una bassa penetrazione dell’economia della conoscenza nel nostro tessuto produttivo” che resta indietro rispetto a quelli dei paesi first comer.
L’ultima che citiamo è la variabile demografica. Nel testo gli autori parlano di “glaciazione demografica” ricordando che dal picco di nascite nel 2008 (circa 580 mila), siamo arrivati al bassissimo valore del 2023 (circa 380 mila). Questa rapida diminuzione di giovani in prospettiva nel nostro paese già crea un deficit di iscritti alle università oggi e si teme che esso peggiorerà nel prossimo futuro non essendo neanche in parte contrastato dall’iscrizione di studenti di altri paesi. Infatti l’Italia “non solo ha la quota più bassa di immigrati con istruzione universitaria tra tutti quelli dell’UE, ma mostra anche la seconda quota più bassa di nativi con istruzione terziaria (21% vs 34%)” [1]
Ricerca & Sviluppo
In Italia l’impegno pubblico e privato nel settore della Ricerca e Sviluppo (R&S) è leggermente migliorato negli ultimi undici anni (dati OCSE[2] del ’22) passando dal 1,22% nel 2010 al 1,51% nel 2020, ma questo dato è in parte dovuto al diminuire del PIL nazionale.
Però “la spesa italiana in R&S, pur in crescita in termini assoluti (da 25,9 miliardi USD nel 2006 a quasi 40 miliardi nel 2023), rimanga strutturalmente inferiore rispetto alle economie più avanzate, sia in valore assoluto che in rapporto al PIL”. Per altro si nota con disappunto il decremento del valore percentuale dal 2020 al 2023 (Vedi Tab. 2).
“Persistono criticità legate alla frammentazione degli investimenti, alla limitata integrazione tra pubblico e privato, e alla scarsità di meccanismi di finanziamento competitivi di lungo periodo. Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla bassa incidenza della R&S sul PIL, che riflette un tessuto produttivo ancora poco orientato ai settori più innovativi e ad alta intensità tecnologica”.
La componente 2 della Missione 4, denominata “Dalla Ricerca all’impresa” delle Misure del PNRR è gestita dal MUR (Ministero Università e Ricerca) ed è stata “finanziata con 8,5 miliardi di euro”. L’obiettivo principale era quello di favorire il trasferimento tecnologico fra la ricerca pubblica (università ed enti pubblici di ricerca) ed il sistema produttivo per colmare il gap di collaborazione fra i due sistemi, come detto in precedenza. Non si ha ancora una valutazione dell’impatto provocato dal PNRR sul sistema R&S nazionale, anche se si teme che, al termine della Misura (entro il 2026), molti risultati non siano opportunamente consolidati.
[1] Frattini T. e Dalmonte A. 2024. Immigrant Integration in Europe, 8th Migration Observatory Report, Torino, Centro Studi Luca d’Agliano e Collegio Carlo Alberto
[2] OCSE “Main Science and Technology Indicators”, September 2022
Le donne e gli uomini nella Ricerca: la situazione
Abbiamo già citato che in Italia abbiamo il più basso numero di laureati rispetto alla popolazione a livello UE-27 ed anche a livello OCSE. Abbiamo anche il non invidiabile primato di essere l’ultimo fra i grandi paesi OCSE rispetto al numero di ricercatori pubblici e privati, circa 6,5 su mille unità di forza lavoro.
Tab. 3 I ricercatori in rapporto a mille unità di forza lavoro in alcuni paesi dell’OCSE dal 2006 al 2023
“Il contenuto livello di ricercatori in rapporto alla forza lavoro indica una debole integrazione tra sistema produttivo e ricerca, e segnala la necessità di politiche mirate a valorizzare le carriere scientifiche, incentivare l’assunzione di ricercatori nel settore privato e rafforzare la capacità attrattiva delle università e degli enti pubblici. Un investimento strutturale nel capitale umano della ricerca rappresenta una condizione essenziale per l’innovazione e la competitività del paese”.
Questo è senz’altro auspicabile, ma oltre al calo demografico occorre ricordare l’esodo continuo di tanti concittadini laureati verso l’estero (secondo dati ISTAT, rappresentano circa il 38% degli espatriati) come ho meglio specificato in un altro documento[1]. “Perché vanno via ?” si chiede, commentando la Relazione, nel suo recente articolo Nunzio Ingiusto.
Le risposte sono molteplici; elenchiamo alcuni dei punti su cui occorrerebbe intervenire rapidamente e con decisione.
La penuria dei fondi assicurati dal governo per Università e Sistema R&S.
La debolezza e le storture del sistema universitario.
“La frammentazione e debolezza del tessuto industriale, privo di grandi imprese capaci di trattenere know-how, -che- espone l’Italia a un rischio di marginalizzazione tecnologica”.
Il fatto che “l’Italia ha un numero di invenzioni brevettate assai inferiore a quello dei suoi principali partner commerciali”.
Il fatto che l’impresa italiana con maggiore numero di brevetti è ora divenuta un gruppo che ha la sede fuori dal nostro paese, come ha fatto anche la Fiat ed altre imprese importanti.
Il fatto che “i brevetti sviluppati da inventori italiani finiscono troppo spesso sotto il controllo di soggetti esteri, privando il paese della possibilità di capitalizzare innovazioni critiche”.
“La necessità di ripensare i sistemi di valutazione, orientandoli verso modelli più formativi e sensibili alle specificità disciplinari. Le esperienze internazionali evidenziano l’importanza di bilanciare accountability e libertà accademica, promuovendo pratiche capaci di sostenere innovazione, qualità e impatto sociale della ricerca”.
Continuare a promuovere l’equità di genere nel mondo dell’università e della ricerca, come ha fatto la Commissione Europea con “l’introduzione di strumenti strategici come i Gender Equality Plans (GEP), obbligatori nei bandi Horizon Europe dal 2022”. In merito “l’Italia registra progressi più recenti e frammentari”.
[1] P. Ragni “Alta formazione e Ricerca: un nuovo rinascimento per l’Italia della conoscenza” in “Atti XIV Convegno Nazionale INBB” – https://www.inbb.it/documenti/atti-di-convegni/
Le donne e gli uomini nella Ricerca: risultati incoraggianti
Le Misure PNRR di cui abbiamo accennato in precedenza, “hanno portato all’assunzione di più di 12.000 nuovi ricercatori e dipendenti a tempo determinato, ma si rileva una forte incertezza sulla effettiva garanzia della continuità occupazionale e il consolidamento dei risultati raggiunti a causa dell’assenza di una visione strategica di lungo periodo e di richiesta di competenze di alto livello dal sistema imprenditoriale nazionale”.
Il MUR è intervenuto quest’anno per supportare le nuove realtà generate con il supporto del PNRR in modo, in prospettiva, di dare uno slancio per superare il 2026, anno di conclusione delle Misure, ci auguriamo che siano sufficienti ad evitare un gran numero di precari rimasti senza lavoro.
Inoltre uno dei più importanti strumenti promossi e finanziati dalla UE è il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) parte fondamentale del pilastro “Scienza Eccellente” di Horizon Europe.
Ebbene, per i grant ERC vinti (vedi Fig. 1) “in termini assoluti, l’Italia si colloca al quinto posto per numero di progetti vinti nel decennio, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Paesi Bassi, con una media annua stabile che oscilla tra i 40 e gli 80 progetti. Questo risultato conferma la qualità della comunità scientifica italiana, pur evidenziando un gap strutturale rispetto ai paesi con maggiore capacità di attrazione e consolidamento di carriere scientifiche stabili”.
Fig. 1 Colorazione dei paesi in base al numero di Grant ERC vinti (2014-2024)
Questo buon risultato è inoltre avvalorato dal fatto che “le donne rappresentano circa il 44% dei Principal Investigator, con una significativa partecipazione nei grant più junior”.
“Nella distribuzione geografica dei grant ERC 2024 in Italia per area geografica (Figura 2), si osserva un marcato divario Nord-Sud: il Nord-Ovest (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia) ospita da solo 34 progetti, quasi il 41% del totale nazionale. Il Nord-Est (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna) e il Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) seguono con 21 progetti ciascuno (~26% a testa). Sud e Isole (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) risultano nettamente distaccati, con soli 6 progetti ERC assegnati nel 2024 (circa 6% del totale)”.
Fig. 2 Numero di progetti ERC vinti in Italia nel 2024 con PI italiano per area geografica (macro-regioni italiane)
I ricercatori sono un tesoro per il proprio paese, i nostri, anche se pochi, mal pagati, spesso a lungo in posizioni precarie, dimostrano nei fatti la loro eccellenza. Ci auguriamo che chi governa l’Italia se ne convinca ed agisca di conseguenza. “La conoscenza stessa è potere” (Francis Bacon) ed il tempo è una risorsa non rinnovabile.
NOTA – Le frasi fra virgolette e le tabelle o figure riportate in questo testo sono tutte tratte, ove non specificatamente riportato diversamente, dalla citata “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia” – V Edizione prodotta dal CNR.
