
Il titolo “Vite Minori” di questo libro di Raffaella Di Rosa edito da Il Millimetro nel 2025 non è un gioco di parole ma un messaggio sottinteso. In questo libro si parla di minori nelle carceri minorili, ma si parla purtroppo di ragazzi che nella loro vita pregressa al carcere erano in una condizione di inferiorità e di cui si sono state sottovalutate le urgenze.
Lo scenario ricorrente sono le famiglie di provenienza, non sempre straniere, ma soprattutto povere ed indigenti, famiglie che non hanno strumenti sia di natura economica sia di natura spirituale per crescere i loro figli in maniera equilibrata.
L’indagine condotta dall’autrice sull’esperienza carceraria di questi ragazzi mette in luce le deficienze del nostro sistema carcerario che ormai, e non solo per il sovraffollamento, non permette il recupero di queste vite segnate dalle loro pregresse esistenze, ma anche perché manca infatti una continuità e coerenza nella leadership e nella progettualità nella vita di questi istituti di pena, vi è carenza di personale e di una costante competenza. Anche il recente decreto Caivano, che vorrebbe tra l’altro, combattere la dispersione scolastica, sembrerebbe non di grande aiuto perché in carcere ci finiscono, grazie all’inasprimento delle pene, anche quelli che hanno problemi di tipo psicologico e che dovrebbero stare in una comunità terapeutica e non in un carcere, pur avendo commesso dei reati.
I luoghi descritti nel libro sono stanze ovvero celle strette, cortili piccoli che permettono di vedere solo un specchietto di cielo senza dare una speranza e contesti disordinati, trascurati se non sporchi.
La perdita della libertà è per questo ragazzi un forte tormento che però spesso non è sostenuto da un adeguato conforto e aiuto psicologico, tuttavia vi è una percentuale di questi ragazzi che non vorrebbero più uscire e tornare a casa perché si sentono più tutelati in carcere perché fuori non hanno nessuno tipo di rete familiare ovvero fuori finirebbero nuovamente in un contesto sbagliato. Il primo segnale di questi legami con queste realtà losche è che la droga a volte li raggiunge anche qui.
Proprio leggendo questo libro nonché gli ultimi capitoli si conviene con l’autrice ed è pertanto giusto domandarsi perché si è arrivati a questo punto di rottura e perché la società non sia riuscita a fermare questo degrado sociale?! Perché le famiglie di questi ragazzi impossibilitate o inadeguate non sono state sostenute o aiutate da un intervento dei servizi sociali in via pregressa. Cosa manca nella nostra società per produrre questo malessere giovanile?!
Il libro, che è un racconto accurato di emozioni e tristezze, riporta per ciascuno capitolo citazioni famose che ci fanno capire come nella mente degli intellettuali queste difficoltà sono note, ma non basta per bloccare una società che sembra impossibilitata e che non è in grado di occuparsi dei suoi figli.
Altra considerazione e che in questi incontri in cui l’autrice, come abbiamo detto, narra le storie di questi ragazzi in carcere la scuola è poco citata, ma ci si domanda se ci sia mai stata nella vita di questi ragazzi?! Il problema che appare ricorrente invece sono le difficoltà economiche delle famiglie di provenienza che hanno indotto questi ragazzi a fare di tutto per avere dei soldi per comprarsi cose di cui i loro coetanei, con normali situazioni sociali, potevano avere. Come mai questa mancanza di mezzi è ricorrente oppure come mai questi genitori non hanno cercato aiuto e abbiamo trascurato e lasciato questi figli a delinquere. Genitori assenti oppure violenti, senza risorse, di cui la società probabilmente non ha mai avuto la contezza.
Sarebbe forse il caso di non trascurare questi aspetti perché l’unica conclusione è che si può trarre, conoscendo le storie di questi minori, è che se, nel nostro paese, nasci disagiato difficilmente uscirai e ti affrancherai da una vita originariamente sfortunata e che il tuo destino è segnato senza che tu abbia scelto con consapevolezza di viverlo.
Una ultima considerazione, il carcere non dovrebbe essere tutto, vi sono esperienze di recupero diverse. L’autrice cita alla fine del volume, come esempio, la comunità Kairos di Don Burgio alla periferia di Milano per segnalare un percorso alternativo al carcere e che dovrebbe essere incoraggiato e maggiormente sostenuto, visto gli scarsi risultati del minorile.
