Ci avviciniamo alla conclusione del quarto anno di guerra in Ucraina, un conflitto a cui ci siamo tutti abituati e di cui si sa sempre meno o comunque ci si interessa sempre meno. I media sono alla ricerca degli scoop, hanno bisogno dello spettacolo, di immagini crude. Gli analisti che appaiono sulle televisioni sono alla ricerca di materiale tangibile su cui confrontarsi e anche accapigliarsi per la gioia delle reti che devono fare audience. Tutte le guerre hanno il loro fascino sinistro, è forse il momento in cui l’animo umano scatena gli istinti violenti e consente le polarizzazioni tra i simpatizzanti dei diversi contendenti come se si partecipasse dai nostri schermi televisivi ad un grande sanguinoso spettacolo.
Quando la guerra diventa conflitto di posizione, lungo assedio di postazioni difensive da parte degli attaccanti senza rotte e senza disfatte o comunque eventi drammatici da riportare con immagini crude sui nostri teleschermi, subentrano abitudine ed una certa noia. Tutto si trasferisce sulla guerra delle narrative, patrimonio di analisti ed esperti militari più o meno improvvisati.

Tutto forse nasce da un equivoco di fondo che non costituisce elemento che meriti particolare attenzione per quei notiziari on line, emittenti TV e radio che inseguono le notizie e si trasferiscono sugli scenari mondiali più intriganti (inizialmente Gaza, poi Siria, Venezuela, Iran, Groenlandia).
E d’altronde la politica americana favorisce la diversione. Senza particolare clamore mediatico né manifestazioni Pro-Pal, Donald Trump annuncia la nuova governance per Gaza, un misto di attori politici internazionali e tecnocrati palestinesi. Si ritrovano nomi noti come i mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner, il socio in affari e il genero del Presidente, il Segretario di Stato Marco Rubio, l’ex Premier britannico Tony Blair. Nonché figure nuove come l’ex Viceministro palestinese Ali Sha’ath, chiamato a presiedere il Governo tecnocratico per la ricostruzione della Striscia.
L’Ucraina esce dal fuoco dei riflettori, eppure il conflitto è tutt’altro che bloccato. In Occidente ha suscitato una guerra delle narrative che alimenta confusione e disinformazione, frutto di attività di propaganda di fazioni contrapposte. L’equivoco di fondo è che non abbiamo ben compreso come la Russia di Putin concepisca la sua “operazione speciale”.
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato in un suo recente intervento alla Camera dei deputati: in Ucraina, la Russia combatte “una guerra di attrito”, un conflitto di lunga durata condotto da un apparato militare che si è molto potenziato in questi anni, sia in termini di produzione dell’industria militare e capacità tecnologica, sia riguardo all’addestramento ed alla capacità operativa dei reparti. Ci sono più uomini, più mezzi, più munizioni.
La guerra di attrito è alla base della nuova strategia militare del Cremlino. Si basa sulla convinzione che alla lunga l’Ucraina non regge alla pressione e che Zelenskyy ed il suo governo finiranno col perdere politicamente la partita. La minore attenzione dell’Amministrazione americana ed il missile ipersonico russo lanciato su Leopoli, ai confini con la Polonia, sono da monito ai Paesi europei “Volenterosi”. Ecco gli altri due elementi dell’asfissiante assedio all’Ucraina che, nelle intenzioni russe, dovrà accettare le concessioni militari, territoriali, politiche imposte da Mosca per porre fine al conflitto.
La Russia sarebbe nelle condizioni di condurre la guerra di attrito e di logoramento, il tempo sarebbe dalla sua parte, avendo la forza militare e la determinazione politica. È una “guerra esistenziale” per il regime di Putin, che vede le sue truppe lentamente ma inesorabilmente avanzare lungo l’estesa linea del fronte.
Ma in politica estera, come nella vita, tutto si paga.
Quattro anni di straordinario sforzo in Ucraina, oltre al deterioramento della situazione economica, hanno indebolito la presenza della Russia sugli altri scenari geo-politici. In Siria si è dissolto il regime degli Assad sotto le picconate dei miliziani favoriti dalla Turchia di Erdogan. In Venezuela e Iran, tradizionali partner di Mosca, assistiamo alle crisi dei rispettivi regimi, favorite in maniera più o meno scoperta dall’Amministrazione americana. In Asia centrale e nel Caucaso, il cortile di casa della Russia, l’influenza politica di Mosca si è indebolita a vantaggio in particolare della Cina e della Turchia. In Medio Oriente, Hamas a Gaza e Hezbollah in Libano, i gruppi avevano frequente accesso ad alto livello a Mosca, hanno perduto peso nell’area.
Il dossier Groenlandia apre un nuovo capitolo nelle relazioni con gli Stati Uniti. Anche per la Russia di Putin una lunga guerra di attrito in Ucraina comporta dei rischi che al Cremlino non sono sottovalutati.
Di Giorgio Starace e Cosimo Risi*
*Giorgio Starace, già Ambasciatore in Russia è autore di La pace difficile, diari di un Ambasciatore a Mosca; Cosimo Risi, già Ambasciatore, insegna Diritto internazionale a UNISA.