Tra martedì 17 e giovedì 19 febbraio, s’è svolto tra Ginevra e Washington un trittico di negoziati dove l’assenza d’Europa è stata palese o palpabile: sull’Ucraina, i colloqui trilaterali Usa, Russia e Ucraina, per porre fine a una guerra che il 24 febbraio entrerà nel suo quinto anno; tra Usa e l’Iran, sul programma nucleare iraniano e i missili iraniani che possono colpire Israele; sul Medio Oriente in generale e sulla Striscia di Gaza in particolare, con la prima riunione del Board of Peace voluto e gestito in prima persona dal presidente Usa Donald Trump che s’è fatto un’Onu privata dove tutti gli dicono sì e nessuno fa ‘fact checking’ sulle sue paradossali (e false) affermazioni.
A Ginevra, per Ucraina e Iran, l’Europa non c’era proprio: assente non per scelta sua, ma esclusa dal tavolo sull’Ucraina per volontà concorde di Washington e Mosca, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parla di “un grave errore”; ed esclusa da quello sull’Iran, nonostante proprio gli europei – all’epoca Gran Bretagna, Francia e Germania -, con Russia e Cina, siano stati parte degli accordi sul nucleare con l’Iran raggiunti nel 2015 (e poi assurdamente denunciati da Trump).
Quanto al Board of Peace, la presenza effettiva di Ungheria e Bulgaria mette in evidenza le assenze dei Grandi dell’Ue e l’imbarazzo di chi come l’Italia assume il ruolo di osservatore per non irritare Trump senza mettersi in aperto contrasto coi partner europei – la Commissione europea fa lo stesso, è presente senza aderire-.
Parlando in Senato, il ministro degli Esteri Antonio Tajani s’arrampica sugli specchi per giustificare la partecipazione come osservatore al Board of Peace, dopo avere sostenuto di non potervi aderire per impedimenti costituzionali. Tajani distingue tra “partecipare alla discussione su Gaza” ed essere membri del Board” e dice che Grecia, Cipro, Romania, Croazia, Slovacchia e Austria hanno fatto scelte analoghe. Ma non Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Polonia e via contando.
La settimana dei negoziati era stata preceduta dalla settimana delle chiacchiere: il vertice informale dei 27 in un castello delle Fiandre e la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza. Vediamo come sono andati i due appuntamenti e come ne sono venuti fuori l’Europa e i leader europei.
Monaco: l’Europa celebra i riti della separazione dall’America di Trump
A Monaco, un discorso di maniera del segretario di Stato Usa Marco Rubio non basta a cancellare tutti i discorsi ‘di pancia’ – aggressivi ed ‘europafobici’ – del presidente Trump, al Forum di Davos, a gennaio, e del vice-presidente Usa JD Vance, a Davos e a Monaco, l’anno scorso.
Le parole ‘diplomatiche’ di Rubio, che il giorno prima aveva snobbato l’incontro coi leader europei presenti a Monaco e che il giorno dopo è a Budapest a demonizzare l’Ue insieme a Viktor Orban, ricevono applausi di sollievo, ma sulla vicinanza tra l’America di Trump e l’Europa possono imbambolare solo che vuole farsi illudere o è in malafede.
Non è in discussione l’amicizia e la riconoscenza dell’Europa verso l’America. Si prende però atto della rottura della comunanza di valori tra l’America di Trump e l’Europa rispettosa del diritto e della democrazia.
Nei discorsi a Monaco del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del presidente francese Emmanuel Macron e del premier britannico Keir Starmer, l’Europa pare esserne finalmente consapevole, sia pure con accenti diversi. Una voce dissonante è quella della premier italiana Giorgia Meloni, che non era a Monaco e che sta dalla parte dei Maga e di Trump.
È una scelta legittima dettata da considerazioni opportunistiche e dalla vicinanza politica: nazionalismo, xenofobia e percepita superiorità dell’esecutivo sugli altri poteri statali sono tratti comuni al ‘trumpismo’ e alle destre europee. Ma è una scelta diversa da quella dei maggiori partner europei dell’Italia; e, a mio avviso, è contraria agli interessi dell’Italia e basta da sola a distruggere le fantasie sull’intesa italo-tedesca alimentate da letture mediatiche ingenue e acritiche.
Durante la Conferenza sulla Sicurezza i discorsi diplomatici di Rubio e di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che si appella all’unità transatlantica e alla reciproca difesa, fanno, in qualche misura, da contraltare a quelli fatti da Merz, Macron, Starmer e mettono la sordina ai contrasti.
Però, c’è la forma e c’è la sostanza: Rubio parla dei “destini intrecciati” d’America e Europa, ma insiste per una “Europa forte” e ne denuncia il declino economico e culturale, individuando le cause “nel culto del clima” e nella migrazione di massa. E’ cioè un discorso ‘trumpiano’ con toni educati e non beceri; e, del resto, non ci si poteva aspettare altro. Per Euractiv, gli Usa mostrano con Rubio “il volto meno feroce del ‘trumpismo’”.
Forse, c’è dietro un calcolo elettorale: nel 2028 Rubio potrà puntare alla nomination repubblicana, proponendosi come il volto presentabile del ‘trumpismo’ contro il volto ideologico e ‘puro e duro’ del vice Vance.
A Monaco, il cancelliere Merz dichiara la fine del vecchio ordine mondiale, riconosce l’esistenza “d’una frattura” con gli Usa e lancia un appello per una leadership europea basata sul partenariato. Il presidente Macron difende a spada tratta i valori europei. Il premier svedese Ulf Kristersson ammette l’esistenza di una crisi delle relazioni transatlantiche e invita l’America a non interferire con la democrazia europea.
Prima di Monaco, che qualcosa sia profondamente cambiato nelle relazioni Europa – America era già emerso dalla riunione a Bruxelles dei ministri della Difesa dei Paesi della Nato. Politico vede emergere un’Alleanza 3.0, con “un’Europa che spende di più per la difesa, ma che tiene testa all’America”.
Anche il segretario generale della Nato Marc Rutte riconosce che I Paesi europei stanno assumendo sempre più le redini di un’Alleanza in cui l’America crede e quindi investe di meno: Rutte prospetta una nuova era dell’Alleanza militare occidentale, chiarito che “un’Europa forte in una Nato forte significa che il legame transatlantico sarà più forte che mai”.
Vertice informale: l’Europa dei gamberi che avanzano
Alla Conferenza sulla Sicurezza, i leader europei arrivano dopo il loro vertice informale in Belgio: consapevoli dei rischi di una Terza Guerra Mondiale e, quindi, disponibili a spendere di più per la difesa; ma anche consci della prospettiva di un’Europa a due velocità sui terreni della competitività e della politica estera e della difesa, un’Europa meno timida nell’affermare la propria autonomia e nel tutelare se stessa e i propri valori.
Il vertice in un castello delle Fiandre vede, però, l’avanzata dell’Europa dei gamberi: quella che – complici media influenzabili – fa passare per obiettivi innovativi sul fronte della competitività vecchi mantra già contenuti nei Trattati di Roma 1957 e rafforzati da quello di Maastricht 1992, come il completamento del mercato interno e l’azzeramento delle barriere interne; e che, sotto quella copertura, fa invece passi indietro sul fronte della lotta al cambiamento climatico, sacrificando interessi economici a breve termine al bene comune a lungo termine, e della solidarietà e dei diritti umani, adottando o almeno avallando politiche anti-migranti che ignorano la demografia ed esaltano il populismo, facendo leva sulla paura e sulla sicurezza.
È l’Europa che scopre come se fosse un’epifania che non è necessario fare le cose tutti insieme, quando si vogliono fare passi in avanti. In quasi 70 anni di integrazione europea, non c’è mai stato un progresso fondamentale sulla strada dell’integrazione – dalla libera circolazione delle persone alla moneta unica – che sia stato fatto “tutti insieme”. È sempre successo “avanti con chi ci stava”; e gli altri avrebbero, volendolo, seguito.
Per finanziare investimenti che diano all’Europa autonomia della difesa e sovranità tecnologica, venuta meno l’affidabilità dell’America, almeno fin quando è nelle mani del duo ‘europafobico’ Trump – Vance, la via maestra è quella del debito comune: via da sempre considerata nell’interesse dell’Italia e da sempre osteggiata dai cosiddetti ‘Paesi frugali’, Germania e Olanda in testa; e ora rinnegata o almeno accantonata dal governo Meloni per non disturbare la Germania di Merz, più impegnata a ricorrere voti sul terreno dell’Afd che a perseguire un destino europeo – anche l’intervento di Merz a Monaco ha componenti interne: l’America di Trump guarda all’Afd come interlocutore più che alla Cdu -.
Che i venti invitati non si sa bene da chi (Italia, Germania e Belgio in linea di massima, ma Berlino e Bruxelles tendono a lasciare il cerino a Roma) a un criticato pre-Vertice nelle Fiandre non siano una pattuglia di avanguardisti europei, ma piuttosto un’armata brancaleone di diversi nazionalismi lo dimostra la loro composizione, con dentro Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia, i meno europeisti e più ‘filo-russi’ fra i 27, e fuori, fra gli altri, Spagna e Portogallo: il minimo comune denominatore non è l’europeismo, ma le scelte politiche di destra o moderate.
Che poi qualcuno creda davvero che l’asse italo-tedesco, termine che solo a usarlo mette i brividi, possa sostituirsi al tradizionale asse portante europeo franco-tedesco appartiene alla serie di storie del pifferaio di Hammelin: l’Italia, che è oggi politicamente più stabile di Francia e Germania, dovrebbe sfruttare questa sua momentanea prerogativa per consolidare la coesione europea e non per incrinarla.
E fa poi specie sentire parlare di Europa federale da parte di forze intrinsecamente nazionaliste, ignorando che un’Europa federale si costruisce conferendo sovranità all’Europa e non rinazionalizzandone le politiche e, in particolare, abolendo il vincolo dell’unanimità, cioè il diritto di veto, sulle politiche estere e di sicurezza.
