
Non è stata una campagna corretta, combattuta sui pro e i contro di una riforma che ciclicamente-negli ultimi 40 anni- si è affacciata all’orizzonte della politica italiana. Promossa prima, in diverse occasioni e in diversi modi, dal centro-sinistra. Poi dal centro-destra. Il merito, nonostante gli appelli, è stato oscurato a beneficio della polemica tra le parti.
I rappresentanti politici e delle istituzioni, ivi compresi gli esponenti della Magistratura, dovrebbero essere, tutti, guida ed esempio del libero e civile confronto democratico. Anche in modo aspro, ma sempre con rispetto. Invece, troppo spesso sono scesi di gradino, a livelli che eufemisticamente possiamo definire da bar, manipolando dichiarazioni, evocando pericoli autoritari, rilasciando dichiarazioni offensive. Da una parte e dall’altra.
I contenuti del dibattito pubblico hanno rivelato un livello deludente di confronto e di maturità per un Paese democratico, moderno, europeo.
Andiamo allora a vedere come si è sviluppato il contraddittorio e quale potrebbe essere la posta in gioco per entrambi gli schieramenti.
Gli argomenti della maggioranza
Ha offerto un atteggiamento ambivalente. Da una parte toni accesi e fuori misura, dall’altra una accentuata cautela e una certa distanza. È parso che al suo interno non ci fosse un allineamento convinto. Il messaggio è stato che le ragioni della modifica costituzionale non valessero la tenuta e messa in sicurezza dell’Esecutivo, a conferma che una certa volontà di comando nasconde i limiti dell’azione di Governo.
Gli stessi argomenti utilizzati (il plotone d’esecuzione, la liberazione di stupratori, meccanismi paramafiosi nel CSM) sono sembrati fuori campo e sproporzionati, in misura da compromettere la vocazione liberale della riforma e allarmare i ceti moderati.
Sulla carta, nonostante i sondaggi, i numeri dovrebbero decretare una facile vittoria del SI. Infatti, dovrebbero sommare, a quelli dei partiti della maggioranza parlamentare, i voti dei molti progressisti riformisti presenti nei vari schieramenti dell’opposizione che si sono espressi a favore della riforma. Compresi alcuni partiti di essa.
Ciononostante, il Governo ha preso le distanze dall’esito delle urne. Su un tema che si definisce di carattere costituzionale e, dunque, di rilevante interesse nazionale per l’oggi e il domani. Le reiterate dichiarazioni su questo punto (il Governo non cadrà, qualunque sia il risultato) fanno fede di una battaglia combattuta con molte riserve, dopo aver indetto il referendum e portato il Paese alla divisione. Una posizione bizzarra, se non di deresponsabilizzazione. Non si può scatenare un aspro confronto e poi dire “non riguarda il Governo”. E’ un’ imperdonabile fuga dalla responsabilità politica.
I temi dell’opposizione
L’ opposizione, invece, ha dato, una volta di più, la sensazione di intendere il ruolo come un arroccamento preconcetto e contrario alle proposte della maggioranza, a prescindere. Banalizzando la propria funzione, declinandola su posizioni scontate, esprimendo sempre e solo “no”, con slogan e artifici retorici lontani dal merito (la difesa della Costituzione, l’attacco all’indipendenza della Magistratura, la denuncia di un pericolo autoritario) utili a unire ma non a costruire una proposta alternativa.
In questo posizionamento, in controluce, si legge che il processo di ricerca di omogeneità politica avviene sul terreno conservativo dello “status quo”. Non si tocca niente. Una scelta che premia le posizioni più intransigenti. Questo, a poco più di un anno dalle elezioni politiche, provoca uno spostamento del baricentro programmatico dello schieramento del No, favorendo nella corsa alla leadership la parte più radicale e movimentista.
Allo stesso tempo, l’indicazione operata toglie spazio di manovra al principale partito d’opposizione, spingendo ai margini le forze laiche e riformiste. Che infatti esprimono sul tema un chiaro dissenso, dando indicazioni per il Sì o lasciando libertà di coscienza.
Nel PD il no è sostenuto in contraddizione con i precedenti convincimenti, formulati in proposte politiche e documenti parlamentari. Infatti, al suo interno diverse voci si esprimono per la conferma della legge di modifica costituzionale, a motivazione di una coerenza che premia il testo e non il contesto. Il ragionamento è: di fronte a modifiche costituzionali, destinate a durare nel tempo, non si guarda al Governo in carica, destinato a passare, ma alla sostanza della proposta di modifica. Ed essendo questa una riforma che ne completa altre, di cui la sinistra è stata protagonista, va sostenuta.
La posizione defilata dei corpi intermedi
Per completare il quadro, nel movimento sindacale, ad eccezione della Cgil, le sigle Cisl e Uil sono intente a promuovere la partecipazione e la conoscenza del merito del quesito referendario, lasciando libertà di coscienza. Insomma, non intravedono derive preoccupanti per il movimento dei lavoratori. Ma neanche sostengono il Sì. Stesso ragionamento per le sigle imprenditoriali, da Confindustria a Coldiretti: libertà di scelta. Non una buona notizia per il Governo che forse si aspettava maggior sostegno. Segnali di stanchezza o disillusione? L’impressione è che su temi come questi si sia in presenza di geometrie politiche e parlamentari variabili.
Conclusioni
Una eventuale vittoria del No metterebbe, comunque, il Governo in grande difficoltà, nel Parlamento e nel Paese. Perché si aprirebbe un dibattito serio sulla salute della maggioranza, sulle responsabilità politiche di un fallimento così importante e così decisivo per il futuro della Giustizia. Le crepe, già visibili, potrebbero aprire scenari nuovi. La vittoria del Si, viceversa, rafforzerebbe la maggioranza in vista dei prossimi appuntamenti elettorali ed istituzionali.
Nell’ opposizione, nel primo caso si aprirebbero scenari con infinite variabili: dalla richiesta di elezioni anticipate alla competizione per la leadership, dal ruolo delle forze centriste alla stesura programmatica. Una fase assai delicata. Nel secondo, potrebbe innescare una riflessione autocritica dagli esiti tutti da osservare.
