La netta vittoria del NO al referendum del 22 e 23 marzo segna plasticamente l’ultimo tornante di questa legislatura, finora molto positiva per Giorgia Meloni. E forse è stato proprio un eccesso di fiducia a farle commettere il passo falso di schierare il governo a sostegno della riforma della magistratura. Confermando così, anche agli occhi degli osservatori più ingenui, che un intervento in apparenza tecnico di modifica della Costituzione nascondeva una finalità politica.
E poco importa l’aver ripetuto negli ultimi giorni come un mantra che “in caso di sconfitta non mi dimetto” (a differenza di quel che fece Matteo Renzi nel 2016) e che “per il governo non cambia nulla”. Altro che non cambia nulla. In 48 ore sono saltati un ministro, un sottosegretario, un capo di gabinetto e un capogruppo di maggioranza. Ed è solo l’inizio.
L’errore più grave di Giorgia Meloni è stato quello di volere una prova di forza, anziché cercare una mediazione su un testo di riforma che non è cambiato di una virgola in quattro passaggi parlamentari, e che invece poteva essere votato (evitando così il referendum) anche da vasti settori dell’opposizione. E non soltanto da Renzi e Calenda, da socialisti e radicali. Perché la separazione delle carriere faceva parte anche del programma congressuale del Partito Democratico nel 2019, e due anni dopo al Senato i dem proposero addirittura l’istituzione di una Corte disciplinare per i magistrati (uno dei punti cardine della riforma bocciata con il referendum). Nel progetto del Pd la Corte non sostituiva il Csm, ma avrebbe esaminato in appello i ricorsi contro i provvedimenti disciplinari. E sarebbe stata formata in maggioranza da non togati, mentre nella “riforma Nordio” l’Alta Corte era composta per tre quinti da magistrati.
Forse è questo l’elemento che ha tratto in inganno la premier, all’inizio della campagna referendaria. Ha visto i partiti di maggioranza apparentemente compatti a sostegno della riforma, e un’opposizione divisa, con ampi settori della sinistra riformista schierati per il Sì.
La vittoria sembrava un gioco da ragazzi. Ma qualcosa non ha funzionato. E a mano a mano che il No rimontava nei sondaggi, il governo si è innervosito: Giorgia Meloni si è dimostrata inadatta a condurre una battaglia liberale e ha preferito le tinte forti, evocando stupratori in libertà e bambini strappati alle famiglie. Gli attacchi a testa bassa contro i magistrati e le campagne sugli “errori giudiziari” hanno finito per disorientare l’elettorato moderato e rispettoso delle istituzioni.
Anche il tentativo di politicizzare il confronto si è rivelato un autogol, perché ha spinto alle urne potenziali astensionisti, desiderosi di dare una lezione al governo.
Il fronte delle proteste pro-pal, indignato per il silenzio del governo italiano di fronte alla tragedia palestinese, si è così saldato con il malessere delle fasce sociali più deboli e meno garantite.
I giovani “under 30” sono stati i primi a cogliere i rischi di una torsione autoritaria, fatta di decreti sicurezza, di repressione del dissenso, di chiusura degli spazi di aggregazione sociale e perfino religiosa, con pericolosi accenti islamofobi. E con un ministero della Giustizia tanto impegnato nella campagna referendaria (dalla quale avrebbe invece dovuto tenersi alla larga, perché parte in causa) quanto insensibile di fronte ai drammi dell’amministrazione giudiziaria, con il record di suicidi nelle carceri sovraffollate. In particolare, gli istituti minorili, per effetto del decreto Caivano.
Il risultato è stato questo: oltre 15 milioni di No, contro 13 milioni 250 mila Sì. Numeri che impongono qualche considerazione.
Il fronte del No va ben al di là di quello delle forze d’opposizione. Non è detto quindi che la sconfitta referendaria possa tradursi in una sconfitta politica del governo Meloni. Anche perché la coalizione di maggioranza – pur accusando il colpo – è ancora unita, mentre i partiti del centrosinistra non lo sono.
A urne ancora semi-aperte, Giuseppe Conte ha bruciato sul tempo Elly Schlein, e ha lanciato la sfida delle primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Tutte questioni che saranno affrontate in tempi medio-lunghi.
Giorgia Meloni lo sa, ed è seriamente tentata dal voto anticipato. Non vuole dare agli avversari tempo e modo di organizzarsi, mentre lei resta un altro anno e mezzo a farsi logorare a Palazzo Chigi.
Prima però ha bisogno di cambiare la legge elettorale. Il risultato del referendum ha confermato i sospetti dei politologi: la vittoria delle politiche 2022 non è ripetibile, perché il centrodestra potrebbe perdere consensi nei collegi del Mezzogiorno, e in alcune grandi città. Di qui l’ipotesi di una riforma proporzionale, con una forte correzione maggioritaria a favore della coalizione vincente (nei limiti concessi dalla Consulta). Ma la modifica della legge elettorale richiederebbe una dura battaglia parlamentare, e anche questo è un fattore da prendere in considerazione.
La nuova legge elettorale dovrebbe poi tener conto degli italiani all’estero. Attenzione: non è un aspetto secondario. Hanno diritto al voto quasi 5 milioni di persone: circa un terzo di questi ha votato al referendum.
All’estero i Sì hanno prevalso sui No, con un margine di 180 mila voti. In questo caso sono stati ininfluenti, ma in un arrivo in volata alle elezioni politiche, con un sistema proporzionale, i voti esteri potrebbero rivelarsi decisivi.
Un’altra curiosità: in tutti i Paesi europei hanno vinto i No, mentre in tutti i Paesi extra-europei si è imposto il Sì. Questo lascia presumere che il voto europeo sia più orientato verso il centrosinistra, quello Nord e Sudamericano verso il centrodestra.
Infine, la giustizia. Che cosa resta dopo la valanga referendaria? La riforma è diventata carta straccia, nonostante i quattro voti del Parlamento. Uno spreco di carta e di tempo.
La maggioranza è a un bivio: riprendere il dialogo con la magistratura (un segnale positivo in questo senso viene dall’elezione di un moderato, il giovane giudice palermitano Roberto Tango, alla guida dell’ANM) oppure tentare ancora la prova di forza.
Impensabile riproporre dopo il 23 marzo una modifica della Costituzione, ma ci sono riforme che potrebbero essere varate con leggi ordinarie. Una su tutte, alla quale si sta pensando in ambienti di governo: sottrarre la polizia giudiziaria alle Procure. E sarebbe un provvedimento molto più dirompente del sorteggio del Csm o della separazione delle carriere. La guerra è finita davvero?
