La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Il referendum più che vinto dallo schieramento del No è stato perso da quello del Si, che ha subito una sconfitta doppia: nelle urne e nel confronto politico. Una battuta d’arresto che ha un peccato d’origine, comune ad entrambi gli schieramenti, capace di confondere la destra e pesare sulla strutturazione programmatica della sinistra. Mentre i problemi della giustizia restano irrisolti e rotolano su un piano incrinato.

Un referendum lontano dal cuore del centro destra

Tanto per iniziare, il quesito referendario riguardava una materia lontana dal cuore programmatico del centro-destra, da sempre più abituato a trattare i temi dell’ordine pubblico, dell’immigrazione, del giustizialismo e della legittima difesa, del nazionalismo e della fiscalità. Un argomento, perciò, che non poteva arrivare alle corde del proprio elettorato. Ciò ha determinato il primo serio ostacolo alla campagna del SI. La Presidente del Consiglio ha ripetuto- come a motivare la scelta referendaria- che il tema della separazione delle carriere era nel programma del centro destra. Si, ma in quanto eredità del fondatore e federatore di quello schieramento negli anni ‘90. Un’eredità un po’ ingiallita, frutto dell’elaborazione di un gruppo di intellettuali e professori che il padre di Forza Italia chiamò intorno a sé: filosofi, economisti, storici, giornalisti che non avevano nulla a che fare con la storia del separatismo leghista o con la tradizione post missina. Quei professori erano prevalentemente di estrazione liberal democratica o liberal socialista. Quell’inserto programmatico era parte del patrimonio democratico. Nel piano del Governo Meloni suonava più come un debito da saldare all’azionista di riferimento di un socio di maggioranza che un punto da sviluppare per il riordino del sistema giudiziario. Un richiamo nostalgico più che sentimento vivo, persino per gli eredi politici diretti. La geografia del voto, infatti, ha dimostrato quanto questo sentiment sia stato dimenticato/disatteso. Come a dire che al cuore non si comanda.

Una campagna referendaria disastrosa

È successo che, sull’onda di alcuni sondaggi favorevoli alla conferma delle norme di modifica costituzionale, il Centro-destra si sia lasciato andare ad una battaglia referendaria sottotono. Più attivi sono stati i dissidenti del fronte del No, che votavano Sì. La Presidente del Consiglio, impegnata altrove, ha contribuito non poco a mettere sullo sfondo, fino agli ultimi 15 giorni, la consultazione costituzionale. La stessa dichiarazione di neutralità del risultato, ai fini della vita del Governo, è risultata ambigua e difensiva, espressione di un timore e di una presa di distanza. In questo modo, ha deresponsabilizzato gli esponenti dell’esecutivo e lasciato in prima linea gli uomini (e donne) di via Arenula che- con le loro gaffe- si sono trasformati in straordinari sponsor del fronte del NO. In questo quadro, vari esponenti di centro destra si contraddicevano tra di loro sul valore della proposta di riforma costituzionale generando disorientamento. L’ agenda di Palazzo Chigi ha amplificato ulteriormente le questioni internazionali. Nel voto sono finite le preoccupazioni per gli scenari geopolitici e le proteste per il caro energia, dalle bollette al pieno di benzina, ma anche le posizioni tenute in politica estera, dall’Europa al Medio Oriente. Il rientro della Premier sulla scena è avvenuto in modo frettoloso e sproporzionato, portando i temi della propaganda di destra (immigrati, spacciatori, famiglia nel bosco, ordine pubblico…) verso un obiettivo poco sentito e da sempre perseguito nei programmi elettorali dei partiti di sinistra, nella prima e nella seconda Repubblica. Risultato: elettorato confuso, esito disastroso. Le dimissioni e le tensioni nei partiti alleati mostrano quanto poco fondata fosse la pretesa della Premier di tenere lontano dal referendum il destino della Presidenza del Consiglio. La maggioranza traballa, mentre si annunciano nuove iniziative giudiziarie e un finale di legislatura assai incerto.

Una vittoria trasversale e un fronte magmatico

La vittoria del No è avvenuta su un terreno squisitamente politico a carattere trasversale. Con l’aggregazione di vaste aree di elettorato su temi diversi. C’è stato un manifesto- tra i tanti nella campagna per il No- che recitava: “Blocca la deriva autoritaria, Blocca la guerra e la spesa militare. NESSUN POTERE SENZA LIMITI.” Il manifesto richiamava temi palesemente estranei al quesito referendario, come quelli denuncianti il tentativo di sottomissione della magistratura. Eppure, è su quei temi che il confronto si è sviluppato per mesi, mettendo insieme la solidarietà al popolo palestinese e a quello ucraino, la condanna per Netanyahu e Trump e il rifiuto della guerra, la Resistenza antifascista e la difesa della Costituzione. Questo per dire che il confronto è avvenuto in parte su un versante a senso unico, e per altri versi su un terreno che è trasversale alle culture e alle forze politiche impegnate nella contesa. Trarre perciò un’indicazione semplificatoria dal risultato referendario-in chiave politica- sarebbe un azzardo pericoloso in vista della prossima tornata elettorale.

La questione programmatica e la leadership

Il risultato referendario ha accelerato i processi di posizionamento. Il leader dei Cinque Stelle, sciogliendo, finalmente, ogni riserva sulla collocazione del movimento, si è detto pronto alle primarie per la leadership. La segretaria Pd, aprendo a quella prospettiva, ha ricordato che bisognerà fare prima il programma. AVS, che non può aspirare alla leadership, ha posto l’accento sugli obiettivi. Mentre sullo sfondo si muove qualche federatore, bisogna anche considerare le priorità identitarie delle forze centriste. Così la questione programmatica rischia di essere un tema dirimente. Tutto in un contesto in cui il risultato del No ha spostato decisamente il perimetro verso i temi più tradizionalmente di sinistra, dal salario minimo alla questione energetica e a quella sociale, alla delicatissima posizione in politica estera e verso l’Europa. Se non si risolve, come diceva De Gaulle in un “Vaste programme”, la piattaforma elettorale per il campo progressista sarà un severo banco di prova per le alchimie retoriche che potranno sfumare le posizioni senza ridurre le distanze.

La lezione referendaria

Il No nel processo democratico ha un alto valore assertivo insostituibile. Impone uno stop e obbliga a riflessioni. Dovrebbe indurre a ripensamenti e rielaborazioni. A comprendere che su temi costituzionali occorre sempre un supplemento di confronto, una sintesi più comprensiva e tale da evitare scelte divisive. In questo senso, la lezione referendaria vale per il fronte del Si tanto quanto per quello del No. Entrambi hanno di che riflettere perché i problemi della giustizia- di efficienza, di tempi, di organici, di giusto processo- riguardano tutti i cittadini e sono esattamente dove erano all’inizio di questa legislatura. Anzi, oggi sembrerebbero scivolati su un piano incrinato. Affrontarli e risolverli è compito del potere legislativo, nella cornice dei vincoli costituzionali, europei, internazionali.

Ma siamo già ai compiti per il futuro Parlamento.

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