Esercizi di retorica nazionale per l’eliminazione dell’Italia ai mondiali di calcio. I boomers si commuovono perché la new generation non potrà vedere i propri beniamini in lizza con ben 48 nazioni nella versione più allargata di sempre del massimo evento calcistico. Si raccoglie quello che si è seminato: cioè pochissimo. Ma vale la pena di ricordare che dopo il mondiale vinto nel 2006 nelle successive due edizioni l’Italia si incagliò contro Slovacchia, Nuova Zelanda, Costarica e Uruguay, cioè non proprio la sopraffina crema del football internazionale. Dunque, forse ci siamo risparmiati una brutta figura bis. Consoliamoci con questo ritaglio di filosofia zen per il minore dei mali. Tredici milioni di italiani (quasi tutti maschi) hanno assistito alla disfatta in terra di Bosnia dove protagonista in negativo (tra gli altri) è stato Donnarumma che, per la vulgata in corso, è considerato l’unico fuoriclasse in mezzo a tanti giocatori di livello medio.
Ebbene Donnarumma è il portiere poco pratico nel gioco coi piedi che ha provocato l’espulsione di Bastoni (e quindi il risultato finale, vista la mentalità sparagnina degli azzurri) con quel maldestro rinvio, sicuramente non da scuola calcio. Donnarumma è anche il giocatore che meno si è distinto per fair play in campo litigando con tutto quello che gli si parava davanti il che ha contribuito anche alla sottrazione beffarda del foglietto che ha issato il raccattapalle, autore del furto, al rango di piccolo eroe nazionale. Sul prezioso scritto erano elencate le caratteristiche dei rigoristi bosniaco e così Donnarumma è andato letteralmente in bianco, improvvisando, beccandosi alla fine quattro trasformazioni mentre due rigoristi azzurri su tre neanche impensierivano il portiere bosniaco. Questo calcio fallimentare che non fa strada in Champions League e che è tenuto in vita nel massimo campionato da tycoon americani, di scarsa competenza e presenza, con bilanci opachi, territorio o jungla per ricorrenti scandali non sanati dal sistema, ci riporta alla menta la provocatoria proposta di Mario Monti, certo politicamente non un Che Guevara dè Noantri, che di fronte ai disastri provocati da quel mondo propose di sospendere per un anno il campionato di calcio, venendo guardato come un malato psichiatrico. Perché il calcio è pacificatore sociale, arma di distrazione di massa. Un minuto dopo l’eliminazione dell’Italia i nostri connazionali hanno ripreso a tifare Inter, Juventus, Milan, Roma e Lazio e a considerare Barella, Bastoni e Cristante, degni dei sei milioni di appannaggio medio percepito. Questo calcio brucia gli allenatori della nazionale (Prandelli, Ventura, Mancini, Spalletti, Gattuso), presidenti (Abete, Tavecchio, Gravina), illusioni dei tifosi, ipotesi di palingenesi.
L’eliminazione è un boomerang che si riflette sulla sua stessa sopravvivenza perché andava calcolato in centinaia di milioni l’apporto che avrebbe dato la presenza al mondiale in termini di diritti televisivi, pubblicità, consenso. Eppure era un mondiale aperto a tutti con un inno che, ripetutamente suonato, avrebbe per la sua parte provveduto a rianimare un Paese spento, cinico e privo di speranze. L’eliminazione ha provocato meme, sfottò, lampi di comicità unica. Come quella di Bocchino che ha dichiarato che “è colpa della sinistra se l’Italia è stata eliminata dal mondiale”. Ci meritavamo anche questo nell’orgia auto-dissacratoria del disastro compiuto.


