I miliardi non spesi per il PNRR (72 al momento) su un monte capitale di 209 (sempre grati a Conte) possono anche essere un boomerang con l’urgenza di doverli sperperare per obiettivi minimali che non sono quelli prioritari del Paese, ovviamente sanità, scuola, ricerca. Se poi questa direzione strategica s’incontra con quel quid di demagogia buonista che non è di destra né di sinistra ma appartiene alla politica politicante, fatta di finto attivismo e di strizzatine d’occhio alle minoranze, il patatrac è dietro l’angolo. Ci riferiamo con grande gusto per la provocazione, al pullulare delle piste ciclabili a Roma su un territorio assolutamente inadatto. Al loro diffondersi. Non ho nulla come si può immaginare contro le due ruote ma ritengo che in una jungla urbana come quella capitolina a (827 automobili per mille abitanti) uscire in bici su qualunque strada dentro il reticolo urbano, esponga a considerevoli rischi per la propria incolumità, ancorché protetti dal classico caschetto. Perché il ciclista è esposto a qualunque pericolo. Soggiacente ad autobus, taxi, moto, persino pedoni: basta uno scossone per farlo traballare e cadere al suolo. Di qui l’ipocrisia di proteggerlo con le piste ciclabili facendo tra l’altro i conti con escursioni altimetriche (non a caso la città dei “sette colli”), cantieri, variazioni di ritmo, incognite. L’idea sarebbe rassicurante solo che nella pratica molti di questi circuiti dedicati sono assolutamente vuoti di frequentatori e rubano spazio al già precario serbatoio di parcheggi della capitale. Così sul piano locale si scatenano polemiche e proteste che hanno una loro fondata ragione d’essere. Come quella che ha investito il progetto della ciclabile ai Parioli restringendo la carreggiata a corsia unica. Palese il fatto che nel quartiere più benestante di Roma i ciclisti sono nella stessa disponibilità di panda sul suolo italiano. Difatti la pista maldestramente in costruzione è per ora sempre desolatamente vuota e semmai ingombra di pedoni. L’Italia non è un terreno liscio come un biliardo, tipo l’Olanda. E Roma in particolare non è Reggio Emilia o un luogo della pianura padana. Le distanze, su una superficie vasta otto volte quella di Parigi, rendono impervia la disponibilità ciclistica che trova ulteriore concorrenza con i mezzi facilitati dagli agenti precari dei delivery che, manco a dirlo, viaggiano spesso contromano, incuranti di semafori e regole della buona circolazione. Ma le ciclabili, come il termovalorizzatore, la perenne richiesta di organizzare un’Olimpiade a Roma, fanno parte di un pacchetto elettorale da “prendere o lasciare” da un’ideologia ZTL cucita addosso in particolare a un partito di cui non faremo il nome ma la cui identità è facilmente intuibile. L’ideologia buonista a volte avrebbe bisogno di misurarsi con il senso comune, con il volere delle maggioranze, con l’esistente. I soldi ci sono e bisogna spenderli in qualche modo. Come con l’overdose di rotatorie con i fondi della comunità europea. Un’altra inflazione di cui avremmo fatto volentieri a meno.  Per quanto mi riguarda la bicicletta è un ricordo del mio precariato giornalistico. Quando, per raggiungere la redazione del quotidiano Il Progresso italo-americano sotto la guida di Joe Marrazzo, scendevo giù per via del Tritone, preparandomi già mentalmente al faticoso ritorno in salita. Un’esperienza avventurosa nel traffico di Roma, certo allora meno sostenuto, che fu interrotta dal classico furto del mezzo in questione. Del resto Roma non è forse la città di “Ladri di biciclette?”.

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Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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