Non è necessario rassegnarsi alla perdita di valori naturali e culturali. Sostenibilità economica e sostenibilità culturale/ambientale possono andare a braccetto. Basta tosare la pecora dal vello d’oro invece di mandarla al macello. L’alternativa esiste, richiede solo uno sforzo progettuale.
Lo abbiamo sostenuto alla Conferenza Internazionale Sulle Mutazioni Climatiche ed al G7: Legni Tropicali, Artigianato, Ecoturismo e Piante Medicinali, sono 4 risorse con un valore potenziale enormemente superiore a quello loro attribuito. Ora dovevamo dimostrarlo.
Una strategia che ha avuto origine da una chiacchierata con un vecchio cachique Ishir tanti anni fa, agli inizi confusa e poco definita, è andata acquisendo precisione e concretezza.
Non ce lo aspettavamo ed abbiamo finito per appassionarci più del previsto, a mano a mano che ci rendevamo conto del fatto che non si trattava solo una scommessa per costruire un museo nella foresta. Era una questione di valori.
La messa a fuoco dell’immagine iniziale doveva avvenire sul terreno, lanciando progetti pilota per passare un esame di fattibilità e dimostrare che le nostre intuizioni non erano sogni velleitari.
Iniziamo dalla prima delle 4 risorse da valorizzare: i legni tropicali.

Riccardo, che ha una formazione scientifica di alto livello ed ha passato mesi dormendo nella sua tendina canadese nelle foreste del Chaco argentino, ha raccolto informazioni, dati e specifiche, stilando schede di una quindicina di essenze lignee. Il risultato di questa ricerca può essere riassunto come segue.
Le foreste del Chaco sono composte da alberi secolari, alcuni millenari.
Si tratta di piante xerofile, adattate al clima estremo e con un ritmo di crescita lento (il palo santo o il guayacan per esempio crescono di 2 mm all’anno in diametro e il loro durame si inizia a formare solo negli individui più anziani).
La natura li ha selezionati per sopportare condizioni climatiche estreme. Come abbiamo visto in una precedente puntata di questo blog, l termometro può registrare sbalzi repentini giornalieri di 20/25 gradi. Nel giro di pochi minuti si passa dalla t shirt alla felpa. Le variazioni stagionali non sono da meno. Le temperature vanno dai -5 ai +50 centigradi, con forti piogge d’estate, siccità d’inverno, inondazioni e incendi. Per sopravvivere in condizioni estreme, la natura ha prodotto piante xerofile e alberi con legni a densità elevatissima che affondano in acqua e restano intatti se esposti agli agenti atmosferici per decenni. 4 dei 10 legnami più duri del pianeta si trovano nel Chaco. Sono legnami che hanno proprietà fisiche uniche (vedi tabelle comparative), duri o direttamente ossei come l’ebano africano, pesanti ed estremamente resistenti a insetti, funghi e intemperie tanto da resistere decenni all’aria aperta o persino sott’acqua senza mostrare praticamente segni di usura.
Le caratteristiche di questi legni pregiati li rendono competitivi, per alcuni utilizzi, con il cemento, il ferro o le resine epossidiche. Contemporaneamente l’analisi comparativa del ciclo di vita ha dimostrato che il legno tropicale
ottenuto da foreste con gestione sostenibile ha un impatto minore sull’ambiente rispetto a gli altri materiali, contribuendo a fissare anidride carbonica invece che liberarne.
Le peculiarità delle caratteristiche delle essenze del Gran Chaco sono enfatizzate dalle variegate cromie. Si passa da toni tenui e riposante del miele e del beige (Guararinà, Lapacho, Quebracho bianco) con anche inserimenti di venature scure (Urunday) ai rosa pallidi (Espina Corora, Ibirà Pità) ai rossi (Quebracho rosso, Vinal) ai marroni scuri e violacei (Algarrobo bianco, Palo Santo, Itin, Guayacan).
Come vengono normalmente utilizzate queste preziose essenze?
Per produrre traversine ferroviarie, carbone o tuttalpiù tannino.
E a che prezzo vengono vendute?
A 10/15 dollari la tonnellata, sarebbe a dire un ventesimo, forse un trentesimo di quella che è la quotazione internazionale del teak, legno mediamente meno pregiato di quelli che crescono nel Chaco.
Insomma, adoperiamo essenze preziose per farne prodotti di poco prezzo. È come produrre cerniere per porte con oro 24K e venderle allo stesso prezzo di quelle di ferro.
In conclusione la deforestazione che nel Chaco prosegue a ritmi non inferiori a quelli dell’Amazzonia, non è solo un crimine ambientale, è un gigantesco spreco di risorse.
Ma come è possibile che non si vada alla ricerca di profitti enormemente superiori acquisendo, per sovrapprezzo anche il merito di gestire le foreste in modo sostenibile?
Ne abbiamo discusso a lungo con Riccardo e siamo arrivati alla conclusione che le ragioni possono essere sintetizzate in una parola: inerzia.
Continuiamo a guardare alle foreste con gli stessi occhi con i quali le vedevamo molti decenni orsono, quando erano chiamate “l’inferno verde”: un luogo sterminato, impenetrabile (nel Chaco argentino il suo nome era in effetti Impenetrable) e inospitale, nel quale si moriva di fame e di stenti o vittima di animali feroci o di tribù indigene ostili. La foresta era uno sterminato ostacolo al progresso, dal valore economico prossimo allo zero. Oggi i termini del problema si sono capovolti. La foresta non è un ostacolo al progresso, può al contrario diventare un fattore di sviluppo. E’inoltre una risorsa assai più scarsa che in passato ed il suo valore è di conseguenza, in applicazione della più nota delle leggi dell’economia, almeno potenzialmente molto più elevato.
Ma perché solo potenzialmente?
Perché, per mettere a frutto questo valore economico, è necessario definire una progettualità. Un piccolo sforzo per superare l’inerzia che induce a seguire schemi ormai superati.
Tagliare meno alberi per rispettare i ritmi di rigenerazione della foresta e vendere il legno a prezzi molto più elevati. Sostenibilità ambientale e profitto economico non sono incompatibili. Per farlo bisogna sostituire l’inerzia con la progettualità.

“Giorgio, quale di questi legni vorresti per realizzare un mobile di design?”
“Tutti!!! Ma dammene almeno uno.”
Eravamo nell’ ufficio di Giorgio Morelato, titolare di un’impresa che produce mobili di alta qualità. Sul tavolo erano ammonticchiati campioni di legni del Chaco, una sorta di campionario dell’ampia gamma di essenze dalle caratteristiche estetiche e meccaniche descritte in apposite schede, che le foreste del Chaco sono in grado di offrire.
Il ferro va battuto quando è caldo e dovevamo procurarci subito del legno da dare a Morelato. Luca, non ricordo bene come, scoprì che in Friuli esiste una xiloteca, una sorta di museo/archivio nel quale sono conservati e catalogati centinaia di legni provenienti da tutte le parti del mondo, si mise in contatto con loro, scoprì che nei loro magazzini avevano una tavola di urunday e che erano disposti a cedercela per il nostro progetto. Avremmo iniziato con un legno nobile, lo stesso di cui è fatto il baston del mando del Presidente della Repubblica Argentina.
Luca abita a Verona che non è poi tanto distante dal Friuli ed ha una macchina abbastanza capiente per caricare una tavola lunga più di 2 metri e portarla nella fabbrica di Morelato.
Morelato la guardò, la esaminò per accertarsi che fosse ben stagionata e non avesse troppe crepe o nodi, disse: “ci possiamo fare qualcosa “e ci presentò Franco Poli, designer di mobili e vincitore del prestigioso premio “Il Compasso d’ oro”.
“Va bene-disse Franco- ho il progetto che fa per voi e, volentieri, lo regalo al Museo Verde. Non vi chiederò un centesimo, solo il rispetto di tre condizioni.
Innanzitutto, e so bene che per questo sfondo porte aperte, i profitti devono andare alle comunità indigene del Chaco.
La seconda condizione è che il mobile non deve essere interamente fatto di legno del Chaco, che è un’essenza preziosa e che quindi va utilizzata in piccole parti per dare un valore aggiuntivo al prodotto.
Terza condizione: non dimentichiamo che, una componente essenziale di quanto vogliamo realizzare è la spiritualità delle culture indigene e delle foreste del Sudamerica!”
Che dire? Uno come Franco Poli viene voglia di abbracciarlo!
Un paio di settimane dopo ricevetti il PDF del progetto che ci regalava. Era una sedia di frassino con un inserto di urunday, legno dalle delicate venature marroni che conferivano eleganza e ricercatezza. Legno italiano e legno Sudamericano, a simboleggiare una cooperazione tra due parti del mondo lontane solo da un punto di vista geografico.
Era quanto cercavamo per dimostrare che un utilizzo parsimonioso dei legni del Chaco può essere adottato conferendo valore a questa essenza normalmente sprecata e sottovalutata.
La chiamammo Sedia Gran Chaco.
Morelato, che ne aveva prodotto alcuni esemplari la presentò al Salone Internazionale del Mobile di Milano.

Sviluppo senza deforestazione ha, con la Sedia Gran Chaco, la sua icona che trasmette un messaggio forte e chiaro: tagliare meno e vendere a prezzi più elevati. È un peccato fare carbonella con i prodotti delle foreste del Chaco. Farne mobili di design è un’opzione possibile e conveniente.
Un passo importante, ma solo il primo nel percorso che abbiamo intrapreso e che siamo determinati a portare a compimento.
Il prossimo passaggio riguarda l’estrazione del legno da fornire ai produttori di mobili, che deve essere munito di certificazione internazionale di provenienza sostenibile. È essenziale avere la garanzia che il legno sia stato estratto in quantità compatibili con i tempi di rigenerazione della foresta. In caso contrario sarebbe un autogol: invece di promuovere sviluppo senza deforestazione creeremmo un nuovo incentivo a disboscare. Dio ce ne scampi!
Per i primi prototipi abbiamo beneficiato della generosità di Gianni che ha messo a disposizione una tavola di urunday archiviata nei depositi della sua xiloteca da tempi immemorabili.
Se volevamo promuovere una produzione di mobili di design dovevamo convincere un’impresa del Chaco ad adempiere ai requisiti richiesti dalla normativa internazionale, operazione complessa ed onerosa. I costi necessari per mettersi in regola sono però abbondantemente coperti dalla possibilità di vendere il legno certificato richiesto dalle industrie che producono mobili di qualità a prezzi, come abbiamo detto, 20 o 30 volte superiori a quelli del legno estraibile senza controllo.
Stiamo lavorando a questo secondo passaggio con interlocutori sul territorio: L’ Università Cattolica di Salta in Argentina, che possiede una tenuta chiamata “El Paraiso” destinata alla gestione sostenibile delle foreste ed un consorzio produttori legni tropicali della provincia del Chaco argentino.
E quando avremo superato l’ostacolo della certificazione, quale sarà il terzo passo?
Finalmente sarà il momento di coinvolgere le comunità indigene della rete del Museo Verde. Diversi gruppi etnici come i Wichi in Argentina i Nivacle e gli Ache in Paraguay hanno tradizione nella lavorazione e decorazione del legno.
Qualcuno di voi ricorderà una precedente puntata di questo blog sulla storia della Guillermina, la monaca ribelle che, negli anni ‘50 del secolo scorso, riscattò i Wichi di Nueva Pompeia nel Chaco argentino, elevandoli a rango di imprenditori che gestivano una fiorente segheria. Questa segheria esiste ancora ed è contigua al Museo Verde di Nueva Pompeya. Un progetto di fornitura macchinari e formazione per produrre semilavorati con legni certificati per industrie del mobile nel Chaco o in Italia sarà la naturale evoluzione delle premesse che stiamo ponendo.
Ci stiamo lavorando ma, nel frattempo, il progetto Sedia Gran Chaco, donato da Franco Poli sta avendo un’altro sviluppo, molto interessante e del tutto imprevisto.
Ma questa è un’altra storia che vi racconterò nella prossima puntata.


