
“…C’è una primavera che si prepara in questo inverno apparente”. Così Giorgio La Pira.
Ed ancora: “Forse che l’autunno e l’inverno non sono i misteriosi laboratori in cui si prepara la primavera e l’estate? Così nei gravi periodi di crisi e di trapasso: quando tutto sembra crollare, tutto è ancora magnificamente valido”.
Dovremmo appropriarci di queste parole del Sindaco di Firenze, il sentimento di attesa, lo spirito di fiducia che le anima, la speranza che infondono per applicarle alla faticosa ricerca dell’unità politica dell’Europa.
I nostri comportamenti – quelli personali di ognuno e quelli collettivi di gruppi, comunità, popoli interi – sono fortemente connessi al livello di comprensione, valutazione e consapevolezza di sé, in ultima analisi di “autostima” che li precedono e li accompagnano.
Quale coscienza, quale “stima” di sé ha, dunque, l’Europa? Si considera un qualunque incidente della storia, una sorta di “optional”, cioè qualcosa che c’è, ma potrebbe indifferentemente non esserci, oppure sente e sa di essere, infine, un approdo obbligato, che sta, cioè, per forza di cose, nell’ordine di ciò che non può non accadere? In altri termini, è “necessaria” l’unità dell’Europa oppure no? Necessaria per i popoli che ne sono parte e, senza Europa, disporrebbero di ben poca e reale sovranità a fronte della “grande trasformazione “cui andiamo incontro? Sospinti sì dalla nostra storia, eppure, soprattutto, evocati ed attirati verso un “altrove” di cui, per ora, non vediamo che sagome indistinte ed indecifrabili, nelle quali promesse e timori ancora si sovrappongono, sfumando le une negli altri.
L’Europa è necessaria anche per il mondo intero che sta là, fuori, oltre i suoi confini? Al tempo della violenza e della sopraffazione, alla stagione della “potenza”, l’Europa, grazie al suo grande patrimonio storico e culturale, è in grado di contrapporre il monito della ragione, la civiltà della solidarietà e della tolleranza, la consapevolezza del valore primario ed inalienabile della vita e della persona? Sono valori che dovrebbe aver appreso – auguriamoci una volta per tutte – dalla storia drammatica, che ha visto il suo suolo intriso del sangue di troppe guerre furibonde.
L’Europa, “terra del tramonto” nel pensiero di Oswald Splenger. Tale, per altro verso, anche secondo un’arcaica radice linguistica sorta nelle terre della “mezzaluna fertile”, tra il Tigri e l’Eufrate, là dove sono nate le prime civiltà. Le quali, raggiunte da Est dal sole che le illumina, lo vedono poi calare nel crepuscolo e nascondersi oltre l’orizzonte della notte, appunto, sulle terre lontane di quella penisola, estrema propaggine della grande piattaforma euro-asiatica che abbiamo chiamato Europa. Un’entità – come ci ricorda Papa Benedetto – che si definisce piuttosto che in ragione di confini geografici determinati, netti e stabiliti una volta per tutte, secondo una tradizione ideale, di costumi, di cultura e di pensiero, in visioni e prospettive, pur differenti, ma, infine, accomunate da un riferimento condiviso al valore della vita e dell’uomo.
Terra, dunque, destinata all’irreparabile eclissi dell’Occidente, secondo l’inespugnabile legge dei cicli storici? Oppure è, nel contempo, la terra di un’alba nuova? L’Europa e sì la terra della crisi, senonché’, sostiene Edmund Husserl, il padre della fenomenologia, è pure il luogo di una speranza ancora possibile, affidata a noi ed alla nostra ragione, purché sia capace di scorgere nel decorrere della storia e della vita, le tracce, pur sempre vive, di un senso compiuto delle cose del mondo.
Parafrasando il Presidente Moro, è in grado l’Europa di essere “alternativa a sé stessa” e, secondo l’attesa dei suoi padri fondatori, diventare il baricentro di un muovo equilibrio internazionale, secondo una prospettiva in cui libertà, sviluppo e giustizia procedono di pari passo.


