Aquileia (3.359 ab.) è un piccolo centro a economia agricola e industriale, in specie turistica, a 50 km da Trieste, verso nord-ovest, e a 10 km da Grado. La sua Basilica, ornata di mosaici paleocristiani, e l’estesa area archeologica circostante sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO. La tradizione urbana del luogo è molto antica. Iniziò nel 181 a.C., con la fondazione di una colonia di diritto latino, voluta dal Senato di Roma. La città romana esistette per quasi 800 anni. Fu abbandonata pochi decenni dopo la calata dei Longobardi in Italia (568). In seguito, fu ripopolata. Dall’XI secolo alla metà del XVIII secolo, fu sede di un principe-vescovo (Patriarca di Aquileia). Per la storia politica e militare di Aquileia romana: Barca N., 2026, Aquileia: lo scudo di Roma, Libreria Editrice Internazionale Italo Svevo, Trieste.
Situata nell’estremo nord-est d’Italia, in una pianura ricca di corsi d’acqua, nell’entroterra di Grado, Aquileia è, nel V secolo (Tardo Impero Romano), una città popolosa, cosmopolita, un grande mercato, e un centro amministrativo, capoluogo della regio X-Venetia et Histria. Il poeta Ausonio la considera come “la quarta città d’Italia (dopo Roma, Milano, e Capua, N.d.A.) e la nona dell’Impero, e ricorda che è famosa per le sue mura e il suo porto. Ha svolto un ruolo cruciale nella grande strategia di Roma nella regione danubiana e nei Balcani occidentali, come base militare, centro di comando e controllo del sistema difensivo dell’estremo nord-est dell’Italia, e fondamentale centro logistico. È soprannominata “la Fortezza Vergine”, perché, sebbene sia stata assediata numerose volte, tuttavia non è mai stata espugnata.
Nel 452, una seria minaccia incombe su Aquileia. Un’orda di 40.000 arcieri a cavallo, comandata da Attila, re degli Unni, avanza rapidamente nell’Isontino, provenendo dalla grande pianura fra il Danubio e i Carpazi. Nel varcare le Alpi Giulie, non ha incontrato resistenza (da tempo, l’accesso all’Italia per quelle montagne non è più vigilato). La schiera procede al galoppo, preceduta da una fama di ferocia bestiale. Aquileia è in allarme. Masse di profughi vengono accolte in città. I raccolti vengono messi al sicuro. All’esterno delle mura urbiche, le cose inamovibili riutilizzabili dal nemico vengono distrutte.
All’arrivo degli Unni in vista di Aquileia, la città è chiusa in difesa e determinata a resistere. I fuochi degli assedianti accampati attorno alla città trapuntano il buio della notte, trasmettendo un senso di attesa e di imminente pericolo. Un’offerta di capitolazione viene respinta. Seguono gli assalti alla città, ciascuno dei quali è una bolgia infernale, fatta di urla, polvere, sudore, e sangue. Gli aggrediti fronteggiano gli aggressori, trovando forza nella disperazione.
Attila si ostina a volersi impadronire della città per non deludere l’aspettativa di preda dei suoi uomini (diversamente la sua autorità s’indebolirebbe) e ottenere che la caduta della Fortezza Vergine susciti un’ondata di panico che si propaghi in tutta l’Italia settentrionale e faciliti la sua avanzata. Tutti i tentativi di prendere la città sono però sforzi inutili.
Inaspettatamente, dopo tre mesi dall’inizio dell’assedio, un fatto ordinario assume un’importanza straordinaria. Una colonia di cicogne prende il volo dai tetti di Aquileia, dirigendosi verso il mare. Attila spiega ai suoi uomini che gli uccelli hanno abbandonato Aquileia perché presentivano la sua caduta imminente. Quel volo, dunque, è un presagio: significa che la città e allo stremo e la vittoria degli Unni è prossima. Pertanto, li rincuora, poi li incita a tornare all’assalto, confidando nell’immancabile vittoria.
La lotta riprende con rinnovato vigore. In breve, un bastione crolla, trascinando con sé un tratto di muraglia. In un lampo, gli assedianti si precipitano nella breccia e irrompono in città. Fanno strage dei difensori. Compiono saccheggi e devastazioni, prendono prigionieri, attizzano fiamme. Fortunatamente, la popolazione civile ha potuto mettersi in salvo, sotto la guida del suo vescovo, nel forte di Grado prima e durante l’assedio. Spaurita e tremante, vede le colonne di fumo levarsi dalla città incendiata.
È il 18 luglio 452 d.C. Sono trascorsi 42 anni da quando Alarico, re dei Visigoti, ha saccheggiato Roma per tre giorni, dirigendosi poi in Sicilia, dove non sarebbe potuto sbarcare a causa del mare mosso. È morto di febbri mentre risaliva la Penisola, a Cosenza, ed è stato seppellito in una tomba realizzata nel letto del fiume Crati, e poi fatta sommergere.
Come la notizia della caduta della Città Eterna ha suscitato una sensazione di fine del mondo in tutto l’impero, così la distruzione di Aquileia crea un generale disorientamento.
Gli Unni proseguono l’avanzata, appesantiti dal bottino accumulato. Passano nella Pianura Veneta e poi nella Pianura Padana, diretti a Milano. Saccheggiano Verona, Brescia, Bergamo. Poi vanno ancora avanti, lasciandosi dietro una scia di morte e distruzione. Infine, occupano la metropoli lombarda. La città è già stata evacuata dall’Augusto d’Occidente e dalla sua corte. Attila, baldanzoso e protervo, entra nel Palazzo Reale e si aggira nelle stanze sfarzose. Un affresco attira la sua attenzione. Raffigura gli imperatori Valentiniano III e Teodosio II nell’atto di schiacciare un barbaro. Ordina di modificarlo e si fa ritrarre seduto in trono e circondato dai suoi nobili mentre i due imperatori versano oro dai sacchi, ai suoi piedi.
L’orda inizia a ritirarsi. Giunto al Mincio, Attila vede un uomo vestito di bianco venire verso di lui: si tratta di papa Leone I, vescovo di Roma. Immaginate la scena: il Papa Cattolico e il feroce Unno faccia a faccia! I due si dicono qualcosa, nessuno saprà mai che cosa. Fatto sta che Attila, dopo quell’incontro, accelera il proprio ritiro dall’Italia. Forse, ha incassato un riscatto. Forse, ha saputo che Marciano, imperatore romano d’Oriente, sta risalendo la Penisola Balcanica con un potente esercito, e minaccia di tagliargli la ritirata. È da escludere che il Papa abbia colpito Attila nel profondo, con parole d’amore e di pace. È più facile che l’uomo vestito di bianco gli sia apparso come un maestro della divinazione, tale e quale agli sciamani dei “popoli delle steppe”, e questo lo abbia intimidito.
Come Alarico è morto poco tempo dopo avere saccheggiato Roma, così Attila muore un anno dopo avere incontrato papa Leone I, inghiottito dalle tenebre della sua storia sanguinaria. Nel frattempo, è rientrato nella sua capitale in mezzo al nulla e ha sposato Idilko. Durante il banchetto nuziale, ha esagerato col vino. Durante la notte, mentre è immerso in un sonno agitato, viene colto da un violento colpo di tosse emorragica: annegherà nel suo stesso sangue. Commentando l’episodio, qualcuno, in seguito, dirà che Attila è stato vittima del fantasma di Aquileia, che lo ha seguito per vendicarsi, fino a prendergli la vita.
La caduta della Fortezza Vergine è stato il preludio della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Quest’ultima avviene un quarto di secolo dopo, con la deposizione del quindicenne Romolo Augustolo a opera del barbaro Odoacre. Romolo Augustolo viene relegato a Napoli, sull’isolotto di Megaride (Castel dell’Ovo). Odoacre, acclamato dal suo esercito rex gentium, “re delle popolazioni barbariche che lo sostengono”, invia le insegne imperiali (dittici, corona, mantello) a Costantinopoli, da Zenone, Augusto d’Oriente, dicendo che l’Occidente non ha più bisogno di un imperatore.
Intanto, Aquileia è tornata a vivere. Si ha notizia di mercati e di un’economia monetaria. La traiettoria vitale della città quando la sua popolazione si trasferisce a Grado sotto la guida del suo vescovo, “come un gregge segue il suo pastore”, pochi decenni dopo la calata di Longobardi in Italia (568). Sono, quelli, anni bui, resi più oscuri da una controversia teologica che lacera l’ecumene cristiano (Scisma dei Tre Capitoli). Gli anni in cui una civiltà avanzata e brillante, come quella Greco-Romana, soccombe all’avanzare di un mondo nuovo, arretrato e grigio.
