Uno dei contributi più rilevanti della cosiddetta rivoluzione keynesiana è l’aver posto al centro della crescita economica il ruolo della domanda aggregata, sostenuta in particolare dai consumi delle famiglie e dagli investimenti delle imprese. È su questo equilibrio che si è fondato il lungo ciclo espansivo del secondo dopoguerra, i cosiddetti Trente Glorieuses, il periodo tra il 1945 4 il 1975 in cui le economie occidentali hanno conosciuto tassi di crescita elevati e relativamente stabili.

In quella fase storica prevaleva un modello di sviluppo riconducibile a una wage-led strategy: la crescita dei salari alimentava la domanda interna, che a sua volta sosteneva investimenti produttivi, occupazione e produttività. Nei principali Paesi occidentali, la quota dei salari sul Pil oscillava tra il 65% e il 75%, contribuendo a creare un circuito virtuoso di sviluppo. L’economista premio Nobel Gunnar Myrdal definì questo meccanismo “crescita economica cumulativa”, sottolineando la capacità del sistema di autoalimentarsi attraverso l’interazione tra redditi, consumi e investimenti.

Anche il contesto internazionale favoriva tale equilibrio. Gli scambi commerciali si concentravano prevalentemente tra economie industrializzate e, a metà degli anni Settanta, circa il 65-70% dell’interscambio mondiale avveniva all’interno di questo perimetro. I movimenti di capitale erano ancora soggetti a significativi controlli normativi e la globalizzazione finanziaria non aveva assunto la dimensione attuale.

L’economia mondiale era quindi dominata soprattutto dai “circuiti reali”, vale a dire dalla produzione di beni e servizi. La finanza aveva certamente un ruolo importante, ma non ancora quella funzione pervasiva e destabilizzante che avrebbe assunto nei decenni successivi. La ricostruzione postbellica e il nuovo assetto geopolitico garantivano infatti un equilibrio nel quale la crescita produttiva manteneva un primato sostanziale sulla speculazione finanziaria.

Con il primo shock petrolifero del 1973-1974, e con il successivo reinvestimento sui mercati internazionali dei surplus generati dal petrolio, il quadro è radicalmente cambiato: l’apertura globale dei mercati e la progressiva espansione della finanza speculativa hanno contribuito a determinare una crescente insufficienza della domanda mondiale, che è proseguita negli anni.

Le ragioni sono state principalmente due. Da un lato, l’emergere di nuove potenze economiche, in particolare la Cina e altri Paesi asiatici, ha modificato gli equilibri dei flussi produttivi e commerciali internazionali, modificando radicalmente anche la gerarchia dei surplus della bilancia dei pagamenti. Dall’altro, l’enorme crescita delle opportunità speculative ha progressivamente spostato quote crescenti di capitale dall’economia reale verso i mercati finanziari. Una parte rilevante dei profitti che in passato veniva reinvestita in attività produttive è stata così sottratta agli investimenti industriali, indebolendo il legame tra salari, produttività e domanda.

Indice medio dei salari reali nei principali paesi del G-20

Con questa trasformazione è entrato in crisi il modello di tipo wage-led e si è progressivamente esaurita la lunga stagione di crescita relativamente equilibrata delle economie occidentali.

Oggi il sistema economico globale continua a confrontarsi con un problema strutturale di insufficienza della domanda aggregata rispetto alla capacità produttiva disponibile. A ciò si aggiunge l’indebolimento se non la vera e propria crisi delle organizzazioni multilaterali internazionali, nate nel secondo dopoguerra proprio per contenere gli squilibri sistemici e riequilibrare gli shock asimmetrici tra Stati.

In un contesto in cui il valore delle attività finanziarie mondiali supera di tre o quattro volte quello complessivo dei beni e servizi prodotti, e nel quale i rendimenti finanziari risultano nettamente superiori ai profitti medi dell’economia reale, le disuguaglianze economiche tendono inevitabilmente ad ampliarsi. In queste condizioni, pensare di riequilibrare il sistema internazionale intervenendo esclusivamente sulle variabili produttive rischia di rivelarsi insufficiente.

Senza una ricomposizione di un modello di sviluppo fondato sulla solidità dell’economia reale e sul rilancio della domanda interna, il rischio è di una lunga fase di instabilità e bassa crescita. Una prospettiva resa ancora più complessa dall’attuale scenario di “policrisi”, nel quale tensioni geopolitiche, squilibri commerciali, fragilità occupazionali e trasformazioni industriali si intrecciano e si alimentano reciprocamente e vengono rese ancora più acute dai rapidissimi spostamenti speculativi dei flussi finanziari.

In questo quadro appare sempre meno sostenibile anche il paradigma della crescita trainata prevalentemente dalle esportazioni. Il modello export-led, che ha caratterizzato molte economie negli ultimi decenni, mostra oggi limiti evidenti persino per le grandi aree economiche globali — Stati Uniti, Cina ed Europa — sempre più esposte a tensioni commerciali e frammentazione geopolitica.

Per rilanciare la domanda mondiale diventa quindi necessario recuperare una prospettiva, capace di riportare al centro salari, occupazione e distribuzione del reddito. La crescita dell’occupazione rappresenta una condizione indispensabile, ma non sufficiente: senza un effettivo incremento delle retribuzioni reali, la domanda aggregata non può rafforzarsi in modo stabile.

Già alcuni anni fa Joseph Stiglitz sottolineava come una crescita più equilibrata richiedesse il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori. Non in una logica di conflitto sociale, ma come strumento per ristabilire maggiore equità distributiva e sostenere la crescita economica.

Reddito equivalente netto delle famiglie per classe sociale in Italia. Anni 2014-2024
(indice 2014=100, valori medi a prezzi correnti)

Negli ultimi decenni, infatti, la finanziarizzazione dell’economia ha contribuito ad ampliare le disuguaglianze e ad alimentare una crescente sfiducia della classe media, penalizzata da incrementi salariali reali inferiori rispetto sia alle fasce più elevate sia a quelle più basse della distribuzione dei redditi. Una sorta di perdita di terreno in termini relativi, per un gruppo sociale che complessivamente in Italia rappresenta il 61% della popolazione, che ha portato ad inquietudine e malcontento, unita alla prospettiva del blocco del cosiddetto “ascensore sociale” che comportava nel tempo dei progressi della situazione dei figli rispetto a quella dei propri genitori.

Anche per questo, in diversi Paesi europei — tra cui Germania, Italia e Regno Unito — emerge oggi una domanda latente di crescita trainata dai salari e dalle retribuzioni. Una prospettiva che si scontra tuttavia con l’idea, ancora molto diffusa, secondo cui gli aumenti retributivi dovrebbero seguire esclusivamente la crescita della produttività.

Eppure, numerosi studi di economia del lavoro mostrano come il rapporto tra salari e produttività sia bidirezionale. Il premio Nobel George Akerlof ha evidenziato, ad esempio, come politiche retributive più favorevoli possano generare meccanismi di reciprocità e fiducia capaci di aumentare l’impegno dei lavoratori e, conseguentemente, la produttività stessa.

La continua compressione delle retribuzioni rischia invece di deprimere i consumi e di alimentare ulteriormente la debolezza della domanda complessiva. Una dinamica che potrebbe essere contrastata attraverso politiche pubbliche orientate al rafforzamento del lavoro, degli investimenti produttivi e della redistribuzione del reddito, ma soprattutto attraverso una strategia orientata a favorire la realizzazione di quegli investimenti di natura reale, in primo luogo in attività innovative e ad alta conoscenza, che sono in grado di disvelare una maggiore produttività aziendale e sociale.

La questione assume ormai una dimensione sistemica e richiede una risposta di policy globale. Rimettere al centro l’economia reale, con una visione di medio-lungo periodo meno subordinata alla logica della rendita finanziaria, appare oggi una condizione necessaria per costruire un nuovo equilibrio di sviluppo. Un equilibrio che torni a valorizzare i principali protagonisti della crescita: lavoratori, imprese e classi medie delle economie avanzate.

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