Le immagini degli scontri e dei saccheggi nel centro di Milano e in altre città prevalentemente del Nord del Paese stanno occupando le cronache, suscitando condanne e richieste di intervento. Ma sarebbe errato lasciare che quelle immagini esauriscano la discussione sulla protesta pacifica di tanti giovani, anche in altre parti d’ Europa e del mondo, che manifestano una profonda insoddisfazione.
In Francia gli studenti protestano contro le condizioni della scuola pubblica, in Spagna i giovani chiedono case a prezzi accessibili, negli Stati Uniti il costo della vita e le disuguaglianze alimentano nuove mobilitazioni. In Cina, dove la popolazione è strettamente controllata, la sfiducia assume la forma del rifiuto di una competizione lavorativa esasperata e la difficoltà di riconoscersi nel modello di successo delle generazioni precedenti. Ma si registrano manifestazioni anche manifestazioni in Belgio, Germania, in India per la democrazia, in Nepal per lo stop ai social.
Sembra non esserci un’unica ideologia dietro queste proteste, ma rappresentano un termometro dello stato di salute delle società, che segnala qualcosa che va oltre le singole rivendicazioni: la crescente difficoltà di credere che il futuro possa offrire condizioni di vita migliori del presente.
L’Italia e il Paese dei bamboccioni
Ma venendo al nostro Paese, non eravamo il Paese dei Bamboccioni?
Il termine usato nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa, che disse: “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa. Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi”.
Già venti anni fa, il ministro si riferiva alla necessità di varare misure economiche per favorire l’indipendenza abitativa ed economica dei giovani italiani. Ma ancor oggi sette giovani su dieci tra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori in famiglia molto più a lungo rispetto ai coetanei europei.
C’è da dire che l’incidenza degli under 24 anni nel 1968 rappresentava il 41,5% della popolazione italiana, oggi è sceso al 21,7%. È una trasformazione demografica profonda, che incide anche sulla rappresentanza politica e sulle priorità pubbliche.
Lavoro e salari al centro delle rivendicazioni
Nelle manifestazioni di piazza dei giovani, ma non solo, si reclama lavoro, ma soprattutto meglio pagato.
Oggi il mercato del lavoro italiano si caratterizza per uno squilibrio molto marcato tra domanda di personale e offerta, nel senso che le imprese fanno fatica a trovare le persone di cui avrebbero bisogno: metà dei posti vacanti resta scoperta per molti mesi ed accade frequentemente che le imprese rinuncino a coprirli. Questo accade in tutti i settori e a tutti i livelli di professionalità. E nelle regioni del Nord Italia ormai siamo a livello di piena occupazione.
Si evidenzia che il Paese ha tra i più bassi salari tra i Paesi Industriali, e non solo stipendio d’entrata per i più giovani, ma ricordo che su 24,5 li lavoratori, censiti dall’ISTAT, anche se mancano all’appello oltre 3 milioni di lavoratori in nero, 5 milioni sono lavoratori autonomi, 3,5 della Pubblica Amministrazione e delle Forze Armate e 16,5 milioni del privato.
Lo stipendio dei lavoratori dipendenti della PA è regolato dalle Amministrazioni Pubbliche, il 95% dei lavoratori del settore privato dai CCNL. Il peso negoziale quindi delle organizzazioni sindacali non è stato in grado in questi anni di consentire almeno il recupero dell’inflazione nelle trattative con le associazioni di categoria. C’è da dire, inoltre che il peso dell’industria, per quanto l’Italia sia ancora il secondo paese manifatturiero dopo la Germania, è 30% e il settore dei servizi ormai è oltre il 65 % ed è lì che si annidano prevalentemente i bassi salari.
Ma venendo a un altro aspetto sul quale manifestano i giovani scesi nelle piazze, principalmente del Nord.
NEET abbandono scolastico e mobilità all’estero
Nel 2025 il 13,3 per cento degli italiani tra i 15 e i 29 anni non studiava, non lavorava e non seguiva una formazione, contro l’11 per cento europeo. C’è stato un miglioramento rispetto al 15,2 per cento del 2024, ma restiamo, soprattutto nelle regioni del Sud, tra i paesi con l’incidenza più alta.
Anche l’abbandono scolastico si è ridotto, ed è una buona notizia.
Nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato gli studi prima del diploma è scesa in Italia all’8,2%. L’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2030 è del 9%. È un risultato importante. E lo è ancora di più se lo si guarda in prospettiva: a metà degli anni Duemila la percentuale degli abbandoni superava il 20%, per poi scendere sotto il 14% nel decennio successivo e ridursi ulteriormente negli ultimi anni.
C’è poi chi studia, si qualifica e parte. Tra il 2019 e il 2024 hanno trasferito la residenza all’estero 247mila italiani tra i 25 e i 34 anni, a fronte di 86mila rientri: una perdita netta di 161mila giovani, di cui 78mila laureati.
Ma si può chiamare ancora emigrazione, soprattutto se avviene in Europa? O si tratta di libera circolazione di cittadini europei?
La situazione dei giovani tra i 14 e 29 anni in Germania è simile e secondo lo studio “Youth in Germany 2026”, il 21%, un giovane su cinque, sta pensando di lasciare la Germania. I giovani tedeschi sperano in condizioni di vita migliori all’estero, in particolare nella Svizzera di lingua tedesca. Situazione simile in Francia in particolare da scuole di ingegneria e management. Tra il 54% e il 79% dei giovani francesi tra i 18 e i 24 anni dichiara di aver preso in considerazione o di voler pianificare un’esperienza di espatrio. I giovani francesi scelgono spesso il Canada francofono, il Regno Unito, la Svizzera e gli Stati Uniti.
L’aspetto critico italiano, è che attraiamo pochi giovani, perché abbiamo poche grandi imprese internazionali e multinazionali, dove gli stipendi a parità di potere d’acquisto sono equiparabili a quelli dei principali paesi europei. Ricordo che il 95% delle imprese italiane sono sotto i 50 i dipendenti e spesso preferiscono diplomati rispetto a laureati, tanto che si sta spingendo per modulare la formazione scolastica con 4 anni di scuole superiori e 2 anni di Istituti Tecnici Superiori, che sono più collegati con le esigenze professionali delle imprese.
Edifici scolastici classi pollaio e calo demografico
Altra protesta giovanile è legata alla situazione di molti immobili scolastici e ad aule in sovrannumero.
L’intersezione tra lo stato degli immobili scolastici, la persistenza delle “classi pollaio” e il progressivo calo demografico degli studenti rappresenta uno dei paradossi del sistema d’istruzione italiano. Il progressivo calo demografico sta svuotando gli istituti, dall’altro permangono forti criticità strutturali e di sovraffollamento in specifiche realtà del Paese. I dati previsionali indicano che la scuola italiana perderà circa un milione di alunni entro il 2034 e fino a quasi 2 milioni entro il 2040 rispetto ai decenni precedenti.
Questo decremento non colpisce tutte le scuole contemporaneamente. Ha già colpito duramente le scuole dell’infanzia e la scuola primaria, dove per l’anno scolastico in corso diverse classi prime non sono nate a causa del mancato raggiungimento della soglia minima di iscritti o si sta ricorrendo, anche in città e non solo nei centri die campagna e di montagna, alle pluriclassi. L’ondata sta ora risalendo verso le scuole medie ed è attesa a breve alle scuole superiori.
Questo non toglie che le amministrazioni statali debbano intervenire nel risanamento di molti immobili, parzialmente avvenuto in molte Regioni con il PNRR.
I punti di forza della scuola italiana
Per concludere con un pensiero positivo. Nei test comparativi internazionali, l’Italia ha registrato risultati positivi in molte materie, posizionandosi davanti a Paesi storicamente competitivi come Svezia, Stati Uniti, Germania e Francia. È ancora caratterizzata da una solida preparazione teorica e culturale e il modello formativo italiano, specialmente nel ciclo secondario, continua a distinguersi per un approccio interdisciplinare e una profondità culturale e teorica tra le migliori in Europa e nel mondo.
Tanto che i nostri studenti e le nostre studentesse che frequentano le scuole europee in ambito ERASMUS, risultano tra i migliori.
Infine, la scuola pubblica italiana si fonda sul principio costituzionale di universalità e non prevede divisioni precoci degli studenti in base al reddito o a livelli di abilità iniziali, come in altri Paesi europei e asiatici. Rappresenta storicamente una delle leve più potenti di integrazione sociale e culturale per gli studenti e le studentesse, con provenienza migratoria.


