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    Home»Inchiesta sul futuro dell'Europa»Frassoni: UE a rischio paralisi ma non il Green Deal
    Inchiesta sul futuro dell'Europa

    Frassoni: UE a rischio paralisi ma non il Green Deal

    Barbara RoffiDi Barbara RoffiGiugno 20, 20241 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Autorevole rappresentante del movimento ecologista europeo, Monica Frassoni ha guidato per quasi dieci anni – eletta nel 1999 e capogruppo dal 2022 al 2009 – il gruppo verde al Parlamento europeo e presieduto per altri dieci – dal 2009 al 2019 – il Partito Verde europeo, ma è altrettanto nota per il suo convinto europeismo a cominciare dai tempi della sua presidenza della gioventù federalista europea che dal 1987 l’ha portata a vivere a Bruxelles.

    Monica FrasAutorevole rappresentante del movimento ecologista europeo, Monica Frassoni ha guidato per quasi dieci anni – eletta nel 1999 e capogruppo dal 2022 al 2009 – il gruppo verde al Parlamento europeo e presieduto per altri dieci – dal 2009 al 2019 – il Partito Verde europeo, ma è altrettanto nota per il suo convinto europeismo a cominciare dai tempi della sua presidenza della gioventù federalista europea che dal 1987 l’ha portata a vivere a Bruxelles.

    Oltre a Presiedere il consiglio comunale di Ixelles, comune nel quale risiede a Bruxelles, guidato dal partito verde belga Ecolo, che per primo l’aveva fatta eleggere al Parlamento europeo, Frassoni ha fondato e dirige l’European Alliance to save Energy  e da quella prospettiva osserva e analizza le vicende europee in particolare dopo le recenti elezioni.

    “l’Europa è a rischio di paralisi, perché dopo queste elezioni alle divisioni in seno al Consiglio e quelle in seno al Parlamento europeo rischiano di aggiungersi le divisioni anche nella Commissione visto che Von der Leyen non ha mai creato un vero spirito di squadra e se oggi fosse rieletta allo stesso posto lo potrebbe fare ancora di meno, provocando il rischio di un blocco nel processo decisionale europeo”.

    Paradossalmente quel rischio sembra ancora più elevato di quello di smantellare il green deal, suggerisce Frassoni, secondo cui “la maggioranza delle normative previste in particolare in materia energetica sono già state approvate negli scorsi anni e le prime revisioni si faranno nel 2026 anche se alcune delle disposizioni vincolanti, come il divieto della vendita di auto a motore a combustione nel 2035, dovessero essere riviste, l’impatto sarebbe nullo perché le aziende automobilistiche europee, inclusa Stellantis, hanno già pianificato la conversione delle loro produzioni”.

    Secondo Frassoni il green deal è stato il risultato di una congiunzione storica che si era presentata all’inizio della scorsa legislatura europea “a seguito della mobilitazione globale del movimento FFF (Fridays for future) iniziato da Greta Thunberg, le evidenze dei cambiamenti climatici sempre più innegabili contenute in  un rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che ha dimostrato l’effetto catastrofico di ogni piccolo aumento della temperatura globale poco prima della COP e la conseguente grande attenzione su questo tema da parte dell’opinione pubblica e dei media che ha avuto un grande impatto sul dibattito elettorale del 2019”

    “Per la prima volta – prosegue Frassoni – la sfida dei cambiamenti climatici e’ diventata una missione trasversale che ha portato all’adozione di una trentina di atti normativi in particolare in materia energetica; la rottura di questa trasversalità ha portato anche all’impossibilità di completare il Green Deal e sono rimaste fuori importanti normative su chimici, pesticidi, qualità dei cibi e tassazione energetica ed è passato per il rotto della cuffia il regolamento sul restauro della Natura grazie alla forzatura della ministra austriaca verde rispetto al suo stesso governo”.

    La nuova legislatura si apre dunque con una situazione di instabilità e mancanza di coesione che non promette nulla di buono non solo per il Green Deal ma per molte delle politiche europee.

    “Ci sono tanti modi per affossare il green deal, per esempio inserendo fra quelle “strategiche” e quindi da finanziare,   tecnologie che costano tantissimo oppure non esistono ancora e non sono “verdi” , come nucleare o cattura del carbonio; questo riduce inevitabilmente l’ambizione della trasformazione del sistema economico e soprattutto di quello energetico perché non è più centrato su opzioni che già oggi possono avere risultati enormi in termini di riduzione delle emissioni come  le energie rinnovabili e l’efficienza energetica”.

     

     

    Come nel caso di Repower EU, un piano europeo fatto per rispondere all’indipendenza del gas russo che ha in effetti aumentato i target per le rinnovabili ma includendo per esempio anche i finanziamenti per il gas “ad oggi su 27 sono solo tre paesi che hanno deciso di adottarlo tra cui l’Italia che intende finanziare la costruzione di nuovo gasdotti sulla dorsale appenninica nella speranza di importare per esempio gas dall’Algeria per trasferirlo in Austria, una cosa che credo non succederà mai”.

    Il rischio più grande secondo Frassoni è quindi quello della frammentazione delle varie soluzioni a livello europeo introducendo il concetto di neutralità tecnologica “così come ha recentemente indicato Giorgia Meloni, che naturalmente non nega la questione della transizione ecologica ma spinge sulla neutralità tecnologica, che da un lato consente di continuare a finanziare gas, petrolio o la cattura del Co2, senza appunto ammettere che alcune tecnologie siano più efficienti di altre, sprecando quindi risorse quando sarebbe invece importante concentrarle al massimo”.

    Non bisogna stupirsi poi, chiosa Frassoni, se sembra che volgiamo fare dei favori a cinesi se abbiamo evitato di fare le scelte giuste prima di loro, quando avremmo potuto.

    Per tutti questi motivi sarà importante vedere se la maggioranza che voterà il prossimo presidente della Commissione europea includerà o meno gli eletti del gruppo Verde “che nella scorsa legislatura hanno contribuito alle maggioranze molto ampie con cui sono state approvate le diverse norme del green deal, almeno fino a quando il PPE ha scelto di allearsi  con la destra estrema per approfittare delle difficoltà oggettive di una trasformazione epocale”.

    Esiste poi, secondo Frassoni, un grande problema di disinformazione in particolare in Italia dove sembrerebbe che le normative sulle auto siano state tutte colpa del commissario Timmermans ““mentre le norme sono state adottate dopo un lungo processo legislativo che ha coinvolto la maggioranza di Parlamento e Consiglio, anche se purtroppo l’Italia ne fa parte sempre meno, come dimostrato dai suoi voti contrari su case verdi, restauro della natura, e eco design”

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    • Barbara Roffi
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