
Agosto 1991, in piena notte, dopo una traversata a vela del Mar Nero, entravamo nell’area del porto di Odessa riservata alle piccole imbarcazioni. Un viaggio nel tempo. Intorno a noi barche che sembravano uscite da un museo della navigazione: scafi ed alberi in legno, cime di fibra naturale e vele di cotone.
Una luce abbagliante ci illuminò e la voce metallica di un altoparlante ci indirizzo’ istruzioni minacciose e incomprensibili. Eravamo la prima imbarcazione da diporto ad attraccare in un porto sovietico. Tra i documenti di bordo, in primo piano, avevo messo Il lasciapassare ottenuto grazie all’Ambasciata italiana a Mosca: il nostro talismano. Ma che ci facevamo ad Odessa? Elementare, dopo aver ripercorso a vela la rotta di Ulisse da Troia a Itaca, rifacevano quella di Giasone alla ricerca del vello d’oro. Ma questa è un’altra storia.
La mattina dopo eravamo sulla scalinata, quella della carrozzina che rotola giù nel film “la corazzata Potemkin”. Intorno a noi tracce dello splendore del sistema sovietico ormai tramontato. Le iscrizioni sugli edifici a modo loro fascinosi e monumentali risalivano agli anni ‘70, quando l’energia propulsiva del sistema si andava esaurendo. Eravamo giovani ed affamati. Un panino, il nostro regno per un panino! Possibile che non si riesca a trovare un semplice maledetto panino?
Tra i manuali di economia che da studente universitario studiavo con maggior o minor profitto, figurava un saggio di Claudio Napoleoni. Vi si citava una teoria formulata, se ricordo bene del Leontiev, secondo la quale in futuro sarebbe stato possibile dirigere efficacemente un sistema economico con l’uso di computer. La teoria, affascinante negli anni ‘80, appare oggi ingenua ed utopistica. I computer sono molto più potenti ma i sistemi economici sono diventati ancor più complessi ed articolati in una miriade di decisioni decentralizzate.
Questo mi veniva in mente mentre mi aggiravo nelle strade della vecchia Odessa. Nel cortile di una casa trovai un busto di Lenin fracassato, probabilmente a colpi di martello. Era forse la reazione rabbiosa di un affamato come me, furibondo contro un’ideologia ed un sistema capace di competere (fino ad un certo punto) nella guerra dello spazio, ma non di mettere un povero Cristo in condizione di acquistare, anche a caro prezzo, un semplice maledetto panino?
Finalmente, in preda ad una acuta nostalgia e profonda ammirazione per la ricchezza e ingegnosa creatività delle panetterie greche (non andranno nello spazio ma, quanto ad assortimento di tiropyta, spanakopyta, kreatopyta, rustici, sandwich chi più ne ha più ne metta…), mi misi in coda in una lunghissima fila di fronte ad un chiosco. Aspettavo e pensavo.
La passeggiata per Odessa mi induceva queste riflessioni: il sistema sovietico era stato competitivo con quello occidentale e aveva prodotto risultati importanti fino agli anni ‘70 (gli ultimi edifici e monumenti risalivano a quel decennio). Poi era entrato in affanno perché inadatto ad affrontare sfide socio economiche di crescente complessità e anche perché, sempre più rigido ed autoreferenziale, aveva perso spinta ed elasticità necessarie ad adeguarsi ad un mondo in rapida evoluzione. Autoreferenzialita’, una brutta insidiosa malattia .
Il sistema occidentale, più elastico, agile e poliforme, stava vincendo la gara. Il primo uomo sulla luna, nel ’69, si chiamava Armstrong, non Gagarin. Sono passati 30 anni. Il sistema sovietico è entrato nei libri di storia. Al suo posto una creatura ibrida, declinata in modo diverso in Russia ed in Cina, che ha il suo punto di forza in una formula semplice e un po’ brutale: decisionismo. Mosca e Pechino, liberatesi della zavorra dell’ideologia comunista e non appesantite dal sistema di contrappesi che rallentano le democrazie occidentali, si muovono con una agilità prima sconosciuta.
Come sta reagendo il principale protagonista del fronte opposto? Mettendosi sullo stesso piano. La raffica di decisioni prese dalla Presidenza Trump sono una impressionante manifestazione di decisionismo. Penso sia giusto e sbagliato. Giusto perché bisogna combattere ad armi pari. Sbagliato perché sull’altare del decisionismo si sacrificano valori la cui perdita, prima o poi, ci costerà troppo cara.
La zavorra della quale dobbiamo liberarci non sono i contrappesi necessari ad individuare in modo ponderato le migliaia di decisioni più efficienti per dare esecuzione al volere della maggioranza in un contesto – è questo un requisito essenziale di una democrazia, non dimentichiamolo- di tutela delle minoranze. Bisogna procedere con decisione, con un bisturi affilato, non con la motosega.
La zavorra inutile sono i meccanismi decisionali, ipertrofici, più orientati all’opportunismo che al raggiungimento degli obiettivi. In una parola l’autoreferenzialita’ che mina agilità e creatività, come nell’URSS degli anni ‘70. E l’Europa? Inutile buttar la colpa sul cattivo che ci impone dazi. Se sorgono barriere possiamo cercare sbocchi altrove. Lo abbiamo fatto con successo, come acquirenti, per il gas russo un paio di anni fa e abbiamo le risorse per cercare alternative. Chi non ci vuole non ci merita, rischia di ripiombare nella barbarie gastronomica e non solo. Il problema di fondo è recuperare spinta idealistica e agilità, liberarci della zavorra.
I meccanismi decisionali sono troppo farraginosi e spesso limitati dalla necessaria unanimità per permetterci di competere in uno scenario dominato da decisionisti. Combattiamo una battaglia epocale con una mano legata. Non proprio una rifondazione dell’Unione, ma ci vuole un potente sforzo creativo per dare efficienza ad un sistema in affanno, come lo era quello dell’URSS negli anni 70. Geometrie variabili, cerchi concentrici, semplificazione procedure? Come ha detto Draghi: Do something! Un colpo di reni. Da fare c’è molto. Dobbiamo toglierci la ruggine di dosso e recuperare agilità a noi congeniale. Ne vale la pena e si può fare perché i valori di fondo dei quali disponiamo ce lo consentono.
Qualche dato:
L’ accordo U.E. Mercosur firmato alla fine dello scorso anno crea un mercato di 700 milioni di consumatori, più o meno il doppio di quello americano. La sua ratifica ci porrà in una posizione più forte per negoziare con gli USA che già, non va dimenticato, sono un mercato più piccolo di quello europeo (350 milioni di consumatori contro i 450 dell’U.E.).
Accelerare la ratifica, anche solo riducendo i tempi previsti (6 mesi!) per tradurre il testo dell’accordo nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione Europea come previsto da una regolamentazione superata da google translator e dalla sempre più diffusa conoscenza di lingue veicolari.
L’ U.E. Senza l’appoggio militare americano non terrebbe fronte ad un sia pur indiretto confronto con la Russia che ha un potenziale economico 10 volte inferiore (1,8 trilioni di dollari il Pil della Russia e 18 dell’ U.E.). L’ Italia, da sola, vale più della Russia ( 2,1 contro 1,8 trilioni).
Anche solo in termini di spese militari (700 miliardi di dollari contro 460) l’Unione Europea, già ora, pesa di più. Trovare un’intesa per razionalizzare la produzione (27 tipi di carrarmati sono troppi!), coordinare i comandi e creare un sistema indipendente satellitare, magari con un piano graduale nell’ arco di un decennio, aumenterebbe la potenza deterrente dei nostri cannoni sacrificando poco o niente burro.
I valori in campo non sono solo economici. Il sistema dei contrappesi, in crisi oltre Atlantico, è un antidoto contro l’Autoreferenzialità, malattia che ha portato alla fine del regime sovietico e dalla quale non siamo immuni. Permette decisioni più lungimiranti di quelle frutto di semplice decisionismo, più importanti e migliori, anche da un punto di vista solo economico. Ma cosa c’entra questo con Ulisse e Giasone? Poco, ma loro un sogno ce l’avevano. Noi Europei dobbiamo recuperarlo ed attualizzarlo.


