Perché i referendum dell’8 e 9 giugno sono stati un fallimento?
Penso sia per due motivi. Primo perché l’istituto referendario è in qualche modo una bambola rotta, almeno da quando i contrari alle richieste di abrogazione hanno capito che l’astensione dal voto è un no molto più forte del voto per il no. Sommare la propria astensione alla quota ormai congenita a tutte le occasioni elettorali facilita enormemente la vittoria del no, mentre il voto contrario può consentire al sì di superare lo sbarramento, di fatto invalidando la propria scelta.
Questo è un dato di fatto e di solito prendere a testate la realtà produce solo bernoccoli.
Secondo, perché solo quesiti su temi cruciali per la vita dei cittadini oppure molto populisti hanno possibilità di coinvolgere la maggioranza dei cittadini. E certamente non era questo il caso del referendum di giugno.
Le quattro richieste formulate dalla Cgil e sostenute da Pd, Cinque stelle e verdi-sinistra sono stati interpretati, giustamente, come una manovra per indebolire il governo. Landini li ha lanciati al grido “Rivolta!” e Schlein, imitata da tutti gli altri firmatari, si è inventata un conto bizzarro per cui se al referendum avessero votato più elettori di quanti avevano dato la maggioranza a Meloni il governo doveva dimettersi. Sciocchezze che hanno alimentato il voto antipolitico più che quello referendario.
Diverso il caso del referendum sulla cittadinanza. Qui si chiedeva una grande consapevolezza degli interessi di tutti i cittadini, che avrebbero dovuto comprendere il guadagno comune derivante da una più veloce e generosa integrazione dei lavoratori extraeuropei nella società italiana. Io concordo con questa idea e ho sostenuto il sì nel referendum, ma ero certo del fallimento perché a questo risultato non si può arrivare senza una discussione aperta e non limitata alle poche settimane di propaganda elettorale. Peraltro la via maestra in questa direzione non è quella del dimezzamento dei tempi per la richiesta della cittadinanza degli adulti, ma un intervento legislativo per dare questa possibilità ai ragazzi nati e cresciuti in Italia la cui integrazione si è già di fatto realizzata frequentando le nostre scuole e i nostri campi da gioco. È lo ius scholae, su cui aperture si sono trovate anche in parte della maggioranza. È vero che l’inerzia bovina dei partiti rappresentati in Parlamento, a destra come a sinistra, non promette di arrrivare a questo risultato in tempi ragionevoli, e forse mai. Ma scorciatoie come quella individuata nella richiesta referendaria non hanno grande speranza di convincere i contrari e meno ancora di portarli a votare in numero sufficiente da far scattare il quorum. Il 35 per cento di cittadini che ha votato per il no (in grandissima parte elettori di sinistra) si è dimostrato disponibile al confronto, ma i sì erano troppo pochi per superare lo sbarramento.
Dunque che fare? Ipotesi di modifiche alla legge sul referendum sono oggi improbabili, e l’unica che ha qualche possibilità di essere accolta in Parlamento è quella formulata dal ministro Calderoli che chiede di eliminare la possibilità di raccogliere le firme online. Di abbassare il quorum si è persa invece ogni speranza. Però chi crede al valore dell’istituto referendario, inteso come terza Camera offerta ai cittadini (dove le prime due sono state screditate dalle campagne antipolitiche, dalla mutilazione populista del numero dei parlamentari e infine dal fallimento della ragionevole riorganizzazione proposta nella riforma costituzionale fallita col referendum del 2016) non deve scoraggiarsi. Quando si proporrà un tema che tocca gli interessi vitali e la sensibilità di tutti, il referendum tornerà a nuova vita. Già la vita: penso a un referendum per una legge sul fine vita, su cui i sondaggi hanno sempre premiato i proponenti. C’è un piccolo problema però: già una volta la Corte Costituzionale ha impedito di andare al voto perché i meccanismi abrogativi che danno origine di fatto a nuove leggi sono difficili da maneggiarsi e facili da manipolarsi in sede giudiziale.
Ciò non toglie che, vista l’anchilosi delle Camere, il tema possa tornare di attualità. Così come del referendum resterà sempre il valore di spauracchio rispetto a eventuali, non del tutto improbabili, tentativi di indebolire lo stato di diritto.


