Il 24 settembre 1997 Aleksandr Solženicyn pronunciava all’Accademia Russa delle Scienze il discorso L’esaurimento della cultura, Sulle minacce alla civiltà.
Il testo venne pubblicato per la prima volta nella traduzione italiana sul Sole 24 ore del 19 ottobre 1997, è stato riedito ora nella rivista americana The New Criterion con il titolo The depletion of culture, On the threats to civilization, estratto dal volume We have ceased to see the purpose, una raccolta dei principali scritti del padre sulla situazione contemporanea pubblicata nell’aprile 2025 dal figlio Ignat.
Nel 1994, dopo venti anni d’esilio, lo scrittore tornava in Russia. L’Unione Sovietica non esisteva più ma sia la Russia post-comunista, in quella distruzione del suo tessuto nazionale che affliggeva Solženicyn, sia l’Occidente rimanevano questioni aperte in tutta la loro drammaticità.

Cultura e modernità a confronto
Lo scrittore russo in questo discorso offre due definizioni di cultura:
«La prima distingue la civiltà come cura dell’ambiente, di un modo di vivere, dalla cultura come cura della vita interiore dell’uomo, della sua anima. La seconda è la cultura come l’insieme delle nostre conquiste intellettuali, filosofiche, etiche ed estetiche. Come possiamo vedere, queste definizioni convergono alla radice: l’aspetto principale della cultura è lo sviluppo, l’arricchimento e il perfezionamento della vita non materiale.»
Nel mondo civilizzato di oggi varie sono state per Solženicyn, come per il nostro Guardini in La fine dell’epoca moderna, le cause del processo che ha portato alla degenerazione della cultura.
Una di esse è l’utilitarismo derivante specularmente dalle concezioni del social-comunismo e del liberismo, che nella sua più recente manifestazione si è evoluto nel potere assoluto del denaro espresso dalla finanza.
Un’altra causa è la diffusione del benessere materiale, che ha travolto l’anima dell’uomo segnando il suo impoverimento e raffreddamento spirituale.
Vi è poi la massificazione della cultura che il corso generale della civiltà ha segnato attraverso l’alfabetizzazione di massa, l’acculturazione, la mediatizzazione, processi che trainati dalla legge di mercato trascinano l’istruzione fuori dalla vera cultura e ne segnano il suo snaturamento. L’arte, il cinema diventano un prodotto che obbedisce a leggi di mercato e non all’intima natura spirituale di ogni autentica creazione umana.
Ma la radice più profonda è nella progressiva secolarizzazione: l’antropocentrismo o umanesimo dell’epoca moderna ha determinato nel XX secolo la trasformazione della cultura in un umanesimo totalitario, incapace di «dare risposte a molte sostanziali domande della vita» e «tanto più impotente quanto più le domande sono profonde. Dal sistema di rappresentazioni e motivazioni dell’uomo in modo sempre più distruttivo viene tolta la componente spirituale. Così è stata distorta tutta la gerarchia dei valori, deformata la comprensione della sostanza dell’uomo e dei fini della sua vita. Al tempo stesso, l’uomo si è sempre più staccato dal ritmo, dal respiro della Natura, dell’Universo».

Una questione spirituale
Qui Solženicyn innesta il pensiero di Blaise Pascal, «L’essenza ultima delle cose è accessibile solo al sentimento religioso», e continua: «Tre secoli dopo, questo giudizio ha per noi un peso ancora maggiore. Quante volte abbiamo potuto convincerci che l’essenza di tutti i processi storici non è nella superficie visibile, ma nella profondità dello spirito. Così è anche per la crisi di visione del mondo insorta nell’umanità d’oggi e il caos etico. E così anche la cultura non si dischiuderà a noi di nuovo, nelle sue inalterate profondità, finché non se ne farà rinascere il terreno morale.»
Soffermandosi sia sulla degenerazione della nazione russa della quale aveva fatto esperienza percorrendo i territori della nuova Federazione, sia sulla pretesa dell’Occidente di informare di sé tutto il mondo, Solženicyn ci pone infine di nuovo (come nel discorso di Harvard) di fronte alla pluralità delle culture sulla Terra:
«Ciò che designiamo con il termine abbreviato “cultura”, intendendo sempre la cultura occidentale, non comprende di fatto la cultura di tutta l’umanità, né i valori che definiamo “universali” sono necessariamente tali. I tentativi di adottare o definire il concetto di una cultura globale unificata minacciano di soffocare grandi culture originali sulla nostra Terra, alcune delle quali considerevoli sia per estensione sia per popolazione (come la cinese, l’indiana, la giapponese e la musulmana), in nessuna delle quali si osserva oggi il processo di impoverimento culturale sopra menzionato.»
E, riferendosi al riscatto dell’anima nazionale russa con un invito che può valere per ogni popolo e ogni latitudine, lo scrittore conclude il suo intervento affermando che «la sopravvivenza o l’estinzione del nostro popolo dipenderanno da coloro che, in questi tempi bui, lavorando intensamente o aiutando materialmente chi fa quel lavoro, sapranno salvare dalla rovina, elevare, rafforzare e sviluppare la vita interiore, del pensiero e dell’anima, quella vita che è cultura».
Una forza interiore che Solženicyn ha espresso in tutta la sua letteratura, in quell’umanità forgiata dagli anni della prigionia nel gulag e dalla sofferenza dell’universo concentrazionario, dove, come il pio Alioscia esorta in Una giornata di Ivan Denisovič, la segregazione è vista singolarmnete come un’occasione di libertà. «A che ti serve fa libertà? In libertà quel poco di fede che ti resta sarà distrutto dalle tribolazioni mondane! Dovresti essere felice di trovarti dentro! Qui per lo meno hai tempo di pensare all’anima!».
Immagine di apertura: San Pietroburgo, foto di Georgii Eletskikh, Unsplash


