Una proposta di Pier Virgilio Dastoli Presidente del Movimento europeo

Fonte: Wikipedia
L’annuncio di Donald Trump di ritirare un sesto delle truppe americane dalle basi militari nella Repubblica Federale di Germania sarà probabilmente seguito da analoghi annunci che riguarderanno paesi europei considerati ormai “ostili” dall’inquilino della Casa Bianca con in testa la Spagna di Pedro Sanchez seguita dal Regno Unito di Keir Starmer e poi dall’Italia di Giorgia Meloni.
Si tratta di un nuovo e più dirompente passo sulla via della exit strategy trumpiana dal continente europeo e più particolarmente dall’Unione europea che si associa alla guerra dei dazi su cui le istituzioni europee non hanno deciso ancora se usare il bazooka europeo dello strumento anti-coercizione (ACI) essendo strattonate dai contrapposti interessi delle industrie europee ed in particolare da quelle automobilistiche tedesche.
Le posizioni ondivaghe di Donald Trump non permettono di avere una visione precisa del futuro delle relazioni transatlantiche che saranno messe a dura prova in occasione del Vertice della NATO ad Ankara che avrà luogo il 7 e 8 luglio 2026, sia se il presidente americano deciderà di partecipare sia se invierà un suo rappresentante, e che sarà preceduto in Francia dal Vertice del G7.
Il Vertice NATO
Nel Vertice della NATO i leader dell’Alleanza dovranno prendere decisioni esistenziali per l’Europa chiarendo interrogativi rimasti per ora senza risposte dalle due parti dell’Atlantico e relative al livello della partecipazione statunitense, al ruolo degli (ex?) alleati non solo europei ma anche canadese e allo sviluppo delle industrie della difesa attualmente egemonizzate dagli americani come avviene per le armi che gli Europei inviano da oltre quattro anni all’Ucraina.
Queste decisioni riguardano in particolare lo Stretto di Hormuz, l’eventuale pianificazione coordinata degli impegni relativamente ai trasporti strategici, alle difese missilistiche, alla cooperazione fra i servizi di intelligence e agli scambi o cessioni delle tecnologie satellitari, oltre alla difesa delle frontiere orientali dell’Europa nel quadro dello Enhanced Forward Presence e, non ultimo, sul livello delle spese degli Europei ciascuno per sé e l’Unione europea nel suo insieme.
Sul tavolo del Vertice della NATO ci sarà principalmente il tema del conflitto russo- ucraino, sul quale è mancata finora la diplomazia europea, che non potrà esistere fintantoché essa si limiterà a ipotetiche iniziative sulla difesa dell’Europa e fintantoché la difesa dell’Europa non sarà considerata come una parte integrante di una vera politica estera e della sicurezza comune a cui oggi mancano purtroppo le condizioni politiche, economiche e giuridiche.
La diplomazia per la pace
La diplomazia per la pace e cioè il ruolo dell’Unione europea come attore internazionale da una parte e la difesa dell’Europa come strumento della sua deterrenza militare e della sua autonomia strategica dall’altra sono due facce della stessa medaglia. Esse richiedono una forte volontà politica per condividere sovranità chiuse per decenni all’interno degli Stati nazionali.
L’esperienza ci ha mostrato che il passaggio dalle sovranità nazionali alle sovranità condivise si è realizzato inizialmente con il consenso di un gruppo ristretto di popoli e di paesi nella convinzione che altri si sarebbero associati all’impresa comune secondo un modello di integrazione differenziata o nel quadro di un’Europa a due velocità che si distingue dall’Europa à la carte che ha attratto recentemente le simpatie di Mario Draghi e della sua tautologia del cosiddetto “federalismo pragmatico”.
Una Schengen della difesa
Ciò non è avvenuto con il Trattato per una Comunità europea di difesa che è fallito non solo per il no francese il 30 agosto 1954 e per la scelta italiana di seguire l’esempio francese ma per il fatto che nessun governo da allora ha proposto di resuscitarlo ma anche perché esso è da tempo giuridicamente e politicamente sepolto negli archivi del Quai d’Orsay.
Per questo noi insistiamo sulla proposta della riapertura di un “laboratorio” europeo per la rapida attuazione di una “Schengen della Difesa” fra un gruppo ristretto ed iniziale di popoli e di paesi a cui siano associate forme innovative di difesa civile e di un comune progetto di servizio civile transnazionale per il coinvolgimento di giovani generazioni europee ma anche di giovani di paesi terzi con un permesso di soggiorno permanente nei paesi aderenti alla Schengen della Difesa.
L’idea di una Schengen della difesa fu proposta nell’agosto 2016 dal governo italiano su iniziativa dei ministri degli esteri Paolo Gentiloni e della difesa Roberta Pinotti e più recentemente da Marco Buti e Marcello Messori.
Il laboratorio per la difesa
L’elemento fondamentale nella creazione del “laboratorio” in materia di difesa è il riconoscimento della sua strumentalità rispetto al conseguimento di una politica estera e di sicurezza comune che deve condurre ad una difesa comune.
In questa prospettiva sarebbe perfettamente logico prevedere l’utilizzazione, nelle forme adeguate, anche delle istituzioni dell’Unione europea compresa la Corte di Giustizia e una solidarietà comune inserendo anche il contributo di paesi terzi come il Regno Unito o la stessa Ucraina.
Le attività di difesa, di deterrenza e di peace enforcement dovrebbero nascere in modo vincolante con il corollario imprescindibile che le decisioni militari non potranno essere lasciate alla responsabilità dei Capi di Stato maggiore ma ad un organo politico sotto un controllo democratico europeo con un bilancio sovranazionale finanziato da debito pubblico e non dalla somma di bilanci nazionali superando i vincoli della unanimità in un sistema di sovranità condivisa.
La governance della difesa europea
Il governo della Schengen della difesa potrebbe essere affidato provvisoriamente ad una Alta Autorità – come avvenne con la CECA – il cui Alto responsabile risponda regolarmente al Parlamento europeo e alla sua commissione difesa (SEDE) così come il Presidente dell’Eurogruppo e il Presidente della BCE dialogano periodicamente e in modo trasparente con la commissione affari economici e monetari del PE coinvolgendo delegazioni dei parlamenti nazionali.
Il tema di un’ampia condivisine di sovranità su una questione che implica l’evoluzione dell’Unione europea verso un modello federale deve spingerci infine a rilanciare la logica democratica e costituente di Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi secondo i quali essa esige il ruolo centrale di una assemblea parlamentare e non una conferenza intergovernativa.


