Chi sperava in un Trump contrario alla guerra ha ora la riprova che il complesso militare-industriale americano, alimentato oggi dalla nuova linfa dell’high tech di Silicon Valley e dalle pretese di Palantir e delle altre Big Tech di governare il mondo, ha avuto il sopravvento e ora cerca il suo tornaconto.
Gli utili economici della creatura di Peter Thiel si allungano come gli artigli di un lupo famelico sulle stanze del potere globale (non solo americano quindi), e forse l’Anticristo che Thiel sembra paventare ha ben studiato il modo di presentarsi come l’improbabile salvatore da sé stesso, versione rinnovata della celebre massima «la maggiore astuzia del demonio è quella di far credere che non esiste» nella più attuale «il demonio esiste ma non sono io».

Ed è lo stesso io che oggi rifornisce le nazioni cosiddette democratiche di armi intelligenti e micidiali, che possono ormai arrivare nel soggiorno di casa ed eliminare chiunque sia ritenuto scomodo, non solo élite politiche o militari ma anche intere popolazioni già prive di tutto, codificando nei propri manifesti che la democrazia è un orpello inutile e dannoso, conquistando la scena con la propria quotidiana violenza ammantata di buoni principi.
Ci troviamo così di fronte un mondo privo di anticorpi e di strumenti di mediazione, la fine dell’ordine internazionale basato sulle regole (sempre occidentali, ma almeno temperate, ricordava Carney, primo ministro canadese) si evolve in una contrapposizione senza esclusione di colpi, dove l’azzardo calcolato diventa la misura della strategia di un Occidente che ha perso il centro affermando di volerlo salvare.
Non che l’Europa stia meglio, stretta tra la mancanza di una democrazia sostanziale e la tentata affermazione di una potenza militare che pesca ancora nelle tasche dei cittadini, già stremate dopo gli anni del conflitto ucraino, trasformando definitivamente l’economia del continente in un’economia di guerra ed esponendolo sempre di più al ricatto energetico degli Stati Uniti, se non della Russia. Per concluderne che è impossibile per ora affrontare una difesa senza gli armamenti e le truppe americane.
Il mondo multipolare non è quello che molti speravano, una riorganizzazione più condivisa del potere, ma sembra (almeno per ora) aver riprodotto gli egoismi conosciuti con le due guerre del secolo scorso, soprattutto la prima, con l’affermazione violenta di nazioni che in ogni momento, per via di una variabile impazzita nonostante le capacità predittive dell’IA, potrebbero entrare in un conflitto diretto.
La circostanza più preoccupante in questo momento è certamente rappresentata dal binomio Stati Uniti-Israele, che esprime da una parte il tentativo americano di riconquistare la scena internazionale e contrastare una certa inerzia degli ultimi anni, dall’altra il non tanto larvato progetto espansivo del Grande Israele perseguito con estrema aggressività dallo Stato ebraico e certamente con qualche ragione se consideriamo il progetto di distruzione dell’Iran e suoi alleati in Medio Oriente.
Il «mai più la guerra» dei papi dal secolo scorso a oggi sembra di nuovo urlato su una terra arida, dove gli egoismi degli Stati, espressione di governi sempre più raramente illuminati, si saldano a quelli di società fortemente ideologizzate.
Il richiamo della ragione è sempre più flebile e il sogno espresso dai migliori statisti del Novecento del secondo dopoguerra è calpestato e irriso quotidianamente da progetti di conquista che alimentano la divisione e lo scontro anche nei popoli. Urgente è quindi la domanda: qual è la radice di questa violenza e che fare in una realtà cosi antitetica, almeno per noi che viviamo in una democrazia?

Dobbiamo disturbare ancora una volta Alexis de Tocqueville per comprendere il rimedio contro questo male oscuro, qualcosa che gli uomini semplicemente dimenticano, soprattutto quando godono della pace da molto tempo.
Nella sua opera La democrazia in America egli evidenzia come le istituzioni politiche e le leggi formali non siano sufficienti da sole a garantire la stabilità di una repubblica. La salute di un sistema democratico dipende in modo decisivo dal «consenso morale di base», cioè da quell’insieme dei valori condivisi che definiscono lo stato morale e intellettuale di un popolo: la religione come fonte della morale, barriera contro l’arbitrio individuale, la separazione tra Stato e Chiesa ma nella complementarietà, il rifiuto dell’individualismo e l’affermazione dei doveri del singolo verso la comunità e del legame tra libertà e responsabilità, l’utile privato imprescindibile dal benessere collettivo.
Se questo consenso è la base del contratto sociale, le persone sono motivate ad associarsi liberamente per risolvere i problemi quotidiani non delegando passivamente tutto allo Stato, se viene meno il vuoto morale produce una crisi della democrazia che evolve in una tirannia della maggioranza, caratterizzata da un conformismo di massa che indebolisce le menti e distrugge la libertà di pensiero.
La guerra può apparire da un lato un collante ideale in questo prevalere della degradazione morale della democrazia, ma dall’altro comporta il rischio della perdita della libertà e di un potere dispotico, poiché «tutti gli uomini di genio militare amano la centralizzazione, che accresce la loro forza; e tutti gli uomini di genio centralizzatore amano la guerra, che costringe le nazioni a concentrare tutti i loro poteri nelle mani del governo».
La via stretta della democrazia passa da Hormuz?
Immagine d’apertura: Lo stretto di Hormuz visto dal satellite, Planet Volumes, Unsplash


