Colpisce profondamente la strage di Modena, che ha causato otto feriti di cui quattro gravi; gravissima una donna. L’aggressore è un italiano di 31 anni, nato a Bergamo, con origini straniere, probabilmente con problemi psichiatrici. Un elogio va ai cittadini che l’hanno bloccato, pur rischiando in prima persona: tra questi anche due giovani di origine egiziana.
Dopo ogni fatto tragico, però, c’è sempre qualcuno pronto a fare propaganda sulla pelle delle persone. Si prende un episodio, si cancellano le tante vite diverse e si costruisce un racconto semplice, emotivo, rabbioso. Perché la paura è facile da attivare. E una società impaurita è più facile da manipolare.
Ma la realtà è un’altra, e spesso si evita di raccontarla, perché smonterebbe molte narrazioni comode alla propaganda.
La realtà sono ragazze e ragazzi delle “nuove generazioni” che ogni giorno studiano, lavorano, salvano vite, fanno cultura, combattono lo sfruttamento, difendono l’ambiente, rappresentano l’Italia nel mondo.
La realtà – per citare solo alcuni esempi – è fatta da Paola Egonu, Marcell Jacobs, Myriam Sylla, Zaynab Dosso, Moise Kean, campioni italiani nello sport;
da Mahmood, Ghali, Tommy Kuti, Amir Issaa, Karima, nella scena musicale italiana;
da scrittrici, scrittori e intellettuali come Igiaba Scego, Espérance Hakuzwimana, Amara Lakhous, Ubah Cristina Ali Farah, Randa Ghazy, Ingy Mubiayi, Cheick Tidiane Gaye, Pap Khouma, Sumaya Abdel Qader, Geneviève Makaping;
da giornalisti, educatori, attivisti civili come Karima Moual, Djarah Kan, Arbër Agalliu, Aman Yihdego, Nadeesha Uyangoda, Mehret Tewolde, Cleophas Adrien Dioma, Marta Sachy, Ada Ugo Abara, Abderrahmane Amajou, Yvan Sagnet.
Sono giovani come Ramy Shehata e Adam El Hamami, che salvarono decine di compagni durante il dirottamento del bus nel milanese.
Sono reti civiche come CoNNGI e Italiani Senza Cittadinanza, che da anni parlano di scuola, diritti, partecipazione, responsabilità civile. Non contro l’Italia, ma per un’Italia migliore.
E perfino molti dei giovani premiati ogni anno dal Quirinale come “Alfieri della Repubblica” arrivano da questa Italia plurale, quella reale, quella che lavora in silenzio e che quasi mai finisce nei talk show urlati.
Questa è la realtà che la propaganda prova a oscurare. Perché una società impaurita ragiona meno. E una società che ragiona meno è più facile da guidare dove conviene.
Ma un Paese serio dovrebbe giudicare le persone per ciò che fanno, non per il cognome, il colore della pelle o l’origine dei genitori.
Altrimenti non stiamo più parlando di sicurezza o integrazione. Stiamo parlando di semplificazioni costruite per dividere.


