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    Home»Inchiesta Europa post Covid»Gioie & dolori di venti anni di euro
    Inchiesta Europa post Covid

    Gioie & dolori di venti anni di euro

    Pietro FiorettiDi Pietro FiorettiFebbraio 20, 20222 VisualizzazioniLettura 3 min.
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    Photo by Markus Winkler on Unsplash
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    Che giudizio darebbe oggi un tribunale del popolo se avesse l’Euro sul banco degli imputati? Quale sarebbe l’opinione più diffusa tra la giuria popolare di questo immaginario tribunale?

    Foto di Towfiqu barbhuiya da Unsplash

    La risposta è fin troppo scontata. Basta ascoltare, basta chiedere oggi ai cittadini per le strade: l’Euro ci ha impoveriti tutti; gli stipendi sono rimasti gli stessi ma i prezzi sono raddoppiati; se n’è avvantaggiata solo la Germania; è meglio tornare alla vecchia Lira, la vecchia liretta.Ma siamo proprio sicuri che la “vox populi”, il sentimento del popolo sia giustificato e corretto? È questa la narrazione che vogliamo far passare alla storia degli ultimi vent’anni?

    L’Euro è solo uno strumento, un mezzo di scambio nella compravendita di beni e servizi. Non è ne buono ne cattivo. Il problema nasce quando da tante monete si decide di crearne una nuova allo scopo di favorire gli scambi all’interno di una zona commerciale. In quel momento il valore delle singole monete dipende dalla forza dell’economia che ogni singola moneta rappresenta in rapporto con le altre. 

    E di conseguenza nel calcolo del rapporto di cambio che viene poi fissato in una data concordata.

    Il problema è che la nostra amata e bistrattata Lira nei mesi precedenti al change-over aveva un “fair value”, un valore di stima che si aggirava attorno alle 1.200 Lire per euro e il Deutsche Mark viaggiava solitario a quota 2.000.

    La differenza dei prezzi di cambio rappresentava semplicemente la forza delle due differenti economie. La nostra viaggiava da molti anni più lentamente di quella tedesca.

    Ed oltre a ciò, quando le nostre imprese faticavano ad esportare perché non più competitive nei prezzi, ecco che arrivava una provvidenziale svalutazione che ridava ossigeno al nostro export. E via così. Da una svalutazione competitiva all’altra, e si tirava a campare. Con le singole manovre di svalutazione diventavamo tutti un po’ più poveri ma alla fine nessuno se ne preoccupava più di tanto. L’export ripartiva e aumentava l’occupazione.

    Ma era chiaro a tutti che dopo il changeover-over, dopo il passaggio all’Euro, il giochino delle svalutazioni competitive non si poteva più fare.

    Foto di Omid Armin da Unsplash

    E qui arriviamo al misfatto signori della Corte. Invece di approfittare dell’ultima possibilità di una svalutazione facendo pressione sui cambi per abbassare il nostro rapporto di cambio cercando di portarlo a 1.100 o magari a 1.050 sull’Euro abbiamo fatto il contrario: rivalutare la nostra lira forzando per avvicinarci a quota 2.000, alla quota del Marco tedesco, in una dissennata competizione che ci ha visto correre da soli. Il giorno del “fixing” siamo arrivati vicino all’obbiettivo di quota 2.000 fermandoci a 1.936,27.

    Le autorità monetarie tedesche non hanno certo ostacolato questa nostra insensata e solitaria corsa.

    Risultato: nel giro di poche settimane ciò che costava 10.000 lire è passato a 10 euro, una casa che si vendeva a 200 milioni di lire è passata a 200.000 euro.

    È raddoppiato quasi tutto ma gli stipendi sono rimasti quelli di prima.

    Il danno c’è stato ma il responsabile non è l’Euro, ma chi ha gestito il passaggio con miopia ed incapacità.

    Oggi, cari italiani, malgrado tutto ciò che è avvenuto, teniamoci stretti l’Euro.

    Cerchiamo piuttosto di eliminare gli sprechi e di far crescere la nostra economia. Liberiamo le energie che questo nostro incredibile Paese può ancora generare.

    L’Euro è innocente.

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    • Pietro Fioretti
      Pietro Fioretti
    euro Europa politica monetaria valuta
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