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    Home»Attualit໓Vitti ‘na crozza”
    Attualità

    “Vitti ‘na crozza”

    Alessandro ColuccelliDi Alessandro ColuccelliMaggio 20, 20232 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    Ero bambino a Roma, inizio anni ‘60, sentivo una canzone in siciliano alla radio, “Vitti ‘na crozza”, non capivo il significato, vedevo gli altri ballare e battere le mani, ridere, così pensavo fosse una canzone divertente. Mio zio, nativo di Marsala (TP), che viveva con noi, mi prese da parte, potevo avere dieci anni e mi raccontò.

    La storia, le origini della canzone, ma soprattutto il significato mi spaventarono ovviamente, ma conobbi un mondo che nemmeno immaginavo. E così “Vitti ‘na crozza” perse il suo mistero e rivelò una storia triste, disperata, di dolore, fatiche e morte.  Seppi anche che l’autore era anonimo e la data di compilazione non si conosceva, ma pochi anni prima, nel 1950, era uscito un film nei cinema dal titolo “Il cammino della speranza” di Pietro Germi e la colonna sonora era proprio questo brano riadattato dal maestro Franco Li Causi sulle parole e i racconti di un anziano minatore di Favara, Agrigento. Questa è solo l’inizio: conosciamo il segreto di questa canzone.

    Imbocco di una miniera di zolfo – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 3.0

    Il significato di “Vitti ‘na crozza” è legato al mondo delle zolfare, le miniere di zolfo, “pirrera” in siciliano, fatto di duro lavoro e sofferenza. Pian piano mio zio me lo tradusse in italiano dal dialetto e compresi che non era certo una canzone allegra, ma significa “Vidi un teschio”. E’ lui l’attore principale del racconto, e sicuramente non è cosa allegra, è una denuncia contro il lavoro minorile, i bambini chiamati in dialetto ”carusi” ( parola siciliana che riguarda i ragazzi compresi tra i 6 ed i 14 anni, quelli tra i 15 e meno di 21 anni erano chiamati picciotti) e certe usanze del mondo cattolico e del padronato collegate a questo lavoro. Qualcuno si avvicina alla zolfara e vede un teschio sopra un “cannuni”, che non è un pezzo di artiglieria, non parla di guerra, ha il significato di “bocca larga”, insomma la caverna di ingresso della miniera.

    Vitti na crozza supra nu cannuni,
    fui curiuso e ci vossi spiari,
    idda m’arrispunniu cu gran duluri
    “murivi senza un tocco di campani”.

    Il protagonista è morto e vorrebbe una giusta sepoltura, una funzione religiosa con due tocchi di campana, poca cosa, poi l’affetto dei suoi cari, dopo una vita di tribolazioni e fatica, dovuta a un lavoro che distrugge, dopo aver trascorso la maggior parte della propria vita in fondo a una miniera di zolfo della vecchia Sicilia e se moriva lì, nella profondità della terra non veniva sepolto, spesso nemmeno riportato in superficie, nemmeno la consolazione di una messa e un tocco di campane. Potrà sembrare assurdo ma la Chiesa ha considerato, almeno fino agli anni quaranta del novecento, come indegni di sepoltura nei cimiteri e una messa di suffragio i suicidi e anche per assurdo gli attori, ma ancora di più i minatori morti nelle zolfatare, erano nullità, quasi appartenenti al demonio, considerato lo zolfo, simbolo del demonio, vista la profondità e l’oscurità che regnava in quei cunicoli. E allora torna alla mente il racconto “Rosso Malpelo” di Giovanni Verga, pubblicato per la prima volta nel 1878 per poi essere inserito in Vita dei campi (1880), una delle novelle del Verga ambientate nel mondo rurale siciliano del latifondo, dello sfruttamento, soprattutto femminile e minorile e appunto delle miniere. La storia narra di un ragazzo, additato dalle credenze popolari perché rosso di capelli, ovvero il male, ma anche sporco di rosso per il suo lavoro nelle cave di rena siciliane, provincia etnea di Catania, ma per estensione anche a tutti i “carusi” resi come schiavi nelle solfare siciliane.

    Il cammino della speranza – Foto pubblico dominio da wikipedia.org

    La disperazione e la povertà faceva sì che i bambini fossero affidati dalle famiglie a un picconatore che già lavorava in miniera, uno che conoscevano, magari dello stesso paese, per lavorare al trasporto del minerale grezzo dai sotterranei fino alla superficie con una remunerazione a cottimo. Spesso venivano anticipati i soldi, per comprare qualcosa da mangiare, per poche lire, forse 100 lire. Diventava un debito che non si riusciva mai ad estinguere, anzi cresceva e non era raro il caso di ragazzi diventati uomini che erano sempre “carusi”, indebitati e obbligati, senza alcun rispetto del diritto dell’infanzia, della sicurezza sul lavoro, dall’alba al tramonto, in gallerie semibuie, senza fine. Era illegale, già a quei tempi, far lavorare i bambini, ma la disperazione e la fame erano più forti di qualunque legge.

    I carusi lavoravano praticamente nudi, quasi in assenza di aria, anche sedici ore al giorno, spesso subendo maltrattamenti e punizioni corporali, se accusati di scarso rendimento nel lavoro. Trasportavano a spalla pezzi di roccia fino in superficie, per camminamenti stretti e ovviamente in salita per poi tornare giù. La storia ci racconta di tante disgrazie, tante anche nemmeno conosciute, come nel 1881, quando morirono fra adulti e ragazzi quasi cento persone, a causa dello scoppio di grisù, un gas combustibile ma inodore ed incolore, praticamente metano, più pesante dell’aria, a causa di una lampada ad olio. E’ per questo che spesso in miniera si portava una gabbietta con un uccellino e si posava per terra, se l’uccellino moriva era il campanello d’allarme per una fuoriuscita di grisù. Tante di quelle vittime rimasero per sempre laggiù nella terra, tanti senza nemmeno un nome, svaniti nel nulla e questo continuerà almeno fino al 1960. Come ulteriore infamia nei confronti di quei poveri ragazzi, se morivano, veniva negata una parte del salario, perché non avevano terminato il lavoro, ma, assurdo, veniva detratta anche a quelli che pietosamente li avevano portati in superficie, ecco perché tantissimi rimasero nelle profondità di quelle caverne senza un nome, senza pietà e, come dice il testo della canzone senza un rintocco di campane.

    Frammento di Coltan lungo 6 cm – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 3.0

    La storia non finisce perché oggi, in Africa, soprattutto in Congo, in Cina e in America Latina, centinaia di bambini vengono utilizzati in miniera per la ricerca e il trasporto di enormi masse di “terre rare” per poi selezionare i metalli come il cobalto, il litio, il coltan, il tantalio, il lantanio, fra gli altri, per produrre poi le batterie dei nostri cellulari, dei PC e delle auto green…per soddisfare le esigenze del mondo occidentale, che nel frattempo volta la testa da un inferno di soprusi, sfruttamento minorile, meglio schiavitù, salari minimi, morti, malattie e una omertà più pesante e densa di quelle masse di terra portate in superficie.

    Lo so una canzone non risolve nulla, ma vi invito ad ascoltarla a occhi chiusi, con la mente, per essere vicino a migliaia di sfruttati in un mondo feroce:

    “Vidi un teschio”

     Vidi un teschio sopra la torre
    Ero curioso e volli domandargli
    Lui mi rispose con gran dolore
    Sono morto senza rintocchi di campane
    Sono andati, sono andati i miei anni
    Sono andati, sono andati, non so dove
    Ora che sono vecchio di ottanta anni
    Chiamo la morte e questa mi risponde
    Preparatemi, preparatemi il letto
    Che già i vermi mi hanno mangiato tutto
    Se non lo sconto qui, il mio peccato
    Lo sconterò nell’altra vita, a pianto rotto
    C’è un giardino in mezzo al mare
    Pieno di fiori, di arance e di fiori
    Tutti gli uccelli vanno lì a cantare
    Pure le sirene ci fanno l’amore.

     

    Foto di apertura: Sicilia: “carusi” all’imbocco di un pozzo della zolfara (1899) – Foto pubblico dominio da wikipedia.org

    Autore

    • Alessandro Coluccelli
      Alessandro Coluccelli

      Nato a Roma - 1954. Diploma maturità classica col massimo dei voti. Dal 1976 nella redazione del TUTTI, partecipa a tutte le iniziative dell’A.I.G.E, del CEGI e del Comitato Italiano Giovani dell’Unicef. Dal 1985 responsabile ammin. e aff. gen. presso IPALMO; poi, fino al 1993, stesse mansioni presso MONDIMPRESA, UnionCamere. Dal 1993 al 2011 titolare di un agriturismo in Umbria, Presidente Ass. agrit. Umbria Terranostra-Coldiretti e membro della Giunta. Dal 2012 al 2015 gestore di una dimora storica, ricettiva, del 1400 e creatore e gestore di un Museo del Vino in provincia di Lucca. Dal 2015 a marzo 2020 responsabile gestione per due strutture ricettive del centro di Roma.

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