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    Home»Mondo»Il terzo incomodo nelle elezioni USA
    Mondo

    Il terzo incomodo nelle elezioni USA

    Domenico MaceriDi Domenico MaceriAgosto 20, 20240 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    “C’è una realtà politica in cui la sua candidatura potrebbe sfilare abbastanza voti in alcuni stati chiave da Al Gore e consegnare la presidenza a George W. Bush”. Così Robert F. Kennedy Junior (RFK) pochi mesi prima dell’elezione del 2000, mentre cercava di incoraggiare Ralph Nader a non candidarsi. Kennedy temeva che Nader, oltre alle pochissime possibilità di vittoria, avrebbe fornito un assist al candidato repubblicano. Difatti, avvenne proprio così. Bush vinse nello stato della Florida con un margine di 537 voti, conquistandosi i 25 voti del collegio elettorale del Sunshine State che gli aprirono le porte della Casa Bianca (271 voti del collegio elettorale per Bush e 270 per Gore). Con ogni probabilità, Nader ebbe un effetto di spoiler anche nello Stato del New Hampshire, dove ricevette 22 mila voti, molti dei quali sarebbero andati a Gore, il quale, con i 4 voti del collegio elettorale dello Stato, avrebbe avuto la meglio su Bush.

    Sen. John F. Kennedy durante una visita a Oak Ridge

    Adesso Kennedy potrebbe avere un effetto simile a quello di Nader nell’elezione del 2024. RFK, come si sa, è il nipote del presidente John F. Kennedy, il 35esimo presidente degli Usa, assassinato nel 1963. Il padre, Robert F. Kennedy, fu anche lui assassinato nel 1968, quando era candidato alla nomination del Partito Democratico. RFK fa dunque parte di una famiglia “nobile” negli Usa, ma la sua candidatura lo ha fatto divenire una pecora nera nella famiglia, molti dei cui membri hanno preso le distanze per le sue teorie complottiste.

    RFK si era candidato alla presidenza come democratico, ma poi cambiò rotta nel mese di ottobre dell’anno scorso, dichiarandosi indipendente. Uno dei problemi, però, consiste nel capire quale partito poiché diversi nomi vengono usati in diversi Stati. In California ha ricevuto la nomination dell’American Independent Party, ma in altri Stati il nome del partito contiene diverse denominazioni. Questa situazione gli sta causando problemi legali aggravati anche dalla questione della sua residenza. In questi giorni deve chiarire legalmente se la sua residenza è a New York o in California. Se dovesse essere dichiarato residente californiano, legalmente non potrebbe qualificarsi poiché la sua vice annunciata, Nicole Shanana, risiede nel Golden State. Per legge, i due candidati devono risiedere in Stati diversi.

    La campagna di Kennedy sostiene che è già qualificato come candidato presidenziale in 45 Stati. Il suo nome apparirebbe dunque nelle schede elettorali con un totale di 480 su 538 voti del collegio elettorale. Includono anche quegli Stati in bilico, ed è qui che il suo effetto potrebbe essere significativo. I sondaggi che alcuni mesi fa gli davano il 15 percento sono però scesi a un range del 3 all’8 percento. Cifre che potrebbero essere determinanti negli Stati in bilico se si considerano i risultati delle elezioni del 2016 e 2020. Nella prima, Trump riuscì a superare Hillary Clinton con un totale di 80 mila voti distribuiti negli Stati del Michigan (10 mila), Pennsylvania (46 mila) e Wisconsin (22 mila). Nel 2020, Joe Biden ebbe la meglio su Donald Trump con un margine di 44 mila voti distribuiti in soli tre Stati—Georgia, Arizona e Wisconsin.

    Kamala Harris

    Al di là dei due maggiori partiti, Partito Repubblicano e Partito Democratico, esistono parecchi altri partiti minori come Libertarian, Green Party, No Labels Party, Constitution Party, ecc. Fra questi, preoccupa di più la candidatura di RFK, come dimostrano le reazioni dei due partiti maggiori. Da una parte, i democratici stanno facendo di tutto per impedirgli l’inclusione nelle schede elettorali mediante azioni legali. Temono ovviamente che RFK sarebbe uno svantaggio per loro. Da aggiungere che Trump, nel mese di giugno, aveva dichiarato di essere felicissimo della candidatura di RFK poiché è “avversario di Biden”. Un altro indizio che conferma questa tesi è che uno dei più grandi finanziatori di RFK non è altro che Timothy Mellon, che dona ingenti somme a gruppi che appoggiano Trump.

    Con il ritiro di Joe Biden e l’entrata in campo della vice Kamala Harris, i democratici hanno eliminato i vantaggi di Trump, che lo davano in buona posizione di vittoria. Adesso si tratta di un vero testa a testa, anche se in alcuni sondaggi la Harris si trova leggermente avanti. I repubblicani danno chiari segnali di preoccupazione, specialmente con la scelta di Tim Walz a vice della Harris.

    Pochi giorni dopo il tentativo di assassinio, Trump telefonò a RFK e i due discussero parecchie cose, incluso l’uso dei vaccini, sui quali entrambi hanno dimostrato grosse riserve. Questa comunanza di idee ha fatto pensare che, in un’eventuale vittoria, il candidato repubblicano potrebbe ricompensare Kennedy con un posto nell’amministrazione come segretario della Sanità. Sarebbe un disastro per la salute degli americani, considerando le teorie complottiste espresse da RFK. Il disastro ancora più grosso sarebbe se RFK finisse per essere l’ago della bilancia che farebbe pendere l’esito elettorale verso Trump.

    Donald Trump elezioni USA Joe Biden Kamala Harris Robert F. Kennedy Junior Tim Walz
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    Domenico Maceri

    PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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