15 Aprile 2026 - mercoledì

La realtà è vorticosa e travolge conoscenze e saperi consolidati. Da un giorno all’altro rischiamo di fare nostra la presunta nazionalità spagnola di Cristoforo Colombo o l’insipienza dell’ONU. La constatazione è quanto mai consustanziale al mood televisivo, basato sugli indici di ascolto, che ci restituisce l’immagine peregrina di un’Italia che premia Temptation Island. In questi casi, giudizi di valore e merito estetico vanno abrogati. Parafrasando l’indimenticabile Prima Pagina di Billy Wilder, si potrebbe scrivere: “È l’indice d’ascolto, bellezza!”. Entrando in questo ordine di idee, bisogna prendere atto dell’irreversibile obsolescenza dei talk show, immediato frutto della perdita di centralità della politica. Facciamo un esempio concreto: come costruire un talk su un tema tanto scivoloso come lo ius culturae o gli extra-profitti delle banche, dove Forza Italia esterna una posizione al mattino che tradisce la sera? Come si può alimentare un dibattito sulle guerre (a scelta, la russo-ucraina o il conflitto insediato a Gaza) quando l’Italia sub-atlantica è spettatore non partecipante del grande dibattito internazionale?

Ecco perché Chi l’ha visto? o Quarto Grado, che alimentano la torbidità vischiosa della cronaca nera, parlano più e meglio alla pancia dell’utente, non più elettore. Eppure tutte le emittenti generaliste continuano a insediare in prima serata talk insopportabili nella loro ripetitività, anche per la durata. Come si può immaginare che un italiano medio sia davanti al video dalle 21:30 (orario effettivo) fino a ben oltre mezzanotte? Per non parlare di Porta a Porta, l’appuntamento soporifero e governativo (qualunque governo degli ultimi trent’anni) con capolinea alle ore piccole. Chi investe su questi programmi continua a immaginare un’Italia televisiva che non c’è più. Non è certamente quella di Carosello o Non è mai troppo tardi, ma non è neanche quella dell’estenuante dibattito politico. In effetti, il calo delle presenze ai seggi è omologo e coerente con la fuga dal piccolo schermo sul versante dei talk show.

Gli influencer dovrebbero riorientare la programmazione televisiva sul versante della realtà e di quello che veramente interessa agli italiani, anche se di taglio minimale, non universale e di corto respiro. Evitando l’esempio dell’imitazione di Mediaset, dove abbondano blande adozioni di format internazionali. La televisione dovrebbe essere intrattenimento intelligente, perché ormai l’approfondimento si basa su altre fonti. L’esempio illuminante e preclaro, quanto dimenticato, è quello di Renzo Arbore e dei suoi indimenticabili programmi del secolo scorso. Oggi le sue repliche sono confinate in ultima serata, quando meriterebbero, ad abundantiam, la prima. E come dimenticare gli anni ruggenti di Roberto Benigni, pieni, se si vuole, di oscenità e turpiloqui, ma testimoni involontari di un mondo televisivo estremamente libero.

Tra l’altro, gli ospiti abituali dei talk show obbediscono alla logica binaria e prevedibile di governo e opposizione: un ospite di destra e un contrappeso di sinistra. Così, stucchevolmente, l’invitato speciale sovraesposto è Italo Bocchino, considerato (ed è tutto dire) il più presentabile tra gli esponenti governativi. Per non parlare di Magliaro, fervente fascista, evidentemente un’occasione (ridicola) per riesumare Mussolini e fare audience.

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Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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