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    Home»Anime libere»Il nome della Rosa: Rosita Zarfati
    Anime libere

    Il nome della Rosa: Rosita Zarfati

    Consuelo QuattrocchiDi Consuelo QuattrocchiGennaio 20, 20251 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    Aushwitz
    Aushwitz
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    Si ringrazia per il presente articolo:
    Alex Zarfati per la testimonianza diretta
    Francesca Nocca e Paola Loru e tutte le insegnanti della Scuola Rosita Zarfati I.C. Gino Felci
    per l’impegno e la cura nell’educare i loro bambini alla memoria affinché ciò che è stato non sia più.

    Da domani sarò triste, da domani,
    Ma oggi sarò contento.
    A che serve essere tristi, a che serve?
    Perchè soffia un vento cattivo?
    Perchè dovrei dolermi, oggi, del domani?
    Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
    Forse domani splenderà ancora il sole
    E non vi sarà ragione di tristezza.
    Da domani sarò triste, da domani.
    Ma oggi, oggi sarò contento,
    e ad ogni amaro giorno dirò:
    “Da domani, sarò triste.
    Oggi no.”
    (Poesia di un ragazzo trovata in un ghetto nel 1941

    Mi chiamo Rosa Rosita. Un nome scontato? Non per me e per la mia curiosità quella che contraddistingue tutti i bambini della mia età. Papà Vittorio e mamma Emma dicono di avermi dato questo nome perché la tradizione vuole che si dia alle figlie femmine il nome delle nonne ma io non credo che il motivo sia quello. Sono nata nel mese di gennaio ma voi ve la immaginate una rosa che fiorisce a gennaio? Pensate a quanto possa essere spettacolare veder fiorire una rosa a gennaio. Le piante si mostrano nude nella loro semplicità. Le piante di rosa, poi, diventano dei bastoni marroni e secchi e mostrano fiere le loro pungenti spine. Io sono la Rosa di gennaio quella bianca che spicca sui rami secchi anche se rimane bocciolo, che mantiene la sua freschezza e il suo profumo eterni. Una rosa così chi può non vederla e non ricordarla? Oltre al mio nome mi piacciono i fiocchi. Adoro i fiocchi sui capelli non c’è una foto che non mi ritragga in tutta la mia bellezza di bambina sorridente, solare e con i capelli a caschetto adornati da un bel fiocco.

    Un’altra mia passione, questa però mi piace condividerla con i miei fratelli, è quella di salire sui tetti. Dicono che i tetti siano solo per i gatti ma non è vero. I tetti sono anche per i bambini curiosi e pieni di sogni come me. Quando sei in alto così vicino al cielo i sogni ti sembrano più vicini, senti di poterli afferrare e di farli più tuoi. Mi piace anche il fatto di vedere la città dall’alto, Roma sembra eterna immersa in tutta la sua bellezza e amo vederla sfumare all’orizzonte perché oltre l’orizzonte immagino inizino nuovi mondi inesplorati e meravigliosi dove potrò andare magari trasportata da una nuvola.  Io sono nata a Velletri e sono la prima di quattro fratelli. I miei fratelli Leo, Italia e il piccolo Giancarlo che, però, ci ha lasciati dopo soli tre mesi, sono nati a Roma dopo il nostro trasferimento. A Roma frequento una bella scuola, un istituto privato di religiose e abitualmente mi reco al tempio. La scuola mi piace, mi piace studiare e imparare tante cose. La mia maestra dice che sono brava a disegnare. Disegnare e scrivere mi piace perché riesco a liberare tutta la mia fantasia.

    A Velletri ci avevo vissuto proprio poco e la memoria aveva ricordi vaghi e sbiaditi. Mi ricordo, però, che, ad un certo punto, abbiamo iniziato a spostarci più frequentemente da Roma verso Velletri. Papà e mamma erano cambiati: sempre taciturni, sempre tristi, a malapena rispondevano alle mie domande che divennero sempre più frequenti soprattutto quando imparai a leggere. Iniziarono a comparire quasi ovunque strani cartelli che non avevo mai visto. La maggior parte di questi cartelli indicava dei divieti di ingresso per noi ebrei. Ad un certo punto eravamo diventati come degli animali fastidiosi. Nessuno voleva o poteva più avere a che fare con noi. Mi sentivo così a disagio. E’ brutto sentirsi diversi e non capirne il motivo. Forse per questo ho iniziato a passare ore davanti allo specchio per vedere se tutto fosse al posto giusto se gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie fossero uguali a quelle degli altri bambini e mi stupivo nel vedermi proprio come loro.
    La mamma non rispondeva alle mie domande sul perché le cose fossero cambiate così. I suoi occhi si riempivano solo di lacrime che lasciavano spazio al silenzio.
    La cosa bella di questo periodo erano però i momenti trascorsi a Velletri a casa dei nonni. Stavo bene lì con loro. Velletri è molto diversa da Roma. Si adagia su una collina ed è circondata da campagne, da viti e da rose belle proprio come me. In questo andare e tornare continuo vedevo sfumare la normalità, la nostra quotidianità, la stabilità.
    Arrivò ottobre e con esso l’autunno. Velletri era un’esplosione di colori: giallo, rosso, arancione, marrone e verde il verde degli ulivi che invadono le campagne. C’era, però, necessità di tornare a Roma per racimolare quel che restava di noi e della nostra vecchia vita. Io, mamma, Leo e Italia prendemmo il treno presto e dopo qualche ora arrivammo a Roma.
    Roma non era più la città che ricordavo si era incupita proprio come mamma e papà. Era come se un fumo nero l’avesse avvolta.
    Il 16 ottobre alle 5.30 del mattino degli uomini in divisa arrivarono nel nostro quartiere in via Padova. La mamma, Italia e Leo furono presi insieme a tutti gli altri io riuscii a scappare e mi rifugiai dalla portiera del palazzo che per salvarmi finse di essere mia madre. Quando vidi, però, la mia famiglia passarmi davanti non riuscii a rimanere in silenzio, in un attimo pensai a quanto avrei odiato i tetti senza i miei fratelli, pensai a quanto mi sarebbero mancati gli abbracci di mia madre, il suo profumo e il suo sorriso e così gridai forte il suo nome finché non mi si ruppe il fiato in gola, finché non presero anche a me. Ci rinchiusero per due giorni interi insieme a tutti gli altri in alcuni locali bui. Poi ci trascinarono via e il 18 ottobre ci fecero salire su un convoglio il numero 2. Prendevamo l’aria da un piccolo buco, eravamo circondati dai nostri escrementi, mi nauseava tutto di quel posto ed avevo paura perché non sapevo cosa ci sarebbe accaduto, mi consolava solo l’abbraccio di mia madre e il suo profumo quello che ti resta attaccato alla pelle nonostante tutto. Dopo molti giorni il 23 ottobre arrivammo in un campo si chiamava Auschwitz-Birkenau c’era una scritta all’ingresso ma era in tedesco e non riuscimmo a leggerla.
    Entrammo e fecero un appello ma non era come quello di scuola a stento capii il mio nome pronunciato con un accento che strideva alle mie orecchie. Ho chiuso gli occhi poi e un attimo dopo io, Italia e Leo eravamo sul tetto mancava la mamma però. A lei non piaceva salire sui tetti e così siamo scesi a prenderla. Siamo saliti tutti insieme sul tetto ed è venuta una nuvola a prenderci. Ho pensato che a mandarla fosse stato papà Vittorio. Penso che le avesse ordinato di portarci subito via di lì e di condurci a Velletri ancora una volta. Volammo via di lì come angeli, al di sopra della disperazione, al di sopra della morte, al di sopra della brutalità, al di sopra dell’ingiustizia e della “banalità del male” e tornammo a Velletri per salutare tutti anche se non credo ci abbiano sentiti altrimenti sono sicura che sarebbero stati meno tristi.

    Ogni tanto torno a Velletri sulla nuvola di papà Vittorio che adesso è qui con noi e qualche anno fa ho scoperto che su una collina circondata dagli ulivi c’è una scuola che porta il mio nome ROSITA ZARFATI. Ho sempre pensato che il mio nome fosse bello e speciale e credo lo abbiano pensato anche loro. Quando parlano di me, e lo fanno spesso, io vado a trovarli loro non mi vedono e non mi sentono ma io posso vedere e sentire tutti quei bambini che sono proprio uguali a me.

    La Scuola Rosita Zarfati I.C. Gino Felci
    La Scuola Rosita Zarfati I.C. Gino Felci

    Autore

    • Consuelo Quattrocchi
      Consuelo Quattrocchi
    Campi di concentramento Giornata della memoria olocausto Rosita Zarfati
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