Bullismo

Quando sono nato doveva essere una giornata di sole.

Lo dico perché il mio sorriso somiglia tanto a un raggio di sole e i miei capelli hanno il colore delle spighe di grano mature.

Mi ricordo che, da piccolo, le persone ci fermavano per complimentarsi con la mia mamma per il meraviglioso bambino che ero.

Fra i ricordi più belli che ho da piccolo c’è la musica e la pesca due passioni di papà che, però, poi, sono diventate anche le mie.

Mi ricordo dei primi strumenti giocattolo regalatimi da Babbo Natale, di mio padre che passava il tempo ad insegnarmi le note, delle giornate trascorse insieme ascoltando Battisti.

La spensieratezza di quegli anni è uno dei ricordi più belli. Ero felice…

Sono stati anni di attenzioni e di premure non solo da parte della mia famiglia ma anche degli adulti che avevo intorno.

Poi è iniziata la scuola mi piaceva andare a scuola ma notavo che alcuni dei bambini della mia classe più crescevano e più diventavano invidiosi e quella invidia li rendeva cattivi.

L’ultimo anno delle elementari fu il più brutto un mio compagno di classe minacciò di uccidermi con un cacciavite di plastica e la maestra non fece nulla per aiutarmi.

Non so se fui più deluso dal mio compagno o dalla mia maestra che era un mio punto di riferimento e che non fece nulla per me.

Da lì il mio senso di fiducia negli adulti cambiò e iniziai a vederli con altri occhi.

Trascorsi l’estate sperando che dal nuovo anno qualcosa potesse cambiare e migliorare per me. Le mie speranze e le mie preghiere furono vane però.

Alle medie i miei compagni iniziarono a prendermi in giro, a perseguitarmi per come ero. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo sempre uguale, sempre lo stesso bambino innamorato delle stesse cose ero sempre lo stesso ma a quei nuovi compagni non piacevo. Provai a chiedere aiuto ma nessuno mi tese una mano e così fui costretto a cambiare scuola.

Nella nuova scuola avevano assicurato ai miei genitori che ci sarebbe stata una maggiore attenzione e invece anche qui l’omertà prese il sopravvento e chiuse la verità in una scatola di silenzio. Le scuole medie finirono e iniziò la scuola superiore.

Alle superiori il bullismo raggiunse i suoi livelli più alti iniziarono a picchiarmi, mi chiamavano Paoletta, Nino D’Angelo, nano.

Continuavo a essere il diverso, il perseguitato, l’invisibile.

Mi sentivo sempre in un limbo. Avrei voluto parlare, dire, denunciare ma a cosa mi aveva portato parlare? Tuttavia i miei genitori continuavano a farlo, cercavano in ogni modo di essermi vicini, lottavano al posto mio.

Io avevo iniziato ad incupirmi. Trascorrevo a scuola la maggior parte della giornata ed era un tempo troppo lungo per me. Nella mia mente paragonavo quel momento ad un’apnea infinita in cui ti privi del tuo stesso respiro per troppo tempo.

Parlai anche con mamma e papà per dire loro che non sarei più voluto andare a scuola eppure la scuola mi piaceva ed ero anche bravo anche se la mia insegnante di matematica decise di darmi il corso di recupero.

Mi sentii così umiliato da quella cosa. Pensavo che, a tutte le prese in giro, si sarebbe aggiunta anche quella.

Mi mancava il respiro a pensare al primo giorno di scuola, a un altro anno nello stesso posto con le stesse persone che si sarebbero prese gioco di me.

Penso che nessuno dovrebbe sentirsi inadeguato a causa degli altri, penso che nessuno dovrebbe stare dove non vuole stare, penso che nessuno dovrebbe tagliarsi i capelli per sentirsi parte di qualcosa.

Quando ho deciso di tagliarmi i capelli per cercare di mettere fine ai tormenti ho sentito lo stesso dolore che si sente quando ti strappano una parte di te e ho pensato a Sansone la cui forza era legata ai suoi lunghi capelli.

Anche io penso di aver perso forza quando ho tagliato i miei capelli. Mi guardavo e non mi riconoscevo più.

Gli altri avevano fatto sì che mi smarrissi da me stesso.

Quando smarrisci te stesso è difficile ritrovarti.

Arrivò settembre e il sole iniziò a farsi più tiepido. Era quasi il tempo di tornare a scuola. Cominciavo a sentirmi di nuovo oppresso, di nuovo in apnea. Il gruppo che avevo silenziato ricominciò il suo lavoro. Chiesero se avevamo preferenze per il posto, per il compagno di banco. Io mi limitai a chiedere un posto in prima fila sperando che anche chi aveva sempre finta di non vedere non avesse più scuse.

Malgrado tutto, il mio senso di inadeguatezza mi accompagnava, era diventato la mia ombra, il mio buio.

Non ci volevo proprio tornare a scuola e la mia mente iniziò a pensare a un modo per essere libero per sempre. Libero da quelle risatine di sottofondo, libero dalle cattiverie, libero dall’indifferenza degli adulti, da quelli che si girano dall’altra parte, dagli omertosi, libero da quelli che credono che il bullismo sia solo un protocollo.

Così mi liberai di ogni cosa persino del mio corpo e rimasi solo anima.

Un’anima silenziosa che cerca di consolare il dolore di quelli che amavano quel corpo e che vorrebbero ancora stringerlo a loro, un’anima silenziosa per quelli che come me soffrono in silenzio perché inascoltati e messi da parte, perché a un certo punto il problema diventa la vittima e non il carnefice e come in tutti i casi di violenza i carnefici se ne vanno in giro felici e nessuno prende provvedimenti contro di loro e le vittime si nascondono colpevoli di essere un problema per questa nuova società che si nutre di silenzio e di indifferenza.

Adesso non dovrò più nascondermi perché nessuno può più vedermi. Mi sentiranno solo quelli che mi amano, solo quelli che accetteranno questa mia nuova presenza fatta anche in alcuni casi di pesanti sensi di colpa.

Ho cercato il significato del mio nome e ho scoperto che Paolo significa “giovane”…