Secondo i dati UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), il debito pubblico globale ha raggiunto il livello record di 97 trilioni di dollari nel 2023, e se nei Paesi in via di sviluppo ha raggiunto 29 trilioni di dollari – meno di un terzo del totale – dal 2010 è cresciuto due volte più velocemente rispetto a quello delle economie sviluppate.
Nella ripartizione tra le aree in via di sviluppo, l’Asia e l’Oceania detengono il 27% del debito pubblico globale, seguiti dall’America Latina e dai Caraibi (5%) e dall’Africa (2%).
Il debito pubblico è quindi una questione cruciale che coinvolge economie emergenti e vulnerabili in diverse regioni del mondo. Utilizzato dai governi per finanziare la spesa pubblica e per il welfare, può essere vitale per uno sviluppo che assicuri un futuro migliore, ma può rappresentare anche un peso insopportabile, quando cresce troppo o troppo rapidamente, come sta avvenendo oggi nei Paesi più svantaggiati. L’onere di questo debito può variare infatti in modo significativo, data la capacità dei Paesi di ripagarlo aggravata dalla disuguaglianza impressa dall’architettura finanziaria internazionale.

Le origini storiche
All’origine del debito vi sono vari fattori.
In primo luogo molti Paesi in via di sviluppo sono stati colonie delle potenze europee, che li hanno sfruttati economicamente senza creare infrastrutture o istituzioni adeguate. Al momento dell’indipendenza, questi Paesi si sono trovati con economie fragili e strutture finanziarie deboli, orientati verso l’esportazione di materie prime ed esposti alle fluttuazioni dei prezzi globali e ai vincoli del commercio internazionale.
Con l’indipendenza, negli anni 60 e 70 molti Paesi hanno contratto debiti per finanziare grandi progetti infrastrutturali (strade, dighe, centrali elettriche), progetti che molto spesso non hanno generato i ritorni economici attesi. In particolare negli anni 70, la disponibilità di capitale internazionale a basso costo (a causa del surplus di petrodollari depositati nelle banche occidentali) ha spinto molti Paesi a contrarre debiti senza un’attenta pianificazione.
Un nuovo fattore è stato rappresentato dagli shock petroliferi del 1973-74 e del 1979, con la recessione economica negli Stati occidentali e l’indebitamento dei Paesi terzi, costretti a ricorrere a nuovi prestiti, mentre l’aumento dei tassi di interesse globali per contenere l’inflazione ha aumentato a sua volta sensibilmente i costi finanziari del debito per questi Paesi.
Altri fattori endemici come la cattiva gestione con investimenti inefficienti, la corruzione con la sottrazione dei fondi stanziati e la condizionalità dei prestiti da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale), per la rigidità delle condizioni imposte, hanno frequentemente aggravato la situazione.

La situazione attuale
Il vero e proprio effetto domino dell’incremento del debito, che non ha conosciuto mai sosta, sta subendo oggi una nuova accelerazione.
L’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali in tutto il mondo dal 2022 ha avuto infatti un ulteriore impatto diretto sui bilanci pubblici. Le aree in via di sviluppo prendono in prestito a tassi da 2 a 4 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e da 6 a 12 volte superiori a quelli della Germania. I pagamenti netti di interessi sui debiti pubblici dei Paesi in via di sviluppo hanno raggiunto 847 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 26% rispetto al 2021. Inoltre nel 2023 54 Paesi in via di sviluppo, il 38% del totale, ha stanziato il 10% o più delle entrate per i pagamenti degli interessi.
I pagamenti degli interessi dei Paesi in via di sviluppo non solo sono cresciuti rapidamente, ma hanno superato la crescita di spese pubbliche essenziali come l’istruzione e la salute. Complessivamente, oggi, 3,3 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più per pagare gli interessi che per il welfare. Questo crescente indebitamento rende inoltre sempre più difficile per i Paesi in via di sviluppo finanziare gli investimenti, anche quelli climatici, rallentando così lo sviluppo economico e gli sforzi verso l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici.
Il debito nella teoria economica
Due le principali interpretazioni degli economisti sulla natura della crisi.
Secondo la prima, prevalente nel mondo occidentale, la responsabilità della crisi, vista come una minaccia per la stabilità del sistema finanziario internazionale, viene assegnata alla cattiva gestione del debito da parte dei Paesi terzi, i quali avrebbero dovuto affrontare i problemi di fondo delle loro economie e invece hanno utilizzato le banche private per finanziare i gravi problemi del disavanzo pubblico senza applicare alcun correttivo. Questa linea di interpretazione considera con sospetto le proposte tendenti a cancellare il debito.
La seconda, prevalente invece nei Paesi terzi, imputa alle banche dei Paesi sviluppati, in particolar modo quelli occidentali, la responsabilità, con il sostegno dei governi, di una strategia di prestito con vincoli eccessivamente onerosi per i Paesi contraenti.

Alla fine degli anni Ottanta, con il crollo dell’URSS e il trionfo del neoliberismo su scala mondiale, nel 1989 venne elaborato dall’economista John Williamson il cosiddetto Washington Consensus, consistente in 10 direttive di politica economica fortemente orientata al mercato, che riassumevano i principi finanziari ed economici condivisi da varie istituzioni con sede a Washington, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America, da destinare ai Paesi in via di sviluppo che si fossero trovati in crisi economica. Inizia così l’era della globalizzazione.
Lo stesso Williamson in seguito precisò come l’uso del Washington Consensus nell’accezione neoliberista fosse fuorviante rispetto al suo significato, sostenendo che, mentre poteva esservi accordo sull’auspicabilità nel lungo periodo di tali riforme, i tempi e la gestione del cambiamento dovevano essere affrontati rispettando gli specifici contesti geografici e storici.
In quegli anni molti intellettuali, come l’indiano Amitav Ghosh, descrivevano la metamorfosi del capitalismo occidentale neoliberista come nuovo colonialismo, mentre anche all’interno degli Stati occidentali l’analisi si faceva graffiante. Il politologo inglese David Harvey conclude così la sua analisi in Breve storia del neoliberismo: «Ma a costituire il principale centro focale della lotta politica dovrebbe senz’altro essere la natura profondamente antidemocratica del neoliberismo sostenuto dall’autoritarismo dei neoconservatori. Il deficit di democrazia in Paesi nominalmente “democratici” come gli Stati Uniti è attualmente enorme. La rappresentanza politica è compromessa e corrotta dal potere economico …».
Un «peccato sociale»?
Fra le iniziative protagoniste nel portare il tema del debito pubblico dei Paesi terzi all’attenzione internazionale prendeva vita in quegli stessi anni la campagna per la cancellazione del debito, sostenuta da diverse organizzazioni non governative negli anni precedenti il Giubileo del 2000, motore del primo grande movimento Drop the Debt («cancella il debito»), che nel 2002 portò alla nascita dell’organizzazione non governativa DATA (acronimo di Debt, AIDS, Trade, Africa «Debito, AIDS, Commercio in Africa»).
Per effetto della campagna, la cancellazione del debito venne presa in considerazione da molti governi del mondo occidentale e divenne, come abbiamo già visto, un obiettivo esplicito di organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che fin dal 1996 avviarono lo Heavily Indebted Poor Countries (in acronimo HIPC, in italiano «nazioni povere pesantemente indebitate»), un programma internazionale con lo scopo di aiutare i Paesi poveri del mondo portando il loro debito pubblico a un livello sostenibile, ma a condizione che i loro governi dimostrassero di raggiungere determinati livelli di efficienza nell’azione riformatrice e nella lotta alla povertà.
Nel 2005, per accelerare i progressi verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, l’iniziativa HIPC è stata integrata dalla Multilateral Debt Relief Initiative. Questa iniziativa metteva in atto una proposta di riduzione del debito inizialmente avanzata dal G-8 nel giugno 2005, che richiedeva la cancellazione del 100% delle richieste di tre istituzioni multilaterali – FMI, International Development Association (IDA) della Banca Mondiale e African Development Fund (ADF) – sui Paesi in grado di raggiungere i target del programma HIPC.
Ma i tentativi di istituzioni internazionali, dove prevale, nei board direttivi, la presenza dei Paesi occidentali alla guida delle trasformazioni economiche degli ultimi decenni, compreso il processo di globalizzazione, sembrano contraddittori considerando che a porre rimedio sarebbero gli stessi organismi che avevano creato le condizioni per l’indebitamento dei Paesi terzi.

La stessa iniziativa viene riproposta oggi, in occasione del nuovo Giubileo del 2025, mobilitato dal messaggio papale del 1° gennaio «Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace» e vede molti protagonisti dell’associazionismo riuniti nella campagna «Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza», collegata alla campagna globale Turn Debt into Hope, promossa da Caritas Internationalis e, riprendendo quel messaggio, al concetto di «peccato sociale».
La campagna nazionale «Cambiare la rotta» propone quattro azioni per un’economia equa, solidale e inclusiva: cancellazione e ristrutturazione dei debiti ingiusti e insostenibili, compreso il debito da creditori privati; costruzione di un meccanismo di gestione delle crisi di sovraindebitamento affidato alle Nazioni Unite; riforma finanziaria; promozione di una finanza climatica.
Il legame tra debito finanziario e debito ecologico assume, nel messaggio del pontefice, una valenza specifica e caratteristica dell’epoca che stiamo vivendo: «… il debito estero è diventato uno strumento di controllo, attraverso il quale alcuni governi e istituzioni finanziarie private dei Paesi più ricchi non si fanno scrupolo di sfruttare in modo indiscriminato le risorse umane e naturali dei Paesi più poveri, pur di soddisfare le esigenze dei propri mercati. A ciò si aggiunga che diverse popolazioni, già gravate dal debito internazionale, si trovano costrette a portare anche il peso del debito ecologico dei Paesi più sviluppati. Il debito ecologico e il debito estero sono due facce di una stessa medaglia, di questa logica di sfruttamento, che culmina nella crisi del debito …»
Immagine di apertura: Deserto del Sudan – il Paese più indebitato al mondo -, con la vista delle piramidi di Meroe, foto di Mohamed Osman, Unsplash


