Sul ruolo dell’Unione europea come attore internazionale si sono scritte anche recentemente molte cose dove sono state più spesso sottolineate la (apparente) forza economica, la incontestabile debolezza politica e la drammatica inconsistenza militare come hanno fatto Mario Draghi, Enrico Letta e Sauli Niinistö nei tre rapporti concentrati più sulle diagnosi che sulle proposte di soluzioni a breve e ancor di più a lungo termine.
Alcuni ribadiscono con ossessione il loro disprezzo per chi ci ha indicato la via ragionevole del superamento delle sovranità assolute e dei nazionalismi immaginato nel Manifesto di Ventotene del 1941 ma anche nella Dichiarazione Schuman del 1950 come fa Ernesto Galli della Loggia con le sue periodiche litanie piene di strafalcioni storici e generosamente ospitate dal quotidiano di Via Solferino.
Così sembra suggerirci Stefano Feltri quando ci spiega, su Il Mulino 1/25, che l’alternativa al suo “bipensiero europeo” sarebbe quella di contrapporre al nazionalismo reaganiano e trumpiano (Make America great again) un nazionalismo europeo (Make Europe great again), per ora propagandato non a caso da Viktor Orban e Elon Musk, che sarebbe a suo dire garantito limitando l’azione europea alle competenze attuali “senza espanderle in ambiti in cui l’Unione europea si muove incerta e ha scarsi poteri”.
Con un saggio degno della cultura e della tradizione de Il Mulino, Giovanni Farese ci ha invece opportunamente ricordato l’eredità politica e morale del Presidente USA Franklin Delano Roosevelt a ottanta anni dalla sua morte (12 aprile 1945) sottolineando come intorno a quell’eredità si raccolse anche il gruppo di intellettuali che diede vita a Il Mulino sei anni più tardi “per capire il presente con i piedi a Bologna e la testa nel mondo”.
Al di là della politica economica e del New Deal che fecero uscire l’America dalla Grande Depressione, Giovanni Farese ci ricorda le “quattro libertà” della persona umana e la profezia di Franklin Delano Roosevelt: di culto ovverossia di avere o non avere un culto, di espressione, dai bisogni e dalle paure di cui le prime due sono scolpite nella nostra Carta europea dei diritti fondamentali (articoli 10 e 11) ma le altre due stentano ancora a far parte dei beni garantiti dall’Unione europea.
Vorremmo attirare la vostra attenzione sulle libertà dalle paure e dai bisogni legandole al ruolo dell’Unione europea come attore internazionale e riflettendo sugli effetti che le soluzioni immaginate in questi mesi per la sicurezza e la difesa europee possano avere per liberarci dalle paure e garantirci la fruizione di beni secondo il principio alla base della Agenda 2030: no one left behind.
Leghiamo il ruolo dell’Unione europea come attore internazionale alle liberà dalle paure e dai bisogni – non sottovalutando certo la libertà di pensiero, di coscienza e di religione insieme alla libertà di espressione e di informazione che sono il sale delle democrazie – perché è ormai diffusa la convinzione che la difesa europea non possa essere separata dalla politica estera.
Abbondano le proposte sulle modalità attraverso cui deve realizzarsi la difesa comune ma la nebbia è fitta quando si tratta di identificare gli interessi strategici dell’Unione europea, fissarne gli obiettivi, definirne gli orientamenti ed indicare gli ostacoli che hanno impedito di superarne la debolezza politica e di cancellarne l’inconsistenza strategica.
La nebbia è fitta non solo se li leggono le conclusioni delle riunioni del Consiglio europeo a cui il Trattato di Lisbona assegna questo compito (art. 26 TUE) ma anche gli oltre quattrocento paragrafi delle risoluzioni approvate dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025 in cui l’Assemblea ha finalmente dato seguito al potere affidatole nell’art. 36 TUE di “procedere due volte all’anno a un dibattito sui progressi della PESC e della PESD” così come le mozioni presentate nel Parlamento italiano dai gruppi di maggioranza e di opposizione l’8 aprile.
Se rileggiamo il Trattato di Lisbona (TUE e TFUE) nelle sue due parti, e cioè quella breve originata dal progetto di Trattato costituzionale e quella lunghissima che i governi hanno voluto imporre su richiesta di Angela Merkel e Tony Blair per farne evaporare la dimensione sovranazionale, ci rendiamo conto di quante scelte sciagurate siano emerse nel negoziato intergovernativo confermando la debolezza politica e l’inconsistenza strategica dell’Unione europea che rendono indispensabile un’ampia riforma del sistema europeo prima del suo allargamento:
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la decisione apparentemente nominale di non chiamare l’ex Mr. PESC, nato ad Amsterdam nel 1997, “ministro degli esteri” ma “Alto Rappresentante”,
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le decisioni più sostanziali di salvaguardare la natura confederale di tutta la politica estera e di sicurezza “ivi compresa la difesa comune”, di mantenere il principio del voto all’unanimità, di creare il duopolio fra Presidente del Consiglio europeo e Presidente della Commissione sottraendole il diritto di iniziativa autonomo, di confermare l’ombrello della NATO per i Paesi che ne sono membri, di rendere puramente formale il ruolo del Parlamento europeo evitando ogni riferimento al controllo politico dei parlamenti nazionali,
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la scelta, contraria all’obiettivo della convergenza e della coerenza, di separare la dimensione confederale della PESC e della PESD racchiuse nel Trattato sull’Unione europea insieme alle procedure di adesione e alla politica di vicinato dalla dimensione comunitaria dell’azione esterna dell’Unione europea che comprende la competenza esclusiva della politica commerciale comune, la cooperazione con i paesi terzi e l’aiuto umanitario, le misure restrittive, gli accordi internazionali, le relazioni con le organizzazioni internazionali e i Paesi terzi e le delegazioni dell’Unione europea, la clausola di solidarietà.
La libertà dalle paure riguarda l’eventuale pericolo di aggressioni armate dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, una libertà da cui dovremmo essere teoricamente garantiti dal rafforzamento dei nostri arsenali militari nazionali (ReArm Europe ora ribattezzato Readiness 2030) – ognuno per sé ma nessuno per tutti – se non ci sarà un accordo per creare debito e investimenti comuni o per mettere insieme gruppi di Paesi “volenterosi”.
Fermo restando l’impegno alla rinnovata e rafforzata solidarietà economica, finanziaria, umanitaria e militare all’Ucraina sempre più urgente per far fronte alla brutale violenza di Mosca che richiede l’interoperabilità degli aiuti europei dopo il disimpegno di Donald Trump, la libertà dalle paure riguarda in modo diverso i Paesi confinanti con la Russia (Baltici, Finlandia e Polonia) e quelli le cui frontiere terrestri non coincidono con quelle della Federazione Russa
La clausola di mutua difesa inserita nell’art. 42.7 TUE precisa che “gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell’ambito dell’Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa” e che tale clausola diventa più incerta di fronte all’eventuale disimpegno di Washington con la conseguenza che occorre definire i termini di un pilastro europeo della NATO o di una indipendenza strategica europea.
La libertà dalle paure non riguarda solo le aggressioni armate ma anche gli attacchi informatici (cybersicurezza), le guerre commerciali o la dipendenza dai sistemi informatici e satellitari di Paesi terzi o l’immotivata paura dei flussi migratori che richiedono politiche di accoglienza e di inclusione insieme a nuove forme di cooperazione con i Paesi di provenienza dei migranti e di chi ha diritto alla protezione internazionale.
Ben altre scelte riguardano le libertà dai bisogni che sarebbero messe in pericolo nel caso in cu si decidesse di dare la priorità alle spese militari riducendo le spese per la salute, per il welfare, per la transizione ecologica e digitale, per gli interventi nelle aree interne e per le regioni in declino industriale sapendo che la competitività del sistema europeo è legata alla sostenibilità democratica, economica e sociale della società europea nel suo insieme.
Appropriamoci dell’eredità di Franklin Delano Roosevelt e delle sue profezie da non disperdere di fronte alle sfide dell’economia mondiale ed europea!


