Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri

In questa VIII puntata del racconto sui nostri viaggi in Iran per studiare i qanat, parliamo dell’ultima serata trascorsa in Iran, a Teheran, turbata dall’incontro con una strana processione, ma allietata da una cena presso una famiglia locale gentile e non convenzionale. Nella nottata poi abbiamo affrontato un complesso check-in all’aeroporto per essere ammessi al volo di ritorno in Italia. Buona lettura, continuate ad accompagnarci anche dopo quest’ultima serata movimentata.

 

Ultima serata in Iran: una strana processione

 

Verso le 19,30 K. (vedi puntata precedente) puntualmente, anche se andremo vicino, ci viene a prendere in auto, soprattutto per caricare i nostri bagagli, visto che, dopo cena, ci accompagnerà in aeroporto, poiché il nostro aereo partirà all’alba e sarà bene fare il check-in tre o quattro ore prima.

Nel tragitto l’auto trova un blocco del traffico e si deve accodare ad altre auto fermate da tizi barbuti che agiscono come fossero dei vigili. Dopo pochi minuti, affianco alla nostra auto e alle altre ferme in coda, passa una strana processione. Alcuni uomini in abbigliamento civile sono all’inizio del corteo, uno ha un megafono in metallo (non quello elettrico, ma quello di un tempo) con cui grida brevi litanie, mi sembra che ripeta sempre la stessa frase; lo seguono una quarantina di ragazzini, disposti due a due, i più grandi avranno al massimo quattordici anni; in coda due uomini con barbetta scura e tuniche nere.

Una processione dunque, di natura religiosa sembrerebbe, ma quello che davvero è sconvolgente avviene al centro del gruppo dei ragazzini: alcuni hanno una catenella con cui si percuotono la schiena! Esistono anche i mini-flagellanti sfuggiti al medioevo? Non ci riesco a credere. I ragazzi non si fanno gran male, poiché la catenella è leggera, ma come è possibile che in pubblico si organizzino scene di questo tipo negli anni Duemila?

K ci spiega che oggi è il giorno in cui si ricorda non so che martire o profeta e chi organizza questo tipo di processione ritiene che la penitenza dei ragazzini possa riscattare il male commesso da tanti contro la religione, offendendo Dio. Non commentiamo, attendendo che ci facciano ripartire. Io provo una grande tristezza per quanto ho visto; il fanatismo resta, per me, un’offesa per l’umanità.

 

L’incontro con la padrona di casa

 

Arriviamo a destinazione, un bel palazzetto ben tenuto. Saliamo le scale per raggiungere il secondo piano dove c’è l’appartamento di K., la moglie apre la porta ed io sono il primo della fila. È una bella donna, ben truccata, senza velo, con capelli nerissimi ondulati, una camicia aperta al decolté fino a far intravvedere il reggiseno, mi sorride e mi porge la mano!

Dramma: cosa devo fare? Il marito è dietro le mie spalle. Le stringo la mano toccandola ?!?! è una cosa vietata dalla legge, secondo i canoni religiosi imposti in Iran e considerata offensiva per la donna. Ma se non le do la mano, semmai la offendo davvero o faccio la figura di un imbranato maleducato! Devo decidere in pochi secondi…

Le porgo la mia mano appena fino a sfiorare la sua e la lascio aperta, in compenso è lei a stringere la mia! Secondo me si era preparata questo gioco per vedere come ci saremmo comportati! Non so se ho passato l’esame, di sicuro ne rideranno l’indomani in famiglia ricordando le espressioni alternatesi sulla mia faccia…

Entriamo in un bel salotto con magnifici tappeti sul pavimento e un Isfahan antico incorniciato al centro della parete più grande; varrà una fortuna! La signora parla un inglese accettabile, mi chiede prima come mi chiamo, poi che lavoro faccio e quanto guadagno. Non so come rispondere, in Italia è una domanda da non fare in società, cosa le dico? Certo noi ricercatori non siamo ricchi, ma abbiamo un buon stipendio medio per il nostro Paese; da quel che ci hanno detto all’università, il nostro è almeno cinque volte maggiore dello stipendio di un professore iraniano. D’altra parte semmai dicendo per modestia un valore economico molto inferiore potrei, farle pensare che siamo proprio conciati male. Me la cavo con una vaga frase fatta: “abbiamo uno stipendio buono, ma il costo della vita in Italia è sempre in crescita, per cui vorremmo migliorare, anche se non ci possiamo lamentare”.

Dopo cambio subito discorso, iniziando a parlare dei figli che crescono, della bellezza nei nostri due paesi; poi esaltiamo la visita a Bastam ed il fascino dei retaggi dell’Impero Persiano ammirati al Museo; ovviamente raccontiamo della nostra ricerca sui qanat.

 

Uno dei rami del qanat di Shahrood scorre alle pendici delle montagne (Foto A. Ferrari)

 

Cena in famiglia

 

Ci disponiamo a tavola nel tinello noi tre con K. e moglie; altra cosa impensabile a Saharood quella di vedere uomini seduti insieme con donne allo stesso tavolo. In realtà l’usanza tradizionale iraniana prevede di mangiare per terra attorno al tappeto in gruppi separati: da una parte gli uomini, dall’altra le donne con bambini e adolescenti. Nel secolo scorso, con l’occidentalizzazione, è iniziato ad essere di moda, per i benestanti, pranzare seduti attorno ad un tavolo (in genere solo gli uomini); le famiglie più all’avanguardia hanno poi addirittura deciso di sedersi tutti insieme attorno al tavolo. I due figli di K., un ragazzo di una ventina di anni e la sorella poco più grande con il marito di lei e due amici mangiano e chiacchierano seduti insieme ad un altro tavolino.

Immancabile kebab accompagnato da un ottimo riso con verdure cotte (viene chiamato “Biryani” come ci dice la signora), ma la sorpresa sono ben due bottiglie di vino rosso ed una di whiskey, purtroppo tutte aperte da tempo, per cui con sapori un po’ alterati. Per noi era più di una settimana che non toccavamo alcool e, con grande moderazione, gradimmo l’offerta inattesa.

 

 

Prima della frutta fresca il padrone di casa, in nostro onore, apre un vasetto dicendoci che fu sigillato quando nacque il figlio, dunque più di venti anni prima. Si trattava di spicchi d’aglio sbucciati e conservati sotto alcool (penso), l’aspetto era poco invitante: pezzettini di colori fra il grigio ed il nero, confinati alla base del vasetto e sormontati da un liquido nerastro. Ho il coraggio non solo di assaggiare, come hanno fatto un po’ disgustati anche i miei due compagni, ma di prendere due o tre pezzetti e spalmarli sul tipico pane morbido iraniano.

 

Leccornie iraniane fotografate al bazar (Foto mia)

 

Il sapore era un misto di acido e amaro, un po’ ricordava i nostri lampascioni pugliesi, che però sono conservati sotto olio d’oliva. K. fu molto compiaciuto dei miei complimenti, avrebbe voluto aprire un altro vasetto ancora più datato, preparato quando era nata la figlia; ma riesco a bloccarlo in tempo, spiegando che avremo un lungo viaggio da fare fra poche ore e raccontando la famigerata fama lassativa dei nostri bulbi, suscitando grande risate.

 

Chiacchiere dopo cena

 

Ci trasferiamo nel salotto per fumare e chiacchierare, TV accesa su un canale di musica pop americano. La figlia di K. è molto vivace, fluente nell’inglese, si sta laureando in materie scientifiche e poi vorrebbe andare a vivere in Europa, il marito non profferisce parola, sembra a disagio in compagnia. Il figlio si è appena iscritto a una facoltà umanistica ed è appassionato di auto. K. ha già comprato ai figli una utilitaria, suscitando un po’ di invidia fra i loro compagni di studio. Al ragazzo brillano gli occhi quando, alla sua domanda, rispondo che a Roma ho una Jaguar X, comprata di seconda mano per il mio cinquantesimo compleanno. Mi dice “se andassi in piazza con quella, le ragazze arriverebbero a schiera!”. Bah meglio cambiare discorso… K ci parla un po’ del suo lavoro spiegandoci che, dopo i primi anni dell’avvento del nuovo regime, la situazione si è in parte tranquillizzata. Certo ci fu il periodo terribile della guerra con l’Iraq, ma poi c’è stato un periodo di maggior sviluppo, vi sono stati interventi soprattutto per migliorare le condizioni delle aree agricole. La sua speranza è che nel prossimo futuro il paese si possa aprire maggiormente al rapporto con l’estero. Ha ascoltato con compiacimento le nostre lodi per l’ottima ospitalità ricevuta dalle autorità universitarie e dal Prefetto di Shahrood ed ha interpretato l’ipotesi di utilizzare parte dei nostri rapporti sui qanat per futuri sviluppi turistici come un segnale in linea con le sue impressioni.

 

Strumentazione per lo studio della concentrazione del radon appoggiata su una protezione provvisoria di uno dei pozzi del qanat di Torud (Foto mia)

 

Siamo stati ospitati con grande gentilezza a casa di K., si comprende che è una famiglia di quelle che un tempo formavano la ristretta upper class del paese e che ora è sempre benestante e con un livello culturale alto rispetto alla media, ma dissimulano idee e comportamenti, perché molte delle cose che fanno e a cui non vogliono rinunciare sono vietate e potrebbero dar via a ripercussioni. Non sembrano affatto preoccupati per eventuali incursioni della polizia morale, abbiamo la sensazione che, anche in questo caso, la disponibilità economica serva da scudo verso i soprusi rivolti ai più deboli e indifesi.

Come tanti altri connazionali sono molto ospitali e si comprende che sono proprio vogliosi di parlare e confrontarsi con gente di altri paesi, anche per ascoltare aspetti che rendono la vita più gradevole e sicura in occidente, nella speranza che prima o dopo saranno una realtà anche nel loro paese. Poi hanno l’orgoglio di presentare al meglio la loro cultura, le antiche tradizioni persiane, anche per mitigare possibili giudizi negativi sulla situazione attuale.

 

Check in all’aeroporto e viaggio verso l’Italia

 

È quasi mezzanotte e K. ci esorta a prepararci per andare in aeroporto, è sempre consigliabile fare il check in per i voli internazionali molto in anticipo; militari e polizia a volte controllano ogni minuzia, giusto per dimostrare il loro potere.

Salutiamo il resto della famiglia, la moglie ci ringrazia di nuovo per i cioccolatini che si ripromette di far assaggiare alle amiche, i ragazzi ci danno appuntamento per quando torneremo, ci scambiamo gli indirizzi di e-mail per scambiare foto e notizie a distanza. Il tragitto in auto non è tanto lungo e non vi è quasi nessuno in giro per le strade. Ricuperiamo i bagagli, ringraziamo tanto K. per la sua gentilezza e per l’ottima cena e ci indirizziamo alle Partenze Internazionali.

C’è già la fila ai banchi del check in, il volo di ritorno è operato da Alitalia. Prima di apporre il nastro sul mio baule cromato un militare chiede che sia aperto. Ovviamente non ho nulla di illegale; solo indumenti usati, strumenti scientifici, stivaloni, ma al fondo c’è il tappeto comprato a Shahrood, ho anche un biglietto che dovrebbe essere la ricevuta; però chi può sapere se il tizio farà storie? Allora mi esibisco in un’improvvisata lezione di fisica, mostrando ogni strumento e spiegando con calma come funziona, quali aspetti fisici stiamo trattando, perché abbiamo lavorato con l’università di Shahrood e visitato i villaggi nelle oasi.

 

Il baule-trolley con l’etichetta del CNR reduce dall’Iran (Foto mia)

 

I miei amici hanno capito l’antifona e si mettono vicini a braccia conserte sorridendo. Li ignoro per non scoppiare a ridere e passo a ricordare le scoperte collegate alle radiazioni ionizzanti, i premi Nobel vinti, gli effetti sull’uomo, per poi elencare la catena di decadimento dell’Uranio. Il militare esausto, dopo una decina di minuti di inglese tecnico, mi dice: “Bale, bale!” (Sì, va bene) e posso chiudere il baule ed avviarlo all’imbarco. Missione compiuta.

Poco da dire sul viaggio di ritorno, effettuato durante la notte: le signore, appena l’aereo è decollato, si tolgono veli, foulard e mantelline; alcune vanno in toilette e tornano con un aspetto occidentalizzato; il cambiamento avviene con grande naturalezza. Poi arriva un’alba radiosa che ci accompagna verso Roma.

 

La soddisfazione del ritorno e le inevitabili comparazioni

 

Sono contento di esser tornato in Italia e contentissimo del viaggio fatto, di tante situazioni nuove vissute, del fascino del deserto. Mi colpisce in aeroporto a Fiumicino e poi fuori in città la gente vestita con colori vivaci, il fatto che parlino a voce alta di politica, della famiglia e di amori; d’improvviso il silenzio ed il grigiore della vita nelle strade iraniane appaiono un lontano ricordo. I manifesti pubblicitari poi sono un attentato di colori e sensualità.

È molto gradevole rivedere le donne con i capelli fluenti, alcune con generosi decolté esibiti, altre con pantaloni aderenti o gonne corte, come è giusto che sia. Bisogna stare attenti a non fissarle come verrebbe voglia di fare dopo dieci giorni di chador e veli neri, ma siamo tornati nella normalità di una città europea, non c’è nulla da stupirsi.

Penso che mi devo, con gioia, riabituare all’occidente e anche che sono tanto grato ai nostri nonni e ai nostri padri che, dopo i tempi bui, sono riusciti a donarci la nostra Repubblica. Forse è un po’ acciaccata, ha tanti problemi, ma godiamo di un buon grado di libertà, sono stati conquistati tanti diritti civili e vi è un discreto benessere. L’Italia e l’Europa sono in una situazione di pace e prosperità mai verificatasi nel passato, ne dobbiamo essere orgogliosi.

Aggiungo che, nello scrivere queste note in questi giorni cupi del 2025, espongo le mie idee e le mie sensazioni di tanti lustri fa e certo non sono mutate, ma ora vi è la consapevolezza che quelle conquiste le dobbiamo difendere: nulla è scontato, nulla è per sempre. Franklin diceva: “Chi rinuncia alla libertà per raggiungere una piccola sicurezza temporale, non merita né la libertà, né la sicurezza”.

 

NOTA – Nella precedente puntata ho raccontato l’avventura con la “pizza americana”. Fu un episodio divertente e pensammo che i ragazzi ipotizzavano che la pizza fosse un prodotto tipico degli USA a causa della pubblicità che vedevano sui canali americani della famosa catena con “il tetto rosso” (ovviamente non attiva in Iran e, per altre ragioni, neanche in Italia). Ebbene un carissimo amico che ha letto su Tutti Ventitrenta di aprile l’episodio, mi ha scritto qualche giorno fa: “Un’amica americana di mio figlio, tornata in America da un viaggio in Italia, gli ha comunicato sbalordita: Ma lo sai che anche in Italia fanno la pizza?”. Che dire? Dobbiamo farci conoscere meglio, nonostante nel 2017 UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità “l’arte del pizzaiolo napoletano”.