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    Home»Culture»L’Europa e l’emergenza universitaria americana, l’insegnamento, e un invito di Papa Francesco
    Culture

    L’Europa e l’emergenza universitaria americana, l’insegnamento, e un invito di Papa Francesco

    Paolo PiccinniDi Paolo PiccinniMaggio 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    Claudio Leone, fondatore e direttore di TUTTI, mi ha chiesto un articolo sullo stato di salute dell’università italiana. Un tema decisamente complesso, su cui non mancano recenti e autorevoli contributi. Si può p. es. leggere il discorso L’Università sotto esame, di Ernesto Galli della Loggia, pronunciato in un’aula al Senato lo scorso 31 marzo.

    Un’emergenza dagli Stati Uniti e prime risposte dall’Europa

    Molteplici preoccupazioni interessano le nostre università di riflesso alla situazione di emergenza riguardante quelle degli Stati Uniti. Sono più di seicento le firme di rettori e presidenti di società scientifiche americane di denuncia dei tagli finanziari e delle interferenze dell’amministrazione Trump.

    Diverse università statunitensi, anche di elevatissimo prestigio, considerano plausibili riduzioni delle attività di ricerca e di insegnamento, con conseguente ridimensionamento del personale. Si intensificano le dichiarazioni di ricercatori e professori universitari che non escludono di lasciare gli Stati Uniti per continuare altrove la loro attività. Non pochi di essi sono italiani.

    Università Sorbona a Parigi

    Il 5 maggio scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato alla Sorbona, insieme a Ursula von der Leyen, l’iniziativa Choose Europe for Science. Un piano straordinario di finanziamenti per attrarre alcuni degli accademici e scienziati che intendono lasciare gli Stati Uniti. Alla presentazione sono stati invitati rappresentanti e ministri della ricerca non solo dell’Unione Europea, ma anche britannici, svizzeri, norvegesi.

    In Italia un manifesto con simili intenti e dal nome ReBrain Europe sta circolando già da qualche settimana. Purtroppo il governo italiano non sembra aver risposto con entusiasmo a queste iniziative.

    In un’intervista al Corriere della Sera, il premio Nobel Giorgio Parisi ha messo in relazione l’attuale situazione con quella di 90 anni fa. Quando le discriminazioni dei regimi in Germania e in Italia furono causa della fuga di scienziati e accademici verso gli Stati Uniti di Franklin Roosevelt. Fuga che incluse alcune tra le più grandi menti dell’epoca, come Albert Einstein e Enrico Fermi.

    Chissà se in Italia, paese di alcune tra le migliori e più antiche università europee, riusciremo ad avere la saggezza che l’attuale eccezionale situazione richiederebbe.

    L’insegnamento, e un personale ricordo liceale

    Riguardo all’invito di Claudio Leone, vorrei accoglierlo solo in minima parte. Per raccontare qualcosa di decisamente circoscritto e personale: un paio di aspetti della mia esperienza di insegnamento universitario di matematica. Esperienza ormai di cinquant’anni, che continuo da pensionato come docente di alta qualifica nelle facoltà di architettura e di ingegneria della Sapienza di Roma.

    Il motivo dell’invito di Claudio è la nostra antica amicizia, iniziata come compagni di banco al liceo Avogadro di Roma. Il professore di matematica e fisica degli ultimi anni si chiamava Francesco De Finis. Un professore originale, abbastanza avanti negli anni. Ci parlava a volte di epistemologia, su questo tema aveva scritto alcuni fascicoli. L’epistemologia naturalmente era per noi studenti un tema del tutto ignoto, che suscitava reazioni tra la curiosità e l’ilarità. Il professore vedeva la matematica, la fisica e le scienze come fatti assolutamente umani. Questo lo spingeva a sottolineare aspetti della vita e del pensiero dei grandi scienziati. Primo tra tutti di Galileo, di cui parlava spessissimo con grande entusiasmo e ammirazione. Ricordo anche il racconto delle ultime ore di vita del matematico rivoluzionario e romantico parigino Evariste Galois, morto a vent’anni a seguito di un duello per amore.

    In realtà a noi studenti sembrava che la preparazione che ricevevamo dal nostro professore di matematica e fisica fosse alquanto limitata. Forse per convincerci che comunque essa avesse un valore, il professor De Finis citava un’affermazione del filosofo e pedagogo americano John Dewey: “È fin troppo vero che la scienza può essere insegnata come una serie di esercizi formali e tecnici. Questo avviene ovunque l’informazione è fatta fine a se stessa. L’insuccesso di una tale istruzione a formare cultura è la prova di un atteggiamento educativo sbagliato”.

    L’insegnamento del professor De Finis ha avuto su di me una certa influenza, in tutta la mia vita di studio e di lavoro, come matematico e come insegnante. Un’influenza direi ancora maggiore oggi. Ovvero a 55 anni dalla fine del liceo; credo sia una conseguenza di quell’irripetibile e un po’ misterioso fenomeno che è la formazione giovanile. Davanti alle classi di studenti e studentesse di ingegneria e di architettura cui attualmente insegno, le parole di John Dewey sono per me un elemento imprescindibile.

    Un anno speciale della mia esperienza

    Gran parte della mia esperienza di insegnante è stata con studenti iscritti a matematica e a fisica alla Sapienza di Roma.

    Circa vent’anni fa, nell’anno accademico 2003-04, ho avuto una classe di matricole di livello decisamente più alto del solito. Della solita consistenza numerica, circa cento studenti e studentesse. Ma particolarmente partecipi, a lezione interveniva gran parte della classe. Mi sono confrontato con i colleghi che insegnavano altri corsi agli stessi studenti, e tutti condividevano la mia impressione. Ho poi portato avanti questa classe per tre anni, insegnando materie previste per gli anni successivi, e confermando quella che era stata la mia valutazione iniziale. Ho infine conosciuto meglio alcuni studenti e studentesse della classe, come relatore della tesi di laurea.

    Insomma, ho avuto tutto il tempo di chiedermi come mai la classe delle matricole 2003-04 fosse sensibilmente migliore di quelle che avevo avuto in passato. A parte un possibile contributo del caso, mi sono dato questa risposta. Il gruppo degli studenti e studentesse migliori di quell’anno (un tale gruppo vi è in ogni classe e in ogni anno) era formato da ragazzi e ragazze decisamente simpatici e accoglienti nei confronti di tutti gli altri. Si era così spontaneamente realizzato un effetto trainante, e tutta la classe beneficiava della presenza dei migliori. Un fenomeno che auspicabilmente dovrebbe verificarsi sempre, ma che purtroppo non è per nulla scontato.

    Vedo tuttora saltuariamente qualche ex studente e studentessa di questa classe 2003-04, alcuni sono ora professori universitari, in Italia e all’estero. L’esperienza con loro mi ha reso evidentissimo che una componente importante della formazione non viene da chi insegna, ma dal gruppo dei pari. Ma anche che chi insegna ha tutti i mezzi per incoraggiare rapporti positivi all’interno delle classi.

    Papa Francesco agli insegnanti

    Nel corso dei suoi dodici anni di pontificato, diversi sono stati gli incontri di Papa Francesco con gli insegnanti e i professori universitari. Il testo che segue è stato assai presente nei social nei giorni successivi alla sua morte. È un invito, difficilissimo da mettere in atto, lasciato da Papa Francesco a tutti coloro che insegnano. Forse l’enunciato del più bel “limite matematico” a cui si può pensare di tendere nell’insegnamento.

    Papa Francesco e il Cardinale Prevost, oggi Papa Leone XIV

    “Vi chiedo di amare di più gli studenti ‘difficili’, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. E ce ne sono di quelli che fanno perdere la pazienza.

    Gesù direbbe: se amate solo quelli che studiano, che sono ben educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi studenti.

    In una società che fatica a trovare punti di riferimento, è necessario che i giovani trovino nella scuola un riferimento positivo. Essa può esserlo o diventarlo se al suo interno ci sono insegnanti capaci di dare un senso alla scuola, allo studio e alla cultura, senza ridurre tutto alla sola trasmissione di conoscenze tecniche, ma puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto ed amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità.

    Per trasmettere contenuti è sufficiente un computer, per capire come si ama, quali sono i valori, e quali le abitudini che creano armonia nella società ci vuole un buon insegnante.”

     

    Immagine di copertina: Porte aperte all’Università, 14 luglio 2017, by unipavia, Flickr CC BY 2.0

     

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    Paolo Piccinni
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    Nato nel 1952. Professore a contratto, in precedenza ordinario di Geometria, all’Università Sapienza di Roma. Ho trascorso periodi di studio e ricerca in varie istituzioni negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Austria. Sono figlio di un giornalista.

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