Io voterò sì con convinzione all’unico referendum per il lavoro che troveremo sulla scheda il prossimo 9 giugno: quello per ridurre da dieci a cinque anni il momento in cui un lavoratore extraeuropeo regolare, con la fedina penale pulita, capace di parlare l’italiano, con un lavoro che gli consente l’autosufficienza, in regola col fisco, può richiedere (non necessariamente ottenere, richiedere) la cittadinanza italiana e trasmetterla ai propri figli.
Il governatore della Banca d’Italia Panetta, nelle sue considerazioni finali a fine maggio, ha spiegato con chiarezza quale sarà la situazione delle imprese, dei lavoratori e dei pensionati italiani di qui a quindici anni: entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità e ciò potrebbe comportare una contrazione del prodotto stimata nell’11 per cento, pari all’8 per cento in termini pro capite. Cosa fare, si è chiesto: è importante aumentare i tassi di partecipazione, in particolare di giovani e donne, e cercare di far rientrare i tanti italiani che sono emigrati (700mila negli ultimi dieci anni, un quinto dei quali giovani laureati) ma non basta, ha aggiunto, serve coinvolgere l’immigrazione regolare, che può fornire un contributo rilevante, soprattutto nei settori delle costruzioni e del turismo.
Insomma noi abbiamo bisogno, un bisogno vitale, soprattutto di immigrati “economici”, proprio quelli di cui ci hanno abituato ad aver paura parlando di sostituzione etnica (sì, molti hanno la pelle nera) o genericamente di “invasione”. Eppure saranno loro a salvare i nostri lavoratori e i nostri vecchi, e prima sapremo accettare la realtà meglio sarà. Intanto questo referendum restituirà un po’ di dignità e fiducia a coloro che già aiutando se stessi e le loro famiglie aiutano le nostre.
Quanto agli altri quattro, quelli presentati dalla Cgil, tutto si può dire tranne che siano a favore del lavoro. Il primo, quello che vuole ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori obbligando le aziende con più di 15 dipendenti alla riassunzione per il lavoratore licenziato senza giusta causa, era già morto prima che venisse modificato dalla legge Fornero. Solo una piccolissima parte dei lavoratori pretendeva infatti il reintegro in un luogo di lavoro ostile preferendo accordarsi su una ragionevole buonuscita, cosa che poi la legge sulle tutele crescenti ha razionalizzato nel prevedere risarcimenti fino a 36 mesi. Il sì al referendum avrebbe due effetti: primo, reintrodurre la discriminazione a danno dei dipendenti delle aziende più piccole che per decenni il sindacato lasciò senza alcuna tutela; secondo, ridurre il tetto per l’indennizzo da 36 mesi del JobsAct ai 24 mesi previsti dalla legge Fornero.
Il secondo referendum trasferisce alla magistratura la valutazione sull’indennizzo per i dipendenti delle PMI, oggi previsto in sei mesi di retribuzione. La scommessa della Cgil è che pur di evitare i costi comunque presenti in una azione legale e il rischio di un risarcimento improponibile rispetto al bilancio dell’azienda, gli imprenditori non licenzieranno più nessuno. Una scommessa che non tiene minimamente conto delle dinamiche attuali del mercato: l’effetto più probabile del sì è che le imprese o non rischieranno più di fare assunzioni o ricorreranno al mercato ombra del lavoro nero. In ogni caso un nuovo vincolo che danneggerà il mondo del lavoro.
Il terzo referendum è ancora più cervellotico: si vuole imporre alle aziende di motivare la ragione della assunzione per un anno di un lavoratore a tempo determinato. Oggi bisogna fornire la causale solo per il rinnovo del contratto a tempo determinato; se vincesse il sì bisognerebbe riempire carte su carte anche per la prima assunzione e temere che la motivazione venga respinta. Che vantaggio c’è per il neo assunto lavoratore? Nessuno, e tanto meno per il lavoro in termini generali.
E fin qui si resta nell’ambito dei tre referendum detti “per il lavoro”, concepiti sul modello di un sindacato anticapitalista, estraneo alla evoluzione del mercato, incapace di comprendere i nuovi compiti di un sindacato partecipe dello sviluppo delle forze produttive e dei meccanismi industriali.
Forse consapevole di questi limiti la Cgil ha pensato di presentare anche un referendum “civetta”, intitolandolo alla sicurezza del lavoro. Il quarto referendum propone infatti di cancellare la norma introdotta nella legge 81/2008 che esenta l’impresa committente dal rispondere in solido del risarcimento in caso di infortunio legato ai rischi specifici di una impresa appaltatrice. Non si tratta quindi di situazioni quali quelle degli “appalti a cascata” o appalti in nero o caporalato di vario genere ma di infortuni legati alla specificità dei lavori forniti dalla impresa appaltatrice, ingaggiata secondo le regole stringenti della stessa legge del 2008 secondo cui l’azienda appaltante deve verificare se l’appaltatore o sub appaltatore è in regola con le misure di prevenzione degli infortuni. Se non l’ha fatto già oggi l’impresa appaltante è considerata corresponsabile a tutti gli effetti con l’appaltatrice. Secondo la Cgil questo non basta, e a introduce un obbligo generale di compartecipazione al risarcimento.
Dato che il referendum non interviene direttamente sulla sicurezza del lavoro ma sulle modalità del risarcimento è normale chiedersi perché la Cgil non abbia fatto piuttosto una iniziativa per aumentare la sicurezza sui luoghi di lavoro, sui controlli, sul numero e la preparazione degli ispettori, sulla qualità della formazione dei lavoratori. La risposta secondo me sta nel fatto che un sindacato disabituato a svolgere un ruolo importante in quanto tale, forgiato da una cultura massimalista che risale al mondo di ieri, incapace di misurarsi con le attuali dinamiche della ‘distruptive innovation’ industriale e tecnologica, ha preferito farsi “tutto politico”, consapevole di trovare consolatoria accoglienza nei partiti della sinistra italiana (una parte del Pd, 5 stelle, AVS) anch’essi incapaci di evolversi al livello dei partiti della sinistra europea, come del resto hanno dimostrato le frequenti dissociazioni all’interno del Parlamento Europeo.
