Per capire come siamo arrivati a questa situazione faccio un passo indietro. Dal regolamento carcerario fascista si passa alla riforma del 1975 del Ministro Zagari, socialista, dove per la prima volta i detenuti vengono considerati cittadini che scontano una condanna. Erano gli anni in cui la politica anticipava la società, gli anni delle grandi riforme che hanno cambiato il paese, l’aborto, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, il diritto di famiglia. Si apriva per l’Italia un orizzonte nuovo, civile, democratico e anche più umano e dove la politica e il parlamento riuscivano da opposte sponde a convergere su temi delicati e importanti.
Oggi la politica non fa i conti con la realtà; basti pensare che 25 anni fa avevamo 2500 omicidi e nel 2024 334 per rendersi conto che oggi ha rilevanza solo il clamore, i social, ciò che conviene far dire alla politica ma non la realtà. Per assecondare le paure bisogna creare falsità. Il Ministro Nordio per una vita ha teorizzato il diritto penale minimo e ora ha introdotto circa 15 nuovi reati a parecchi aumenti pena a dimostrazione che la politica smentisce sé stessa e anziché’ risolvere i problemi li crea. Lo stato delle carceri è lo specchio di tutto ciò; in carcere ci sono 1300 persone con pene inferiori a un anno ma se vengono scarcerate non sanno dove andare, non hanno casa o famiglia; ci sono 17000 tossicodipendenti che andrebbero curati; 4000 affetti da problemi psichici che dovrebbero essere assistiti.
Basterebbe occuparsi di questi carcerati per risolvere il problema ma è evidente che manca la volontà politica e il carcere e’ diventato una vera discarica sociale. Guardando fuori di casa nostra vediamo che Il sistema penitenziario europeo è segnato da approcci molto diversi alla detenzione, alla riabilitazione e alla gestione della recidiva. Mentre alcuni paesi pongono l’accento sulla punizione come strumento per garantire la sicurezza, altri cercano di favorire il recupero del detenuto attraverso interventi riabilitativi mirati.
Un esempio che si distingue per l’efficacia del suo approccio riabilitativo è la Halden Prison in Norvegia. Conosciuta come una delle prigioni più avanzate e rispettose della dignità umana, Halden sfida la concezione tradizionale di carcere, e i detenuti hanno accesso a corsi di formazione, attività lavorative e supporto psicoterapeutico. Questo modello, che enfatizza la preparazione al reinserimento sociale, ha un tasso di recidiva significativamente basso, attorno al 20-25%.
In conclusione, il confronto tra i vari modelli penitenziari in Europa mette in evidenza l’importanza di politiche che vanno oltre la punizione e puntano sulla riabilitazione. Le esperienze di Halden e Bastøy in Norvegia, e così in Belgio dimostrano come un ambiente carcerario orientato alla dignità e al recupero possa ridurre significativamente i tassi di recidiva, preparando i detenuti al reinserimento nella società. In conclusione, non ci sono le condizioni politiche per innovare il sistema e ridurre il sovraffollamento e il governo pensa ad aumentare la ricettività parziale e generale costruendo nuove strutture. Certamente questa politica ha il vantaggio, per chi governa, di non risolvere il problema ma di allontanarlo nel tempo non sfavorendo l’opinione pubblica.
Ho tralasciato l’aspetto delle tante risorse sprecate nella costruzione di carceri mai inaugurate perché’ sono solo un cattivo esempio gestionale ma di certo non rappresentano per me un modello da seguire. Ho trascurato anche gli aspetti umani che invece sono indegni di un paese civile. Infine, però sottolineo la mancanza di risorse per un sistema che ha urgente bisogno di sostentamenti e questo incide anche per la vita della polizia penitenziaria che soffre di questa indegna situazione.