Quando si parla di sicurezza c’è un grosso equivoco che viene alimentato e una verità non detta che andrebbe svelata: non è con la pura repressione che si ottiene un mondo più sicuro. Lo dimostrano una quantità di studi e dati di fatto su esperienze umane passate e presenti. Negli USA la pena di morte tuttora applicata in alcuni stati non ha dissuaso dal compiere reati anche molto gravi (si pensi per esempio alle periodiche stragi fatte con armi da fuoco nelle comunità scolastiche). Risulta inoltre che da quando negli States si è applicato il modello definito “tolleranza zero” il numero di persone recluse nelle carceri americane sia aumentato di cinque volte, mentre il numero dei reati pare essere rimasto stabile. Qua da noi le relazioni annuali sui reati e sullo stato della giustizia registrano di anno in anno un calo dei reati più gravi (l’omicidio volontario, per esempio, passato dai 1938 casi del 1991ai 300 circa degli ultimi anni). Certo oggi preoccupano alcune tipologie di fenomeni, per esempio i reati informatici, i femminicidi, la criminalità minorile in aumento, ma c’è una sproporzione fra l’insicurezza percepita e l’allarme sociale sistematicamente amplificato dai media da una parte, e l’andamento reale dei fenomeni d’illegalità dall’altra.

L’immagine che si vuole trasmettere è quella di un mondo sempre più pervaso da pericoli riconducibili prevalentemente a soggetti provenienti da dimensioni “altre” (stranieri, clandestini, zingari, drogati, disadattati, psicopatici, marginali, soggetti non omologati…), rappresentati come fonti di minaccia, apprensione, paura. Corpi estranei che, secondo la narrazione ora in voga, si dovrebbero confinare in carcere e sottoporre a dure punizioni, dato che finora si sarebbero lasciati agire indisturbati e impuniti. Insomma, tutto il bene fuori, da tutelare, tutto il male dentro, da reprimere. Visione semplicistica, populistica, manichea e, in quanto tale, rassicurante per chi si allinea al pensiero dominante. In realtà si tratta di un sentire primitivo e certo regressivo anche rispetto ai livelli raggiunti dal nostro sistema democratico 50 anni fa, quando finalmente, in attuazione del dettato costituzionale, venne varato il nuovo ordinamento penitenziario che, sostituendo il precedente di epoca fascista (1931), afferma la finalità rieducativa della pena e il rispetto della dignità umana anche nei confronti dei cittadini in stato di privazione o limitazione della libertà. Dunque detenzione concepita non come “vendetta di stato” bensì come espiazione associata ad opportunità di trattamento che rispettino la persona e consentano di avviare positivi percorsi di cambiamento e reinserimento.

Questa ritengo sia l’unica via che permetta di incrementare la sicurezza sociale e di ridurre la recidiva. Gli studi fatti in merito dimostrano che chi durante la detenzione svolge un percorso trattamentale positivo, riuscendo in tal modo ad accedere alle misure alternative, una volta libero ricade nel reato in misura minima, a differenza di chi espia la pena rinchiuso fino all’ultimo giorno e in maniera passiva, senza accedere a forme diverse di esecuzione penale (domiciliari, semilibertà, affidamento ai servizi sociali). In questi casi infatti il tasso di recidiva sale a livelli superiori al 70%. Dunque i riscontri e gli elementi scientifici per parlare correttamente di sicurezza in relazione alle modalità di espiazione della pena ci sarebbero, ma non vengono tenuti nella dovuta considerazione, vengono sistematicamente ignorati, ritengo per motivi di orientamento ideologico o di propaganda politica.

Ne è riprova il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, di recente convertito in legge attraverso un iter a dir poco discutibile e già oggetto di forti critiche provenienti dal fronte giuridico sia interno (Cassazione, Corte costituzionale) che internazionale (Cedu). Tale provvedimento infatti, oltre a prevedere nove nuove fattispecie di reato e appesantimenti di pena per reati esistenti, che sicuramente contribuiranno ad aumentare il sovraffollamento delle nostre carceri, non contempla misure concrete che consentano davvero di migliorare il sistema dell’esecuzione penale, per esempio potenziando l’organico degli operatori trattamentali (educatori, psicologi, mediatori…). Viceversa, pare che l’attenzione principale sia rivolta alla creazione di nuovi reparti di polizia “antisommossa” e alla repressione di ogni forma di protesta, anche pacifica e passiva, che viene ora considerata reato punibile con altro carcere. “Rinchiudere”, “reprimere” e “punire” sono le azioni che paiono premere principalmente, se non esclusivamente, all’attuale esecutivo. Ma illudere che tale approccio sia portatore di maggior sicurezza sociale è, ripeto, una colpevole menzogna. Lo ha ricordato di recente anche il Presidente Mattarella: le carceri “non devono essere una fabbrica di criminalità”; lo ribadiamo noi Garanti: un criminale recuperato nella società è una garanzia di sicurezza per tutti e un obiettivo costituzionale.

L’attuale sovraffollamento carcerario (15.000 detenuti in più rispetto alla capienza regolare) non consente però di realizzare tale obiettivo e mantiene il nostro sistema dell’esecuzione penale in perenne stato di sofferenza e emergenza. Il tasso di suicidi fra le persone ristrette e fra gli operatori penitenziari, di gran lunga superiore a quello registrato fra la popolazione libera, ne è una triste e evidente testimonianza.

Ciò nonostante l’esecutivo pare considerare “normale” tale situazione e il Ministro Nordio continua a ripetere che l’adozione di misure straordinarie, previste dal nostro Ordinamento, per ridurre le presenze nei nostri istituti rappresenterebbe un fallimento per lo Stato.

Qualcuno è in grado di spiegare al ministro che un fallimento reale è già presente e consiste nel tenere le persone recluse in condizioni di sovraffollamento, con organici insufficienti a garantire adeguati percorsi trattamentali? Come far capire al ministero della Giustizia che la vera sicurezza non si può costruire attraverso la progressiva estensione di una detenzione essenzialmente punitiva e poco conforme al dettato costituzionale? Che non bastano le mere dichiarazioni d’intenti (“costruiremo nuovi istituti, daremo lavoro ai reclusi, assumeremo nuovo personale…”) per far fronte ai problemi che OGGI assillano il sistema e per introdurre maggior legalità e più sicurezza tanto nel carcere quanto nella società? L’ha capito in qualche modo anche il Presidente del Senato, on. La Russa, che bisognerebbe anzitutto riportare subito il sistema nelle condizioni di operare regolarmente e di assolvere alle funzioni affidategli dalla Costituzione. E l’ha giustamente definito un “obbligo” da parte dello Stato.

Temo tuttavia che in chi governa manchi una vera volontà d’ascolto di queste argomentazioni, che si vogliano piuttosto assecondare le spinte più viscerali e primitive presenti nella pubblica opinione per acquisire facili consensi, rinunciando però in tal modo ad avviare percorsi virtuosi che potrebbero, quelli sì, condurre ad una maggiore sicurezza dentro e fuori dal carcere.