L’altro giorno, passando in una sezione della Casa di reclusione per i colloqui settimanali incrocio un detenuto che mi chiede “Allora, l’incontro si fa o no?”. È uno dei partecipanti al gruppo di lettura di Kutub hurra. Gli dico che l’incontro è stato sospeso a causa di una circolare del DAP. Lui mi guarda di traverso, con aria di sconforto e abbozza un amaro sorriso, poi commenta “Vede?” e se ne va, scuotendo la testa.
Non so quali motivazioni o urgenze abbiano spinto il dott. Ernesto Napolillo del DAP a emanare la circolare del 21 ottobre 2025, con la quale si modificano le procedure da espletare quando si organizzano eventi in carceri dove siano presenti sezioni di Alta sicurezza, avvocando al DAP la concessione delle autorizzazioni che finora era attribuita alla Direzione degli Istituti e all’Ufficio di sorveglianza. Quel che so è che tale modifica sta rendendo sempre più complicato organizzare nelle carceri eventi che vedano coinvolti soggetti esterni: per chi intenda promuovere iniziative di apertura e confronto fra carcere e territorio i tempi si allungano e le procedure burocratiche da seguire creano sempre maggiori difficoltà. E questa circolare sta creando fra le persone ristrette delusione e perdita di fiducia nell’istituzione.
Il 30 ottobre si sarebbe dovuto svolgere nella Casa di reclusione di Padova un incontro con le associazioni promotrici del progetto Kutub hurra/Libri liberi, evento organizzato da tempo e poi sospeso improvvisamente il giorno prima in seguito all’emanazione della suddetta circolare. Questo progetto ha lo scopo di contribuire a superare le barriere linguistiche e culturali in un’ottica inclusiva e preventiva di ogni integralismo; consiste nel ricevere libri laici in lingua araba, donati dall’associazione tunisina “Lina Ben Mhenni”, che vengono messi a disposizione dei reclusi arabofoni, e nel creare gruppi di lettura e discussione negli istituti. A Padova il progetto è stato avviato in Casa di reclusione nel marzo del 2023 e al Circondariale nel 2024, diventando un importante momento di confronto e crescita per decine di persone detenute, tanto da rappresentare un positivo percorso d’inclusione riproducibile anche nel territorio fra le persone libere attraverso la rete delle biblioteche civiche. Per l’occasione era giunta in città una delegazione di donne attiviste dei diritti umani, provenienti dalla Libia e dalla Tunisia, che la mattina avrebbe interloquito coi reclusi e consegnato agli istituti carcerari padovani un centinaio di nuovi testi laici in lingua araba. La proposta dell’incontro era stata accolta con favore dalla direttrice della Casa di reclusione, dott.ssa Lusi, che sin dal 9 ottobre aveva avviato le procedure per ottenere le autorizzazioni necessarie per tutti i soggetti coinvolti. Nessun detenuto dell’Alta sicurezza partecipava al progetto; le autorizzazioni per il 30 ottobre erano state rapidamente concesse dall’Ufficio di sorveglianza. Il lavoro preparatorio svolto all’interno e all’esterno del carcere aveva coinvolto diverse persone, consentendo di prefigurare un incontro stimolante e importante per tutti, alla presenza degli organi d’informazione che avrebbero dato rilievo ad un’attività culturale e trattamentale positiva, da tempo collaudata e portata avanti grazie all’impegno congiunto di tanti operatori e volontari, col supporto della Direzione, delle Cooperative, del Garante. Le aspettative di tutti, e principalmente delle persone recluse e non che avevano partecipato al progetto, sono andate però deluse a causa della circolare Napolillo; infatti il 29 ottobre viene comunicata la sospensione dell’incontro, non essendo stato il DAP a concedere le autorizzazioni, e l’iniziativa del 30 mattina salta. Fortunatamente per il pomeriggio dello stesso giorno l’Ufficio del Garante comunale aveva programmato un evento pubblico, grazie al quale si è riusciti almeno a dar voce alla delegazione di donne libiche e tunisine e a fare una consegna simbolica dei libri, alla presenza della Direttrice Lusi e della Coordinatrice dei Funzionari giuridico pedagogici, consentendo un interessante dibattito fra le attiviste nordafricane, la prof. Degani del Centro diritti umani e il pubblico presente. Quel che è mancato è stata ovviamente la partecipazione delle persone ristrette, che hanno avuto notizia indiretta dell’incontro svoltosi all’esterno e che non hanno potuto in alcun modo intervenirvi.
Ora ci chiediamo: perché creare problemi ad attività positive e ben collaudate, esistenti da tempo, assolutamente in linea col dettato costituzionale e l’ordinamento penitenziario dove si parla di “funzione rieducativa” del carcere, realizzate grazie all’impegno comune di operatori interni e volontari e col consenso della Direzione? Non mi pare ci siano situazioni che richiedano provvedimenti securitari emergenziali, quantomeno nel carcere di Padova, dove i pochi reclusi in Alta sicurezza non creano alcun problema, partecipano ad attività trattamentali e in qualche caso possono anche godere di permessi; né voglio credere che la circolare abbia una occulta finalità dissuasiva rispetto agli sforzi che tanti soggetti compiono quotidianamente per rendere effettivo il fine risocializzante dell’esecuzione penale; devo però prendere atto che il suo risultato immediato è stato quello di creare difficoltà ad attività in corso da anni, trasmettendo l’idea del carcere come luogo di esclusione, con carattere unicamente punitivo. Certo il sospetto che la logica repressiva stia prevalendo su quella trattamentale si fa avanti quando si assiste ad una chiusura di spazi faticosamente acquisiti nel corso degli ultimi cinquant’anni, da quando cioè è stata promulgata la legge 354 del 1975 che introduceva il nuovo Ordinamento penitenziario che rendeva praticabili anche le finalità risocializzanti dell’esecuzione penale. Oggi si parla sempre più di chiusura delle sezioni aperte, di stretta sui controlli interni, di esclusione dalle attività di intere categorie di detenuti, di aumento delle fattispecie di reato, di accentuazione delle pene per chi protesta anche in forma passiva e non violenta; allo stesso tempo si toglie importanza alle esperienze trattamentali positive fatte finora anche grazie ai contributi del Volontariato e del Terzo settore, riducendole ad interventi complementari e “ancillari”, la cui valenza risulterebbe insignificante rispetto al dominante paradigma securitario.
Con ciò si ignorano sia i dati positivi di cambiamento e risocializzazione evidenziati da chi durante la carcerazione svolge attività trattamentali (scuola, lavoro, sport, teatro, musica, cultura), sia quelli negativi riferibili a chi trascorre isolato e inerte il periodo della reclusione e poi, tornato libero, ritorna a delinquere (il tasso di recidiva in questi casi supera il 70%). Basterebbe un semplice ragionamento per capire il senso di questo dato: chi vive la carcerazione come esperienza di possibile cambiamento personale anche grazie alle attività interne e ai contatti con il mondo esterno, una volta uscito avrà molte più possibilità di reinserirsi e raramente reitererà i comportamenti illegali; chi invece si trova isolato e non ha modo di partecipare a percorsi diversi, quando uscirà in molti casi ritornerà a compiere reati. Non solo: aver a che fare durante la reclusione con comportamenti non meramente punitivi ma ispirati al rispetto dei diritti personali e delle regole costituzionali induce ad aver fiducia nelle istituzioni e nello Stato, toglie spazio a quegli atteggiamenti vittimistici che spesso le persone detenute assumono quando si sentono trattate ingiustamente, e in tal modo predispone molto più gli individui a fare i conti coi propri errori senza cercare alibi o giustificazioni. Come si vede, non è per ingenuo “buonismo” che si vuole mettere in luce l’importanza delle attività interne e del contatto con l’esterno per le persone ristrette. Quel che bisognerebbe capire è invece quanto deleteria risulti l’inclinazione “cattivista” rispetto al buon funzionamento del carcere e alla possibilità di rendere più sicura la società. Chi chiede misure sempre più dure e gravose per i detenuti non lo fa per migliorare il sistema ma, temo, solo per raccogliere facili consensi parlando alla pancia della gente e sfruttando paure ancestrali che talvolta vengono diffuse ad arte. Nessun paese in tempi ordinari ha mai risolto problemi di sicurezza interna irrigidendo i sistemi punitivi e aumentando pene e sofferenze. Basti pensare ai paesi dove sussiste la pena di morte e si pratica una carcerazione puramente punitiva, perfino non riconoscendo il reato di tortura: non hanno visto certo calare la criminalità né crescere la sicurezza interna, mentre si è moltiplicato il numero delle persone recluse e il loro livello di sofferenza, e si è indotta l’opinione pubblica sia a considerare impossibile la prevenzione, sia a leggere l’esecuzione penale come mera “vendetta di stato”, al di là di ogni scopo utile per la comunità. Una logica che, portata agli estremi, conduce a ritenere accettabili pena di morte e tortura, rinnegando il grande lascito dei Verri e di Beccaria che, sin dalla fine del ‘700, ha reso il nostro Paese faro di civiltà giuridica nel mondo.
Il nostro ordinamento costituzionale per fortuna muove da considerazioni diverse e rimane ancorato ai valori affermati da quei grandi pensatori, e la legge 354/1975 cinquant’anni fa ha poi avviato un percorso volto a dare sempre più importanza alla funzione di recupero nei confronti di chi finisce in carcere. Ha introdotto le figure dei “funzionari giuridico pedagogici” (educatori), ha definito una serie di misure alternative alla detenzione (domiciliari, affidamento ai servizi sociali, semilibertà), ha configurato come organico ed essenziale il rapporto degli Istituti di pena col territorio e col Terzo settore (art.17), cercando in tal modo di dar corpo a quanto enunciato in via di principio nell’art. 27 della Costituzione. Tanti passi in avanti in tale direzione sono stati fatti, da allora, anche se problemi di inadeguatezza delle strutture e di scarsità del personale non sono mai mancati nel nostro sistema dell’esecuzione penale. Ora però pare si stia diffondendo la tendenza a tornare ad un modello carcerocentrico e prettamente punitivo/securitario. Lo si percepisce da tanti segnali, non ultimo la tendenza a togliere progressivamente spazi che precedentemente erano stati concessi anche a sezioni speciali come quelle dell’Alta sicurezza, che stanno assomigliando sempre più ai reparti del 41bis; la loro presenza è inoltre considerata elemento condizionante le attività dell’intero istituto, come s’è visto accadere a Padova in seguito alla recente circolare Napolillo.
Si sta dunque andando verso una visione degli istituti di pena come meri “sofferenzari”, finalizzati anzitutto ad infliggere pene sempre più afflittive ai detenuti, a discapito della funzione rieducativa?
Si vuole forse mettere in un angolo quel ricco mondo del volontariato che in questi anni si è speso in innumerevoli attività risocializzanti dentro alle carceri italiane?
Si vuole forse modificare quell’art.17 dell’Ordinamento penitenziario secondo cui “La finalità del reinserimento sociale (…) deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa” i quali “dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti fra la comunità carceraria e la società libera” e che “operano sotto il controllo del direttore”?
O, come da qualche parte si è ventilato, s’intende addirittura metter mano al comma 3 dell’art.27 della Costituzione che recita “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”?
Spero sinceramente che i miei siano timori infondati, anche se tentativi di questo genere sarebbero in linea con forme d’insofferenza verso il sistema di difesa dei diritti umani che si stanno manifestando negli ultimi tempi nel mondo. Quanto sancito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, assieme alle varie istituzioni internazionali che ne sono derivate, considerato fino a poco tempo fa patrimonio dell’umanità, pare ora essere oggetto di attacchi concentrici da parte di soggetti e orientamenti politici riemergenti dal passato. Noi Garanti dal canto nostro ribadiamo con forza che resisteremo in ogni modo ad un tale tentativo di demolizione, da qualunque parte provenga, convinti che, a prescindere dall’appartenenza politica, su questi valori non si debba in alcun modo retrocedere o negoziare, pena l’imbarbarimento dell’intera società.
Insomma, vorrei poter rassicurare il giovane incontrato in sezione dicendogli: “tranquillo, l’incontro si farà”: sicuramente ne guadagnerebbe la fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, oltre che il comune senso di umanità e il clima generale in cui ci troviamo a vivere.
Antonio Bincoletto, Garante dei diritti delle persone private o limitate nei diritti personali, Comune di Padova