Nel percorso di Altrove – non è la mia pena, le testimonianze delle operatrici impegnate nei servizi educativi e di sostegno alla genitorialità all’interno del “Centro Altrove”, presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, rappresentano una lente privilegiata per comprendere cosa significhi, nella pratica quotidiana, proteggere i legami familiari dentro e fuori il carcere.
Le loro parole restituiscono un quadro nitido: l’affettività ristretta non è un concetto astratto, ma un lavoro complesso, fatto di ascolto, mediazione, cura degli spazi e accompagnamento emotivo.
•La quotidianità dei bambini: tra attese, paure e bisogno di normalità
Le operatrici ci descrivono con chiarezza l’impatto che l’ingresso in istituto ha sui minori.
Per molti bambini, il carcere è un luogo sconosciuto, carico di segnali ostili: porte blindate, controlli, rumori metallici.
Secondo loro, il primo compito degli adulti è ridurre il trauma dell’accesso, creando un contesto che permetta al bambino di sentirsi al sicuro.
Tre elementi ricorrenti:
– Il bisogno di ritualità — i bambini cercano gesti ripetibili e rassicuranti: leggere insieme, giocare, condividere un piccolo snack.
– La gestione delle emozioni — molti minori arrivano con paura o confusione; altri con rabbia. Serve un accompagnamento competente.
-La continuità del legame — anche pochi minuti di qualità possono incidere profondamente sulla relazione.
Le operatrici hanno raccontato, anche nelle live YouTube di approfondimento, episodi concreti: bambini che entrano tesi e si sciolgono solo quando trovano un gioco familiare; padri che, grazie a uno spazio accogliente, riescono a mostrarsi nella loro dimensione più autentica.
•Gli spazi come strumenti educativi: quando l’ambiente cambia, cambia anche la relazione
Una delle riflessioni più forti riguarda il ruolo degli ambienti.
Le operatrici hanno spiegato che uno spazio freddo e impersonale non permette alla relazione di emergere: il genitore resta “detenuto”, il bambino resta “ospite”.
Uno spazio pensato, invece, diventa un ponte, ed hanno sottolineato come la sala montessoriana di Santa Maria Capua Vetere abbia:
– favorito interazioni spontanee;
– ridotto la tensione iniziale dei bambini;
– permesso ai genitori di vivere momenti di normalità;
– trasformato il colloquio in un’esperienza educativa e affettiva.
La differenza non è estetica: è funzionale. Uno spazio accogliente permette alla relazione di respirare.
•Il ruolo degli operatori: mediazione, ascolto e competenze specifiche
Le operatrici descrivono il loro lavoro come un equilibrio delicato tra sostegno emotivo, accompagnamento educativo e mediazione tra istituzione e famiglia.
Tre aspetti emergono con forza:
– La mediazione relazionale — aiutare genitori e figli a comunicare, soprattutto quando ci sono conflitti o silenzi.
– La lettura dei bisogni — ogni famiglia ha una storia diversa, e ogni storia richiede un approccio personalizzato.
– La formazione continua — lavorare sull’affettività ristretta richiede competenze psicologiche, pedagogiche e giuridiche.
Le operatrici ci raccontano come spesso si trovino a sostenere non solo il genitore detenuto, ma anche il caregiver esterno, che vive un carico emotivo e organizzativo enorme.
•Colloqui riservati: uno strumento ancora sottoutilizzato
Un punto su cui entrambe hanno insistito è la scarsa conoscenza dei colloqui riservati, nonostante la normativa oggi li tuteli con forza.
Secondo loro, questo strumento è fondamentale perché:
– permette di affrontare temi familiari sensibili;
– tutela la privacy del minore;
– rafforza la responsabilità genitoriale;
– riduce la conflittualità tra istituzione e famiglia.
Hanno confermato che la diffusione del modulo aggiornato da Sbarre di Zucchero APS rappresenta un passo decisivo per rendere questo diritto realmente accessibile.
•Una rete che sostiene: il valore degli sportelli esterni
Le operatrici hanno ricordato quanto sia importante il lavoro fuori dal carcere.
Lo Sportello Altrove di Napoli, ad esempio, permette alle famiglie di:
– ricevere ascolto e supporto psicologico;
– orientarsi tra servizi e procedure;
– affrontare il postdetenzione con maggiore consapevolezza;
– non sentirsi sole in un percorso spesso invisibile.
La rete territoriale è ciò che permette alla genitorialità ristretta di non spezzarsi nei passaggi più fragili.
Dalle testimonianze emerge quindi una verità chiara: la tutela dei legami familiari non è un atto di clemenza, ma un investimento sociale.
Gli operatori lo vedono ogni giorno: quando un bambino ritrova un momento di normalità, quando un genitore riesce a comunicare senza paura, quando uno spazio accogliente permette alla relazione di esistere, allora il carcere smette di essere solo un luogo di separazione e diventa un luogo di possibilità.
Il progetto Altrove – non è la mia pena continua a lavorare in questa direzione: trasformare gli spazi, sostenere le famiglie, formare gli operatori, diffondere conoscenza.
Perché la pena può essere individuale, ma la cura dei legami è un compito collettivo.


