Le circolari che raccontano il carcere italiano
Non serve immaginare nulla. Basta mettere in fila le circolari che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha scritto negli ultimi mesi. Lette una dopo l’altra, raccontano meglio di qualsiasi denuncia come uno Stato scelga, sistematicamente, di gestire gli effetti di una crisi invece di affrontarne le cause.
Ottobre 2025 — la burocrazia arriva prima della rieducazione
Il 21 ottobre, a firma del Direttore Generale Detenuti e Trattamento Ernesto Napolillo, il Dap centralizza a Roma l’autorizzazione di tutte le attività educative, culturali e ricreative negli istituti con circuiti ad alta sicurezza, anche quando coinvolgono detenuti di media sicurezza ospitati nello stesso carcere. Prima, la parola spettava al direttore dell’istituto e al magistrato di sorveglianza. Da quel giorno, decide Roma. Il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali, Samuele Ciambriello, si è chiesto pubblicamente se direttori e responsabili dei provveditorati siano rimasti poco più che amministratori di condominio. A maggio 2026 il Dap ha corretto parzialmente la rotta, restituendo ai provveditorati un ruolo di coordinamento — ma nel frattempo mesi di attività trattamentali sono passati attraverso un imbuto romano, in un sistema che già fatica a offrire percorsi di reinserimento.
Marzo e aprile 2026 — l’estate si affronta con carta e frigoriferi
Il 31 marzo, sempre a firma Napolillo, arriva la circolare che sollecita i provveditorati a garantire condizioni di minor sofferenza ai detenuti nei mesi caldi. Il 23 aprile, a firma del Capo del Dap Stefano Carmine De Michele, la seconda circolare si concentra sulla collocazione dei frigoriferi fuori dalle celle, per ragioni di sicurezza. Il paradosso lo ha colto l’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali: un’amministrazione che si occupa per iscritto di dove posizionare un elettrodomestico, mentre nei corridoi restano brande e materassi ammassati in fretta per i detenuti che non trovano posto in cella.
16 giugno 2026 — il carcere sequestra se stesso
Per la prima volta nella storia della Repubblica, il gip di Firenze dispone il sequestro preventivo di sette sezioni di un carcere: la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile di Sollicciano, la 9, la 10 e la 12 del penale, più l’area Accoglienza. Il motivo non è simbolico: quei reparti, trattati giuridicamente come luoghi di lavoro, non rispettano le norme minime di igiene, abitabilità e sicurezza degli impianti. Cimici nei materassi, infiltrazioni, muffa, impianti elettrici fatiscenti. Oltre trecento esposti dei detenuti ai magistrati di sorveglianza, negli anni, prima che la Procura decidesse di andare a verificare di persona. Circa 230 persone da trasferire in altri istituti toscani.
30 giugno 2026 — la risposta è un materasso a terra
Il Provveditorato Toscana-Umbria scrive a tutti i direttori delle carceri della regione: usate ogni spazio disponibile per accogliere i nuovi arrestati e, in via estrema e assolutamente provvisoria, collocate detenuti su brande o materassi a terra. Nero su bianco. Antigone ha detto che leggerla fa rabbrividire. Il Garante dei detenuti dell’Umbria, Giuseppe Caforio, ha parlato di un sistema che sta implodendo, arrivato a livelli di inciviltà giuridica e umana difficili da credere. Il sindacato Uil-Fp l’ha definita pura follia. A oggi risultano trasferite solo 66 delle 230 persone di Sollicciano: le altre 44 che avrebbero dovuto lasciare il carcere entro giugno sono ancora lì, perché altrove non c’è posto nemmeno per loro.
I numeri, sullo sfondo, non si muovono
Al 4 luglio 2026 il ministero della Giustizia contava 64.777 detenuti a fronte di 46.356 posti realmente disponibili. A Sollicciano, nonostante il sequestro, restavano 540 persone per 502 posti. A Massa 303 per 177. A Pisa 300 per 195. Tredici anni dopo la sentenza Torreggiani, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per trattamenti inumani nelle celle, la parola “materassi a terra” torna a comparire — questa volta non in un ricorso, ma in un documento amministrativo firmato.
Non è una sequenza di incidenti scollegati. È una linea coerente: centralizzare il poco che restava di autonomia e di rieducazione, scrivere circolari sui dettagli mentre le strutture crollano, e quando la magistratura interviene per fermare il degrado, rispondere spalmando lo stesso sovraffollamento su altri istituti già al collasso.
Da Sbarre di Zucchero continuiamo a chiederlo con la stessa ostinazione di sempre: la pena resta pena solo se non diventa anche degrado, promiscuità forzata e negazione della dignità. Chiediamo il ritiro della circolare sui materassi a terra, un piano vero — non annunciato, realizzato — per Sollicciano e per tutti gli istituti fatiscenti, e che la parola “provvisorio” smetta di essere la scusa dietro cui si nasconde una scelta politica precisa.


