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    Home»Mondo»Genocidio. Non restiamo imprigionati nell’esegesi lessicale
    Mondo

    Genocidio. Non restiamo imprigionati nell’esegesi lessicale

    Giancarlo InfanteDi Giancarlo InfanteAgosto 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    Appartengo ad una generazione che ha seguito tutta la vicenda israelo -palestinese in diretta, almeno dal 1967 in avanti. La “guerra dei sei giorni” giunse quasi in coincidenza con la più approfondita fase di conoscenza degli orrori nazifascisti. Anche sulla scia del precedente processo ad Adolf Eichmann, organizzatore della logistica delle deportazioni di massa degli ebrei.

    Fu il periodo in cui venivano rilanciati racconti, memorie e scritti dei reduci dai campi di prigionia e di sterminio i quali, fino ad allora, non avevano ricevuto l’adeguata attenzione da parte di critica e di lettori.

    Fu questo, ad esempio, il caso di “Se questo è un uomo”, leggendaria opera di primo Levi. Pubblicata già nel 1947, ma con una circolazione limitata fino a quando, nel 1959, Italo Calvino convinse l’Editrice Einaudi a farne una nuova edizione destinata ad avere un successo clamoroso in Italia e nel mondo. E fece scalpore il quasi contemporaneo arrivo nelle librerie de “L’ultimo dei Giusti” di André Schwarz-Bart che bisognerebbe davvero mettere tra i libri di testo delle nostre scuole. Per capire gran parte della cultura ebraica e il salto che ad essa aveva fatto fare la Shoa.

    Come per Levi, lo scrivere su quei temi era fonte di sofferenza. Una sofferenza che, nella presentazione dell’opera di Schwarz-Bart, nella edizione italiana della Universale Economica Feltrinelli, è così delineata: ” Le difficoltà a cui si riferisce (l’autore , ndr) erano quelle di scrivere un libro che, sfociando nell’immane tragedia dell’Olocausto, ne facesse l’atto finale di un lungo percorso dell’ “essere” ebraico e di una continuità storica che era innanzitutto continuità spirituale. Il legame tra passato e presente, il filo unico di questa continuità è affidato alla Leggenda dei Giusti, uomini che assumono su di sé la sofferenza degli altri, rendendone possibile la sopravvivenza in un mondo carico di dolore. Il mondo riposerebbe su trentasei Giusti, i Lamed-waw, in nulla distinti dai comuni mortali; spesso non sanno d’esserlo neanche loro. Ma se uno ne mancasse, la sofferenza degli uomini avvelenerebbe persino l’anima dei neonati, e l’umanità soffocherebbe in un grido. Perché i Lamed-waw sono il cuore moltiplicato del mondo, e in essi si versano tutti i nostri dolori come in un ricettacolo”.

    Noi giovani di allora non potevamo non essere richiamati da quelle tragiche vicende, esperienze e sofferenze e da opere letterarie di un tal peso. Anche perché nasceva quel sentimento proteso verso l’evoluzione di un “nuovo” mondo che avrebbe trovato con il ’68 la piena esplosione. Ed anche dall’incalzare della cronaca che ci raccontava di un conflitto endemico in Medioriente salito alla ribalta a seguito della nascita dello Stato di Israele. Ciò era vissuto da molti di noi con l’ambivalenza scatenata dal moto di solidarietà verso gli ebrei, alla ricerca di una loro patria, ma che sempre più si collegava e connetteva all’attenzione anche all’altra  voce degli altri – molto più flebile, già allora-  cioè quella degli arabi. Ma ci volle il decantarsi dei conflitti – l’ultimo fu quello del Kippur, del 1973 – per farci capire che non esisteva solo una questione di una contrapposizione tra Israele ed un generico insieme di paesi arabi. Bensì, si assisteva all’emergere del tema della ricerca specifica da parte del popolo palestinese del pieno riconoscimento di una propria dignità statuale, politica, etnica e culturale. Oltre che religiosa. Questa arricchita dall’esistenza di una pluralità di fedi presenti all’interno di quella che noi, tout court, chiamiamo la Palestina dei palestinesi.

    Perché tutte queste premesse? Perché ritengo, per quanto mi riguarda personalmente, ma anche per la conoscenza del sentire di tanti miei coetanei, che niente di ciò che riguarda quell’area – tanto negletta e sanguinosamente chiamata a diventare un po’ la sintesi dei problemi del mondo dal secondo dopoguerra in poi – possa essere ridotto all’esegesi lessicale. O a seguire luoghi comuni. O a schierarsi da una parte o dall’altra, come se qualcuno indossasse una maglietta in cui noi, tanto lontani, ma anche ad un tiro di schioppo da quelle lande, ci si dovesse riconoscere per partito preso.

    Ora, siamo in tanti ad avere una grande ammirazione per la senatrice Liliana Segre. E non solo per aver vissuto sulla propria pelle e su quella della sua famiglia la tragedia rappresentata dal nazifascismo, con le sue leggi razziali, con la riduzione dell’essere umano a schiavo riconosciuto solo con un un numero. Per di più eliminabile da un momento all’altro, soprattutto se fosse in arrivo un nuovo “treno della morte” con braccia più fresche da sfruttare e un peso da gettare nel forno assieme agli stanchi, agli ammalati, agli “inutili” giunti con i treni precedenti. L’ammiriamo per la forza e il coraggio dimostrato nel corso di quei lunghi decenni seguiti al suo ritorno dal campo di sterminio nel parlare ai giovani e nel tenere tenacemente in vita la memoria ed il monito. In qualche modo, facendolo con la stessa sofferta pacatezza delle pagine di Primo Levi che sembrano lasciare al lettore il diritto e il dovere di esprimere un giudizio in modo da consegnare a lui il senso della condanna.

    Ebbene, la senatrice Liliana Segre è intervenuta per negare la legittimità del temine “genocidio” usato per denunciare il comportamento di Israele, in particolare, nella Striscia di Gaza. A proposito della quale è tutto sotto gli occhi di tutti. Persino di ebrei e di israeliani che hanno il coraggio di dire come stanno le cose. Ritenendo persino che ne vada della stessa esistenza dell’Israele in cui hanno creduto. Purtroppo, però, queste voci appaiono oggi come una sparuta minoranza.

    E’ il caso, dopo Grossman, di Omer Bartov, ex ufficiale dell’esercito israeliano e storico dell’Olocausto, il quale non ha esitato a dichiarare: “Colpiscono deliberatamente le nascite. Non è più guerra contro Hamas, è annientamento. Il 7 ottobre non ha dato a Israele una ‘licenza di genocidio’. Per poi concludere che se continua così “nemmeno lo Stato ebraico potrà sopravvivere: Israele finirà”.

    Io ritengo che, anche sulla base di quanto già emerso nel corso del tempo – e ne abbiamo dato conto su queste pagine riportando le denunce di importanti ex dirigenti dell’Esercito d’Israele e dei servizi del Mossad- sia stata messa in atto una vera e propria politica segregazionista e di pulizia etnica in Cisgiordania. E che, dopo l’attacco terroristico del Hamas del 7 ottobre del 2023, a simili comportamenti tenuti pure a Gaza se ne siano aggiunti altri che possono essere configurati come genocidio, almeno stando a qualsiasi dizionario e alle norme internazionali. Ma questo, forse, sarà appurato dalla Corte internazionale penale che ha già messo sotto accusa Netanyahu ed altri importanti vertici del suo governo e delle forze militari israeliane della Idf.

    La discussione sul termine genocidio è senza dubbio di notevole importanza. Ma non ci si può far distogliere dalla necessità di andare alla sostanza delle cose, comunque essa vogliamo definirla.

    I dati di fatto partono dal numero dei morti, dei feriti e dei mutilati. Dalla totale distruzione di ospedali, scuole, abitazioni e moschee. Dalla spoliazione delle terre palestinesi in Cisgiordania da parte di coloni ebrei fatti diventare un vero e proprio esercito di complemento di quello ufficiale, sostanzialmente autorizzati a compiere nefandezze di ogni genere. Parte anche dal vero e studiato attacco alle nascite, come dice Bartov. Visto che sono state distrutte tutte le cliniche ostetriche di Gaza e si uccidono bambini fin dalla tenera età senza alcuna giustificazione: la quale, ovviamente, non ci potrebbe comunque essere. Partono anche dal sistematico bombardamento dei mezzi della Croce rossa e dei luoghi – lasciati magari in mani a gruppi di delinquenti che non hanno nulla da invidiare ad Hamas – dove si accalcano esseri innocenti che hanno solo la colpa di essere stati ridotti alla fame. Potremmo persino continuare, pure per ricordare la pena di morte comminata a chi si getta nel mare delle spiagge di Gaza, sia per pulirsi, sia perché alla ricerca di un minimo di refrigerio. Ma sarebbe un elenco molto, troppo, lungo.

    Dunque, ciò che conta sono, da un lato, il quesito sul senso di quello cui assistiamo all’interno del cammino umano. E, dall’altro, lo sbocco che Israele – ma anche gli americani, senza il cui consenso tutto ciò che vediamo non sarebbe stato possibile – intende dare ad una situazione che se urta chiamarla “genocidio”, chiamiamola pure come vogliamo, in ogni caso significa l’anticamera della completa cancellazione dei palestinesi di Gaza e di Cisgiordania.

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    Giancarlo Infante

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