Una tregua transazionale che rischia di crollare sotto il peso del rinvio politico

La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno, ridefinendo lo scenario mediorientale: Israele e Hamas hanno apposto le loro firme su un’intesa di cessate il fuoco prolungato. L’accordo, siglato a mezzogiorno nella cornice egiziana di Sharm el-Sheikh dopo estenuanti e riservate trattative, è il tentativo più ambizioso finora di interrompere il conflitto nella Striscia di Gaza. Sebbene rappresenti un successo umanitario immediato, solleva profonde perplessità sulla sua tenuta nel lungo periodo. L’obiettivo primario di Israele, il ritorno di tutti i suoi cittadini catturati, è stato pienamente raggiunto. Il rilascio completo e non spettacolarizzato dei 48 ostaggi ancora detenuti da Hamas, incluse le salme dei prigionieri deceduti, è un risultato politico che le autorità israeliane potranno presentare come una vittoria incondizionata. Tuttavia, il prezzo è stato una contropartita di peso non indifferente. Hamas ha ottenuto significative concessioni che ne rafforzano la posizione e la narrativa di resistenza: la liberazione di circa 2.000 detenuti palestinesi, tra cui 250 individui condannati all’ergastolo per attacchi contro obiettivi israeliani; l’immediata riapertura del valico di Rafah e un ingente incremento dei flussi di assistenza umanitaria verso la Striscia; garanzie internazionali – in particolare dall’amministrazione Trump, attore chiave nella mediazione – per la durata del cessate il fuoco, permettendo all’organizzazione di riorganizzarsi; e, soprattutto, lo slittamento del dibattito sul disarmo di Hamas, l’elemento più divisivo, a future e indeterminate fasi negoziali. Israele, d’altra parte, è riuscito a mantenere una posizione di forza territoriale, conservando alle IDF il controllo di oltre il 50% di Gaza, concentrato nelle aree strategiche. Crucialmente, ha respinto la richiesta di Hamas di liberare i cosiddetti “prigionieri d’élite”, come Marwan Barghouti e i leader delle Brigate Nuhba coinvolti nel massacro del 7 ottobre. L’accordo si presta a una duplice interpretazione: per Tel Aviv è la priorità degli ostaggi e il consolidamento militare; per Hamas è la sopravvivenza politica e una dimostrazione di forza che innalza il consenso popolare. Per valutare la longevità di questo patto, è utile guardare ai precedenti diplomatici regionali, in particolare ai limiti strutturali degli Accordi di Abramo.

Tali accordi, pur avendo normalizzato i legami tra Israele e diversi Paesi arabi, sono stati criticati per aver marginalizzato o scavalcato la questione palestinese, prediligendo un approccio di cooperazione funzionale (economica e di sicurezza) anziché la risoluzione politica del conflitto storico. L’accordo di Sharm el-Sheikh riproduce questa dinamica critica. Non è un passo verso la pace, ma un compromesso transazionale e tattico: vite umane in cambio di libertà e interruzione dei combattimenti. La questione esistenziale – il futuro controllo politico e militare di Gaza (il disarmo) – viene accantonata, esattamente come la questione dello Stato palestinese fu messa da parte negli Accordi di Abramo. Il rischio maggiore è l’erosione dell’urgenza. Se gli Stati arabi coinvolti nella mediazione dovessero in seguito privilegiare la stabilizzazione regionale e la cooperazione con Israele, la pressione sul disarmo si affievolirebbe. In questo senso, la tregua è una soluzione pragmatica al problema degli ostaggi, ma porta in sé il seme del fallimento per la pace strutturale, poiché non estirpa la radice della violenza. L’esperienza dei cessate il fuoco precedenti dimostra che la fragilità di un accordo come questo è intrinseca e spesso inevitabile. Il fallimento è in agguato a causa di tre fattori principali. Il primo è la permanenza di obiettivi irriconciliabili: Israele mira ancora alla neutralizzazione di Hamas; Hamas mira alla propria sopravvivenza. Il rinvio della clausola sul disarmo non fa che congelare temporaneamente queste pretese massimaliste, permettendo a Hamas di impiegare il periodo di tregua per consolidare le proprie strutture e il consenso, preparandosi al prossimo scontro. Il secondo fattore è legato alle leve della politica interna israeliana: il massiccio scambio di prigionieri alimenta l’opposizione ultranazionalista che vedrà nel rilascio di detenuti condannati un cedimento. La ripresa delle operazioni militari può essere dettata dalla necessità politica interna del Premier, sotto la pressione di ministri che minacciano di far cadere la coalizione se la “vittoria totale” non viene perseguita. Il terzo fattore è rappresentato dai punti di attrito territoriale e umanitario: il mantenimento del controllo israeliano su oltre la metà della Striscia è una miccia sempre accesa. La presenza prolungata delle IDF in territori contesi è un inevitabile focolaio di tensione che Hamas può strumentalizzare per denunciare violazioni e giustificare la ripresa degli attacchi. L’accordo di Sharm el-Sheikh offre un sospiro di sollievo essenziale, un traguardo morale e umanitario innegabile. Tuttavia, analizzando le similitudini con i limiti degli Accordi di Abramo e valutando la persistente incompatibilità degli obiettivi interni, si deduce che non si tratta di una pace, ma di una sospensione strategica. Finché il destino politico di Gaza e la questione del disarmo non saranno affrontati in modo definitivo, questa tregua rimarrà, con ogni probabilità, un fragile interludio in un conflitto la cui conclusione politica appare ancora lontana.