Il Chaco è un posto speciale, luogo di storie speciali

Qui il tempo sembra essersi fermato o, perlomeno, scorrere più lentamente che altrove, come la corrente dei fiumi che disegnano ampie curve e scendono pigramente verso est/sud est.

Il progresso, con le grandi strade come la Ruta Bioceanica che consente oggi di attraversarlo con una velocità pochi anni fa inimmaginabile sta arrivando, ma a macchia di leopardo. Il Chaco è ancora una delle regioni del pianeta a più basso indice di antropizzazione. I suoi abitanti originari, discendenti di asiatici, polinesiani, melanesiani ed australiani che sono giunti per mare e per terra nell’arco di migliaia di anni, si sono combattuti e fusi, differenziandosi in più di 20 etnie, sopravvivono dando prova di ammirevole resilienza, in una miriade di piccole comunità, sparpagliate in un vasto territorio.

Il Chaco è un posto speciale ed il viaggiatore può percepire una sottile suggestione, una insidiosa magia che lo afferra quando meno se l’aspetta. 130 anni fa Guido Boggiani, uno dei primi ad addentrarsi in territori allora inesplorati e ad entrare in contatto con gli abitanti più antichi di queste terre, scriveva:” L’ aspetto di quella regione, a prima vista, dà l’impressione di una grande monotonia e di una tristezza infinita. “ma poi aggiunge:” Un fascino immenso vince ogni altro sentimento tanto che, dopo qualche tempo, …si finisce di non poterne fare più a meno.”

È un fascino che viene da” L’ immensità di quell’ orizzonte che, stando sulla sponda del fiume, si stende come un mare senz’altro limite che il cielo” da “lunghe, interminabili file di elegantissime palme”, dal “fiume maestoso che scorre placido e specchiante”, da “Tramonti infuocati, d’uno splendore inusitato”, da “Miriadi di stelle riflettenti in lunghe strisce d’ argento in acque lisce come l’ olio delle lagune” ed anche dai racconti dei suoi abitanti.

Ero di nuovo li, a Karcha Bahlut, nel nord del Paraguay a due passi dai confini con Bolivia e Brasile e, come al solito, Bruno Barras, cachique della comunità ishir, mi raccontava una storia.

Come al solito eravamo seduti all’ ombra di un frondoso yvapuru, sulle sponde del Paraguay che scorreva “placido e specchiante”, ammirando le evoluzioni di un martin pescatore che si tuffava nelle acque del fiume per emergerne con un pesce nel becco.

“Karcha Bahlut vuol dire grande conchiglia ed è un luogo sacro per noi Ishir perché, in questo luogo, sono sepolti gli Anabsoro, in un mare di conchiglie.”

“Gli Anabsoro? – chiesi – chi sono gli Anabsoro?”

Bruno mi guardò e nel suo sguardo si leggeva pazienza e comprensione per la mia ignoranza.

“Devi sapere che, in tempi ormai remoti, gli uomini vivevano in branchi, come lupi, in uno stato animalesco. Il modo era in bianco e nero. Un giorno, senza preavviso, la terra si squarciò ed apparvero giganti mostruosi e bellissimi. Insegnarono agli Ishir le tecniche della caccia, della raccolta di frutti selvatici e portarono loro la cultura. Portarono i colori ed il mondo divenne più bello. Questri erano gli “Anabsoro”.

Gli uomini li accolsero con gioia, assorbirono avidamente le nuove conoscenze e, per un tempo, tutto filò liscio in pace ed armonia.  Gli Anabsoro erano molto ghiotti di molluschi che divoravano in quantità spropositate, gettando le conchiglie che si accumulavano formando un deposito sul quale sorge oggi il villaggio di Karcha Bahlut, nome che, per questo, significa Grande Conchiglia.

Poi, un poco alla volta, le cose si guastarono. Da un lato l’entusiasmo degli Ishir per i nuovi venuti scemava mano a mano che si impadronivano delle conoscenze che questi potevano trasmettere loro.

Da un altro lato gli Anabsoro, all’inizio gentili e ben disposti, iniziarono ad assumere atteggiamenti violenti e tirannici, forti del fatto che la loro grande statura e l’invulnerabilità li mettevano in una condizione di superiorità. Gli Ishir iniziarono a cospirare”

Come al solito, Bruno Barras, cachique della comunità ishir, mi raccontava una storia.

La storia iniziava a farsi interessante anche perché, mi spiegava Bruno, si aggiungeva l’ingrediente saporito di un intrigo amoroso. Mi accomodai meglio sulle nodose radici sporgenti dell’yvapuru tendendo le orecchie.

“Il cachique della comunità Ishir – proseguì Bruno – aveva una relazione con Ashnuwerta, la potente dea delle acque. Un giorno, dopo un amplesso amoroso, il cachique espresse alla sua amante tutto il suo sconforto. Suo figlio era rimasto vittima della violenza degli Anabsoro, sempre più prepotenti ed isopportabili. Le chiese aiuto e lei gli rivelò il segreto: i semidei non erano invincibili. Bisognava colpirli nell’unica parte del loro corpo non coperta dall’ invulnerabilità, la caviglia.

Si scatenò una battaglia. Gli uomini, più piccoli ed agili, si muovevano con grande velocità e colpivano a sorpresa i loro giganteschi avversari. Caddero tutti al suolo fulminati. Tutti, tranne uno che si chiamava Nemur il quale percosse il suolo con il piede facendo sgorgare dalle viscere della terra un enorme flusso di acqua che divenne un fiume, quello che conosciamo come il rio Paraguay.

Nemur saltò sull’altra sponda mettendosi in salvo e lanciò una maledizione sui suoi inseguitori che, annunciò con voce tonante, sarebbero statim annientati.

Il cachique era costernato. La battaglia era vinta e gli oppressori erano sterminati ma sul suo popolo incombeva una minaccia più grande: l’estinzione. Dalla padella erano caduti nella brace.

Corse dalla sua amante e la implorò di aiutarlo. Ashnuwerta lo rassicurò. La maledizione lanciata da Nemur non comportava la distruzione fisica degli ishir ma la perdita della loro identità. Esisteva, poi, un antidoto, continuare a praticare il debylyby, una serie di cerimonie, riti, pratiche culturali e sportive che tradizionalmente, ogni anno, raccoglieva tutte le comunità ishir, rinnovandone il patto di appartenenza alla stessa etnia.”

Bruno raccontava questa storia ed io pensavo che i miti sono spesso una espressione metaforica di verità universali. Forse anche su di noi, non indigeni, incombe una maledizione di Nemur. La cultura è l’unica ancora di salvezza alla quale dobbiamo aggrapparci per non perdere la nostra identità.

Ashnuwerta, dea dell’acqua, in una rappresentazione in forma di sirena, da parte del pittore ishir Ogwa

“I corpi degli Anabsoro furono seppelliti qui, sulle sponde del rio Paraguay, in questo stesso luogo ove sorge il villaggio di Karcha Bahlut. Riposano in un grande deposito di conchiglie, i rifiuti accumulati dei loro banchetti”. Concluse Bruno

“Vuoi dire che ci troviamo su di un cimitero?” Gli chiesi.

“Vieni con me e vedrai.”

Bruno si alzò e si incamminò verso la riva del fiume, in un posto nel quale l’erosione delle acque durante le piene aveva formato una scarpata verticale, come un sezionamento del terreno che, era visibile ed evidente, era stato praticato dalla erosione fluviale su di un accumulo di conchiglie di gasteropodi. Allungò una mano e prese a scavare con le unghie su quella parete verticale, togliendo conchiglie che gettava nel fiume, fino ma formare un buco sufficientemente largo. Poi iniziò a tirare qualcosa che aveva afferrato e lo estrasse mostrandomelo orgoglioso: un osso, forse un femore di un essere umano.

Bruno mi porgeva quel macabro reperto e la mia mente viaggiava. I miti nascondono sempre una parte di realtà. Gli Anabsoro erano forse un gruppo etnico più evoluto degli abitanti originari di quel luogo. Magari erano discendenti degli asiatici che, 15 o 10.000 anni fa sono arrivati nelle Americhe passando per lo stretto di Bering allora transitabile e poi, nell’ arco di secoli o millenni, avevano continuato la loro discesa per arrivare nel cuore del Continente Sudamericano. La grande battaglia tra Ishir e Anabsoro della quale mi raccontava Bruno era forse uno dei tanti conflitti tra etnie che si contendevano terreni di caccia.

E poi, quegli accumuli di conchiglie mi ricordavano gli studi dell’archeologo Pusineri che ne aveva individuati molti altri nel Pantanal paraguaiano ed ipotizzava che fossero delle sopraelevazioni realizzate con l’unico materiale solido disponibile, in un territorio nel quale pietre e rocce erano introvabili, per costituire un rifugio sopraelevato durante le piene del fiume. Avevo anche letto che analoghi accumuli di conchiglie, che formavano piccole colline, erano disseminati lungo tutta la costa del Brasile. Forse erano le tracce del passaggio degli Anabsoro nella loro discesa dal nord. Bisognava saperne di più.

Gli Anabsoro riposano in un grande deposito di conchiglie

Avevo alzato un bel po’ di polvere

Settimanali e quotidiani di Asuncion dedicavano ampi spazi alla storia degli Anabsoro

Il CNR, Consiglio Nazionale per le ricerche italiano, decise di inviare un’archeologa a coordinare gli scavi a Karcha Bahlut.

Il Ministero della cultura paraguaiano  mise a disposizione due funzionari ed una 4×4.

Il Ministero della Difesa avrebbe inviato un topografo per i rilevamenti.

Una bella responsabilità.

E se non avessimo trovato nulla?

Arrivammo a Karcha Bahlut carichi di pasta, riso , olio zucchero ed ogni sorta di alimenti, li altrimenti irreperibili , in parte da regalare ai nostri amici Ishir ed in parte per sopravvivere un paio di settimane. Appendemmo le nostre zanzariere  in una casetta di legno di palma e prendemmo accordi con la moglie del cachique per i nostri pasti. “ Pamarra, la pasta che ci prepari è una vera squisitezza, sei una cuoca straordinaria. Congratulazioni di vero cuore. Se potessi permettermi un consiglio, ti suggerirei solo di cuocerla un poco meno, magari 5 minuti di meno. Ma sono dettagli.”

Lo shamano fece la sua danza propiziatoria e, per la delizia dei bambini del villaggio, iniziammo a scavare nel luogo indicatoci da Bruno.

Un giorno, due giorni, tre giorni: terra e conchiglie, conchiglie e terra. Iniziavamo ad essere  preoccupati. Passata una settimana il pessimismo prendeva sopravvento sul nostro entusiasmo. Poi spunto’. A quasi un metro di profondità apparve la punta aguzza di un frammento di ceramica, un secondo, un terzo, tutti incisi con motivi decorativi geometrici, ossa di piccoli animali, lische di pesce, residui di combustione, uno strumento appuntito di osso e infine… : “ ragazzi, venite a vedere!” Calamity Jane, così chiamavamo la giovane archeologa paraguaiana, indicava qualcosa con la sua spatola. Dalla terra iniziava ad emergere la sagoma di un osso, forse di un braccio .

Ci vollero un paio di giorni di lavoro perché apparissero i resti di due esseri umani rannicchiati in posizione fetale.

Li chiamammo Anabsoro 1 ed Anabsoro 2.

Per la delizia dei bambini del villaggio, iniziammo a scavare nel luogo indicatoci da Bruno.

“Abbiamo esaminato con attenzione tutti i frammenti di ceramica che avete raccolto e li abbiamo paragonati a quelli di decine di etnie del continente americano” disse L’ archeologa.

“E quali conclusioni ne avete tratto?” Le chiesi.

“Che sono incredibilmente simili, direi anzi identiche a quelle del Lakota”.

Ovviamente non lo sapevo ma i Lakota sono una tribù indiana che viveva sulle rive del Salomon River, nello stato del Nebraska nel Nord America.

Ma allora gli Anabsoro erano dei Lakota, scesi in epoche remote dal Nord America per lo stretto di Panama ed arrivati nel Chaco dove si erano incontrati e scontrati con le popolazioni locali?

Forse.