In questa VII puntata dedicata ai nostri viaggi in Giordania, parliamo di Ma’an, il capoluogo della regione dove eravamo e del sistema di qanat che permise in antichità di rendere abitabile quell’area desertica. Buona lettura, continuate ad accompagnarci attraverso le strade, i deserti e le città giordane.
Nella precedente puntata abbiamo accennato ai primi resti di qanat incontrati lungo la strada che da Udhruh porta a Ma’an. Sapevamo, grazie agli studi di cartografia effettuati da Angelo, che nel capoluogo avremmo trovato un interessante sistema di qanat, il dubbio era sulle sue condizioni.
Ma’an
Ma’an era già quindici anni fa una delle più grandi città della Giordania meridionale, posta a circa 200 km dalla capitale Amman e capoluogo del più ampio Governatorato del paese, ancorché poco popoloso: poco più di centomila abitanti (nel 2010), di cui circa un terzo nel capoluogo.
La città deve il nome ad una popolazione omonima che la fondò oppure al nome di uno dei figli di Lot, nipote di Abramo, importante figura biblica. Di certo divenne l’ultimo avamposto dei nabatei, prima del deserto arabo ed era collegata alla Strada dei Re che portava da Damasco ad Aqaba.
Anche se Ma’an era in pieno deserto, la sua posizione la rendeva strategica per il commercio fra Penisola Araba / Mesopotamia e Mediterraneo e fra Turchia / Siria ed Egitto. Anche nel periodo bizantino era sede di un importante Governatorato.
Nel Settimo secolo, il governatore cristiano di Ma’an inviò grandi doni a Maometto e decise di convertirsi all’Islam e di promuovere la conversione dei concittadini. Le autorità bizantine, quando conobbero l’accaduto, ingiunsero al governatore vassallo di abiurare; al suo rifiuto fu imprigionato e crocefisso. Il regno di Medina, per rappresaglia, mandò un esercito che conquistò la città nel nome dell’Islam. Ma’an poi entrò a far parte, nell’Ottavo secolo, del Califfato Omayyade insieme a tutta la regione, compreso il castello di Shobak.
Un Cicerone d’eccezione
Nel 2009 Abu Ali ci aveva fissato un appuntamento all’ingresso di Ma’an con un suo amico, un notabile della città. Arrivando da Udhruh incontriamo questo signore, alto, distinto, con una djallaba bianca. Parla un ottimo inglese, lo chiamiamo Zaid; ci racconta di essere stato il responsabile dei passaporti, per cui era una sorta di autorità locale e, come ci dice, conosce tutti.
Per prima cosa il nostro Cicerone di Ma’an ci porta nel bazar per offrirci un tè, ci parla della città, famosa un po’ di anni prima per essere in Giordania quella più radicalizzata in materia religiosa. Ci furono alcuni attentati e episodi di intolleranza, ma il padre dell’attuale re riuscì a sedare le velleità terroristiche. Fu lasciata una certa autonomia al capoluogo, a patto di un regolare sviluppo sociale ed economico. Inoltre fu inaugurata un’ampia base militare in periferia.
Una pasticceria eccellente
Poi Zaid ci porta a visitare quello che è un luogo rinomato per tutta la Giordania: una pasticceria ricca dei migliori dolci locali, si chiama Hasem Al Afouri. Entrando subito si avverte un profumo particolare di spezie e di creme, il negozio è davvero pieno di dolci tentazioni. Parliamo con un giovane commesso che ci dice che spesso aprono il laboratorio alle 5 del mattino per i prodotti sfusi della colazione.
Vetrina della Pasticceria di Ma’an (foto da Tripadvisor)
In effetti tutti abbiamo poi portato a casa almeno una delle confezioni eleganti, dopo aver provato i dolcetti sul bancone. Francamente restammo stupiti che in un luogo così periferico ci fosse un negozio di quel livello che non avrebbe sfigurato ad Amman o in una capitale europea. Ci dissero che si stavano organizzando per inviare i prodotti via posta anche all’estero.
Acquedotto romano
Zaid ci fece un disegno con i percorsi dei qanat di Ma’an, ne parleremo nella prossima sezione. Lui però aveva proprio voglia di portarci in un posto di cui non potevamo sospettare. Ci dirigiamo verso la periferia della città e iniziamo a scorgere un muro con un’aria familiare.

Un collega cammina sui resti dell’acquedotto romano (Foto mia)
Effettivamente è la parte sopravvissuta di un acquedotto romano, gli archi caddero e furono eliminati, ma il muro testimonia che, quasi duemila anni fa, le legioni riuscirono a portare l’acqua in questa remota zona desertica.
Le sorprese non sono terminate, Zaid ci fa passare all’ombra del muro, mentre un collega non può fare a meno di passeggiare proprio sull’acquedotto. Ero affianco a Zaid e prende un discorso scivoloso: “è vero che il vostro premier (Berlusconi) ha un harem vero e proprio?” Cosa devo fare: mentire, difendere la bandiera? Decido per la diplomazia, dicendo che non si può mai sapere quanto è vero o quanto esagerato sui giornali. Per fortuna non era ancora arrivata Ruby… Certo anche nel deserto ci tocca essere presi in giro!
La grande vasca d’acqua romana
Nel frattempo siamo arrivati alla sorpresa. Si tratta di un’enorme vasca sempre di epoca romana. Probabilmente al tempo era foderata di marmo o pietre lisce. Serviva per raccogliere l’acqua piovana, ma anche l’acqua del qanat di cui si vedono due pozzi interrati sul margine corto della vasca. Una riserva idrica utile per la popolazione di quest’area desertica, importante per le vie di comunicazione N-S ed E-O.

I resti della vasca romana (Foto mia)
I qanat di Ma’an
In Iran i qanat sono dei componenti importanti nel sistema socio-economico delle zone desertiche. In Giordania invece sono delle strutture non molto ben note. Spesso vengono[1] denominati “qanat romani” o “kanet romani” o, semplicemente, “sarab” (canale sotterraneo). In questo caso il termine romano è unicamente indicativo di un sistema idraulico preislamico, non necessariamente legato alla cultura romana o bizantina[2]. L’ipotesi è che durante il tardo impero i Romani, dominatori della Palestina, favorirono o finanziarono la realizzazione dei qanat effettuati dalle maestranze locali che da secoli possedevano le necessarie competenze mutuate dalla Persia.
Per i qanat di Ma’an i commentatori li fanno risalire al periodo bizantino e indicano come probabile la provenienza delle competenze tecniche idrauliche dalla Penisola Arabica e più precisamente dalla regione dell’Hijaz[3] dove i qanat erano già largamente diffusi e utilizzati con successo.

Il sistema dei qanat rimasti presso Ma’an (schema elaborato da A. Ferrari)
Nella pianta riportata, tratta dal citato libro di Angelo, si riconoscono cinque tratti di percorsi di qanat tuttora esistenti. Purtroppo nessuno di essi è in funzione e in alcuni casi abbiamo visto solo alcuni dei pozzi, in genere interrati.
Non scendiamo nei dettagli per ciascuno dei segmenti di qanat indicati; non tutti li abbiamo raggiunti, quasi tutti i pozzi sono riconoscibili, ma ormai non più utilizzati.
Il qanat presso il Wadi Ain El Beida
Il più interessante è il qanat situato alla periferia nord-ovest della città di Ma’An, in una striscia di terra compresa tra il moderno stadio di calcio e la vicina centrale elettrica, presso il Wadi Ain El Beida; è quello indicato nella pianta con le lettere G-H.
Di seguito riportiamo l’immagine satellitare[4] ove il qanat risulta ancora chiaramente leggibile. Ha una lunghezza complessiva di 1.563 m ed è diviso in quattro tronchi di diversa lunghezza allineati in direzione NE-SO.Considerando i tratti mancanti si può ipotizzare un percorso complessivo di 2.384 m . I pozzi ancora individuabili sono in totale 108 e sono allineati ad una distanza media di 14 m. L’area del pozzo madre dovrebbe collocarsi ad una altitudine di 1.158 m mentre la bocca del qanat potrebbe essere situata ad una altitudine di 1.126m. In tal modo la pendenza media del tunnel orizzontale del qanat si potrebbe valutare pari all’1%.

Immagine satellitare del qanat presso il Wadi Ain El Beida (tratto G-H)
Il qanat che non abbiamo raggiunto
Nel 2010 eravamo ancora impegnati con le rilevazioni al castello di Shobak e presso gli insediamenti rupestri. Volli tentare una sortita e con un collega e una studentessa (Carla) ci siamo diretti a Ma’an. L’obiettivo è riuscire di arrivare ai pozzi del piccolo segmento di qanat a sud della città, indicato nella pianta con le lettere A-B.
Sapevamo da Zaid che era vicino alla base militare; cerchiamo di seguire le coordinate ed in effetti arriviamo proprio davanti alla base. Ci sono grandi segni sull’asfalto di stop. Fermo l’auto, non succede nulla, dopo 5 minuti a bassa velocità avanzo fino alla recinzione metallica e lì esce un militare e mi dà l’altolà.
Spengo l’auto è scendo con alcuni fogli su cui avevamo riportato l’immagine satellitare del qanat e alcuni pozzi incontrati l’anno prima. Il militare non sa l’inglese, mi indica di fare dietrofront. Insisto a chiedere e mi dice di aspettare, va a chiamare un ufficiale che sa l’inglese. Spiego le ragioni del nostro interesse al qanat, dico che siamo venuti dall’Italia e siamo ricercatori, vorremmo fare solo qualche foto. Purtroppo l’ufficiale è irremovibile, ci dice che è proibito l’ingresso ai civili. Missione fallita.
Un ultimo saluto a Ma’an

Un piccolo sauro nel deserto di Ma’An (Foto A. Ferrari)
Torniamo verso la città, ci fermiamo a fotografare un bel lucertolone che prende il sole vicino alla strada.Per consolarci decidiamo di fermarci alla pasticceria e compriamo alcune confezioni da portare in Italia e poi un vassoio di dolcetti da portare ai colleghi che lavorano al castello.
Cabaret dei dolci giordani (Foto A. Ferrari)
Ci accorgiamo che è ora di pranzo e ne approfittiamo per fermarci al ristorante vicino al bazar. Spezzatino di montone e humus di ceci è il menù del giorno; da bere una specie di coca locale. Mi colpisce il fatto che nel tavolo vicino c’è una coppia di giovani, probabilmente due sposi. Lei ha un foulard nero e anche un velo nero traforato e elegante, posto davanti al viso, che lascia solo gli occhi liberi di copertura.
Quando deve mangiare, la signora con una mano alza il velo e con l’altra porta alla bocca piccole porzioni. Fa il tutto con naturalezza, però non posso fare a meno di pensare che una religione che pretende di decidere cosa posso mangiare, come lo devo fare e come devo vestire, per me è inaccettabile. Massimo rispetto per chi crede in cose non in contrasto con la scienza e con i diritti civili, ma alcuni retaggi di millenni lontani mi appaiono tristi.

Abu Ali presso uno dei pozzi del qanat presso la base militare (Foto A. Ferrari)
Solo nel 2017, Abu Ali accompagnò Angelo ai pozzi del qanat fuori dalla base militare, erano tutti ricolmi, non avevamo perso molto in precedenza.
[1] Angelo Ferrari “I qanat di Udhruh”, Ed. VALMAR, Roma 2020
[2] Lightfoot Dale R., Qanats in the Levant: Hydraulic Technology at the Periphery of Early Empires Technology and Culture, Vol. 38, N. 2., 1997.
[3] Abudanh F., Saad T., Innovation or Technology Immigration? The Qanat Systems in the Regions of Udhruh and Maʾan in Southern Jordan. Bulletin of the American Schools of Oriental Research, no. 360, 2010, pp. 67–87. JSTOR, www.jstor.org/stable/41104419. Accessed 19 Oct. 2020.
[4] Google Eart, Image © 2021, CNESAirbus; © 2021 ORION-ME, 2017.


