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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Giordania segreta: il Castello di Shobak
    Racconti dalle strade del mondo

    Giordania segreta: il Castello di Shobak

    Pietro RagniDi Pietro RagniFebbraio 19, 20262 VisualizzazioniTempo lettura 8 min.
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    Castello di Shobak
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    In questa II puntata dedicata ai nostri viaggi in Giordania, raccontiamo del Castello di Shobak, partendo dal contesto storico, per arrivare agli studi archeologici in corso quando noi lo visitammo. Buona lettura, continuate ad accompagnarci attraverso le strade, i deserti e le città giordane.

    La storia del Castello di Shobak

    Il Castello di Shobak, si trova nei pressi del paesino omonimo, che aveva nel 2009 circa 15.000 abitanti. Shobak è a 50 km N-W dal capoluogo Ma’an e a 35 km N da Petra. Era stato un centro importante anche in passato, poiché si trovava lungo il collegamento fra Amman e Aqaba e, in generale, fra la Siria e l’Egitto, lungo la Strada dei Re.

    Il monumento più notevole della zona è senz’altro il Castello che fu costruito poco dopo la Prima Crociata voluta dal Papa Urbano II. Essa culminò, nel 1099 con la conquista di Gerusalemme, il cui primo sovrano fu uno dei capi della Crociata, Goffredo da Buglione, già Duca della Bassa Lorena.

    L’anno successivo Goffredo morì e i suoi soldati chiamarono al trono suo fratello, Baldovino, che aveva conquistato varie città in Cilicia sconfiggendo i soldati dei Selgiuchidi (dinastia turca che creò un impero con capitale Esfahan, ora in Iran), fino a diventare il Conte di Edessa (città nel sud dell’attuale Turchia, quasi al confine della Siria, nota ora come Sanliurfa), il primo stato crociato fondato nel Medio Oriente. Baldovino rapidamente giunse a Gerusalemme e fu incoronato Re di Gerusalemme il giorno di Natale del 1100.

    Baldovino I fu in grado di consolidare la sua supremazia nel giovane Regno di Gerusalemme ed iniziò subito un’opera di conquista, anche grazie all’aiuto del supporto navale di Genova, espandendosi verso nord (Beirut e S. Giovanni d’Acri) e verso sud fino a Aqaba, vincendo più volte le armate del Califfato Fatimide che governava tutto il nord dell’Africa.

    Ritratto di Baldovino I Re di Gerusalemme, tratto da Wikipedia

    Conquistando nuove regioni, Baldovino le rafforzava con fortezze simili a quelle europee, l’ultima a sud fu proprio quella presso Shobak, chiamata al tempo Castello di Mont Real. Fu eretta nel 1115 per difendere la strada commerciale fra Gerusalemme e Il Cairo. Baldovino morì nel 1118, gli successe il cugino, Baldovino II. Mont Real rimase un importante elemento di difesa del Regno e fu attaccato più volte dalle forze del Saladino, fra il 1177 e il 1189, quando Gerusalemme e tutti gli stati crociati nel Medio Oriente furono cancellati.

    Pertanto il Castello, nel 1187, dopo un anno e mezzo di assedio, cadde in mano alle truppe di Saladino, sovrano della dinastia ayyubide. Poi fu conquistato dai Mamelucchi nel 1250 e dagli Ottomani del sultano Solimano il Magnifico nel 1517. Quest’ultimo, a 17 anni, aveva costretto il padre ad abdicare e aveva fatto sterminare tutti i suoi fratelli, per evitare sommosse. Solimano portò l’impero Ottomano alla sua massima espansione.

    Ritratto di Solimano il Magnifico, bottega di Tiziano, tratto da Wikipedia

    Lo studio nel Castello di Shobak

    La responsabile e gli studenti della missione dell’Università di Firenze ci hanno raccontato del loro lavoro archeologico, iniziato un paio di anni prima, presso il Castello di Shobak, quando ottennero la concessione da parte delle autorità giordane. Dopo aver rilevato le dimensioni dell’intero edificio e la sua disposizione architettonica, è iniziato un lavoro certosino, locale per locale, di rimozione con grande attenzione della polvere e dei detriti dal pavimento, per trovare gli eventuali oggetti presenti in loco, fino a scoprire il pavimento stesso. Ogni oggetto o frammento viene numerato, descritto e posto nel magazzino; sulla pianta della stanza viene segnato con precisione il luogo di ritrovamento.

    Il Castello di Shobak (Foto mia)

    Il Castello è in cima ad una collina, a un’altitudine di circa 1.300 metri rispetto al livello del mare; domina la valle che lo circonda e il grande wadi sul lato occidentale. Ha mura imponenti costruite in pietra calcarea. All’interno vi sono numerosi corridoi, stanze, piccole corti, ampi magazzini, che si succedono e che solo in parte siamo riusciti a visitare. Le feritoie strettissime permettono di sorvegliare l’esterno, molte hanno un invito per poter far fuoriuscire la freccia da scoccare verso il nemico.

    Feritoia del Castello di Shobak (Foto mia)

    Affascinante è la terrazza sulla torre maggiore che domina a trecentosessanta gradi tutto il panorama di quelle che dovevano essere fertili campagne (nei libri del tempo della costruzione si diceva che l’area era verdeggiante come i giardini di Damasco). Ora restano terrazzamenti aridi, frequentati da piccoli greggi di capre e qualche casale disabitato e diroccato.

    Torre del Castello di Shobak e panorama (Foto mie)

    Nonostante le varie modifiche realizzate dagli Ayyubidi e dai successivi governanti, il Castello di Shobak resta una fortezza crociata d’impronta europea; una meraviglia medievale incastonata nel sud della Giordania che merita di essere visitata.

    Reperti di varie epoche ritrovati nel Castello (Foto mia)

     

    Le nostre ricerche nel Castello

    Il nostro obiettivo era quello di trovare i canali e il qanat che rifornivano di acqua potabile il Castello e la vallata, tanto che la fortezza riuscì a resistere ad un lungo assedio. Purtroppo, nonostante numerosi sopralluoghi condotti sia nel 2009, sia l’anno dopo, del qanat nessuna testimonianza. Ci fu spiegato che il percorso era stato distrutto nel tempo e che l’acqua della sorgente, posta alla base del rilievo sulla cui sommità vi è Mont Real, è stata convogliata, tramite un canale realizzato una ventina di anni prima, verso città vicine e verso la Riserva di Dana.

    Nel visitare i locali interni del Castello trovammo una stanza molto ampia, collegata a due stanze più piccole, nell’angolo di una di queste vi era un ampio foro sul pavimento. Illuminammo con le lampade è scoprimmo che era una specie di tunnel diretto verso il basso. Ezio e il collega speleologo, coraggiosamente si attrezzarono e provarono lentamente a scendere, riuscirono a farlo per una ventina di metri, poi risalirono, sarebbe stato inutile insistere.

    Facemmo le triangolazioni per comprendere quale fosse il punto più vicino alla probabile uscita del tunnel verticale all’esterno della fortezza e scendemmo per andare a vedere se c’era qualcosa e in effetti trovammo una vasca colma di acqua verdognola. Cercammo nei pressi e trovammo una sorgente di acqua che era collegata alla vasca.

    Vasca con acqua ai piedi del Castello (Foto mia)

     Facemmo un’ipotesi, senza affatto esser certi della sua esattezza: il tunnel verticale permetteva di portare, con una carrucola, un secchio riempito d’acqua da un servo sceso alla vasca, fino al livello della grande sala dove forse si tenevano le feste o i pasti dei signori. La sera raccontammo quest’ipotesi agli universitari, ne furono interessati, non sappiamo se fu una notizia utile.

    Purtroppo anche in questo caso niente qanat, ma io ne approfittai per sigillare due campioni d’acqua in modo da analizzarli presso la casa qualche sera dopo, il risultato fu ottimo; presenza di radon trascurabile. Comunque ci dissero poi che quell’acqua era utilizzata per abbeverare le capre e per innaffiare un piccolo orto piantato lì vicino, nessuno la beveva, ma in ogni caso non sarebbe stata contaminata dal gas radioattivo.

    Misura della concentrazione del radon nell’acqua presa dalla vasca del Castello (Foto mia)

     

    Le nostre ricerche nei dintorni del Castello

    Sempre quel primo anno, ma anche l’anno successivo, ci dedicammo a visitare i vari anfratti scavati nelle pareti del rilievo che è sormontato dal castello. Un’operazione che non avevano tempo di fare i ragazzi della missione fiorentina. Scoprimmo una grotta con le pareti ed il tetto anneriti, immaginammo fosse stata in antichità un luogo di preghiera, dove i ceri, bruciando, hanno con il loro fumo coperto di fuliggine parte delle pareti.

    Un probabile luogo di preghiera e un gufo in anfratti alla base del Castello (Foto mie)

    Grande fu la sorpresa quando in una grotta vicina alla precedente illuminammo un uccello notturno, un gufo, che ci guardò con sdegno e rimprovero per aver turbato la sua siesta mattutina.

    Molto particolare fu la piccola spedizione che facemmo io ed una delle studentesse, attraversando con cautela un ponte dall’aspetto non saldissimo per arrivare fino al casale posto alla sommità dell’altro rilievo più vicino a quello del Castello. Non avevamo intenzione di violare proprietà private, ma sembrava tutto abbandonato, attorno non vi era nessun vegetale o animale.

    Ritorno dalla mini-spedizione, attraversando il ponte malfermo (Foto A. Ferrari)

    Il ponte ondeggiava leggermente, un tempo sarà servito per attraversare un ruscello, ora c’era solo il suo letto arido. La porta del casale era scardinata, entrammo, tutto vuoto, un grande silenzio, guardammo a terra, negli angoli: niente. Uscimmo, facemmo qualche foto. Guardando in terra notammo un oggetto biancastro, ci inginocchiammo per vedere meglio, era il frammento di un femore umano!

    Guardammo in giro, solo polvere e sassolini, prendemmo in mano l’osso, faceva impressione pensare a colui o colei che lì era morto. Scavammo una piccola buca, riponemmo l’osso e lo ricoprimmo, in modo che non potesse essere offeso da eventuali animali di passaggio. Tornammo indietro.

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    Pietro Ragni

    Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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