Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, si presenta come un’opera rivolta non solo agli appassionati di fantascienza, ma soprattutto a chi conserva ancora la capacità di meravigliarsi. La pellicola rappresenta il punto d’arrivo di una ricerca iniziata dal regista oltre cinquant’anni fa: usare lo stupore come strumento per comprendere l’essere umano. Gli alieni, nella filmografia di Spielberg, non sono mai stati semplici creature extraterrestri. In opere come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. l’extra-terrestre e La guerra dei mondi, l’incontro con l’altro è sempre stato un modo per parlare di noi stessi, delle nostre paure e dei nostri limiti. In Disclosure Day l’arrivo degli alieni diventa una domanda sull’umanità.
La verità che mette in crisi il mondo
In una società dominata da conflitti, ansie collettive e crisi continue, l’apparizione di una realtà sconosciuta costringe tutti a interrompere il flusso abituale delle proprie paure. Per un attimo l’uomo smette di osservare i propri problemi immediati e rivolge lo sguardo verso qualcosa di immensamente più grande. Ed è qui che Spielberg compie il suo gesto più politico. La presenza aliena mette in discussione l’arroganza con cui l’uomo ha sempre creduto di poter controllare ogni cosa. La grande rivelazione non riguarda soltanto ciò che è stato nascosto nei decenni dai governi e dalle istituzioni: riguarda il nostro rapporto con la verità. Il cinema di Spielberg non è una macchina che produce illusioni, ma uno strumento per rivelare ciò che non siamo capaci di vedere. Non sorprende quindi che Disclosure Day sia attraversato da primi piani, sguardi, occhi che cercano risposte. Il volto umano diventa il vero luogo dell’incontro. Forse è anche per questo che il film ha generato reazioni contrastanti. Spielberg stavolta, non è interessato a raccontare cosa accade quando arrivano gli alieni. È interessato a raccontare cosa accade a noi quando siamo costretti a confrontarci con qualcosa che supera i nostri limiti. Ed è proprio questa la forza del film: la capacità di unire la spettacolarità del grande cinema popolare con domande filosofiche tutt’altro che semplici. Che cosa significa conoscere? L’umanità è davvero pronta a sapere?E poi c’è John Williams. La presenza della musica del compositore, all’età di 94 anni, aggiunge al film un ulteriore livello simbolico.
Ascoltare per vedere davvero
Disclosure Day non è il lavoro di un regista che cerca di dimostrare di essere ancora rilevante. È il film di un autore che, dopo una carriera interamente costruita sull’atto del guardare, torna alla domanda fondamentale: che cosa significa vedere davvero? E forse la risposta è contenuta nell’ultima chiamata del film: “Ascoltate”. Un invito rivolto allo spettatore, ma anche una dichiarazione poetica. Guardare non basta. Bisogna essere disponibili ad accogliere ciò che non comprendiamo, ciò che mette in crisi le nostre certezze. Perché il vero incontro ravvicinato non è quello con gli alieni. È quello con la possibilità, ancora oggi, di meravigliarsi.


